Proseguono le interviste ad alcuni tra i disegnatori principali di Dylan Dog. Oggi è la volta di Giampiero Casertano e Giuseppe Montanari, autori il cui tratto ormai da trent’anni accompagna le storie dell’ “Old Boy”.
Giampiero Casertano

Quest’anno, a fine ottobre, saranno le sue chine ad accompagnare il ritorno di Tiziano Sclavi in veste di sceneggiatore, nell’albo Dopo un lungo silenzio (Dylan Dog #362).
Che caratteristiche ha la tua interpretazione di Dylan Dog?
La mia interpretazione del personaggio punta soprattutto ad evidenziare gli stati d’animo e la recitazione del nostro protagonista.
Cosa cerchi di far emergere dalla tua versione?
Nella versione deve emergere l’umanità in tutte le sue diverse manifestazioni.
Se dovessi caratterizzare Dylan Dog in un solo dettaglio, da un solo particolare, quale sarebbe per te?
In realtà ne elenco tre: ciuffi, occhi, naso.

Attualmente ben poco, ma all’inizio della mia avventura col Dylan il mio riferimento somatico era effettivamente quello del Rupert Everet di Another Country. Nel tempo ho cercato di definire un Dylan più mio.
Qual è l’episodio da te disegnato al quale sei più affezionato e perché?
Ogni scarrafone è bello a mamma soia, ma se fossi costretto a scegliere direi Memorie dall’invisibile. Quell’albo ha segnato una maturazione e una maggior consapevolezza nel raccontare a fumetti. Oltre al prossimo che devo ancora fare, s’intende.
Da sempre nelle tue tavole emerge un grande lavoro sull’espressività dei volti. Quanto ritieni sia importante questo elemento in una storia?
Come ti dicevo prima, per me questo aspetto è fondamentale nel raccontare per immagini. Tanto importante che a volta va a discapito della gradevolezza estetica del personaggio. Ma non ci posso fare niente, sono partenopeo nell’anima… mi hanno disegnato così.
Giuseppe Montanari

Se dovessi caratterizzare Dylan Dog in un solo dettaglio, da un solo particolare, quale sarebbe per te?
Potrebbe essere il ciuffo o il naso, ma io ritengo siano gli occhi e lo sguardo.
Quanto c’è dell’originale ispirazione da Rupert Everett nella tua interpretazione?
Abbastanza. Quando ho conosciuto personalmente Rupert, vedendo il Dylan disegnato da me con il naso un po’ pronunciato mi disse ridendo: “ma è proprio il mio naso questo?” Da quel momento ho deciso di interpretarlo a modo mio.
Se dovessi definire il tuo Dylan Dog, come lo faresti, cosa nel tuo modo di disegnarlo cerchi di fare emergere?
Io cerco di dare a Dylan l’espressione del viso più consona alla situazione, facendo sì che sia sempre riconoscibile il “Dylan di Montanari”.

Sono troppi gli episodi a cui sono affezionato e allora dico: è l’ultimo che sto disegnando.
In che modo tu ed Ernesto Grassani vi suddividete il lavoro sulle tavole?
La suddivisione delle tavole fra me e Grassani avviene così: io leggo più volte la sceneggiatura per scegliere le tavole più consone a lui, che ne farà una settantina solo a matita. Le altre le faccio io e il tutto viene ripassato a china esclusivamente da me per rendere omogeneo il lavoro.
Soprattutto i visi di Dylan che io ridisegno per mantenerne la somiglianza. Io preparo inoltre i model sheet dei personaggi di contorno (in prevalenza quelli femminili).
Quanto è importante uno stretto interscambio tra voi per la buona riuscita di una storia?
Inizialmente era fondamentale quello che tu definisci interscambio mentre ora (dopo trent’anni) sempre meno poiché ci si capisce al volo.
Interviste realizzate tra agosto e settembre 2016.








Ho letto “Memorie dall’invisibile”. Un lavoro superbo e una grande prova di arte disegnata. Approfitto dell’occasione per complimentarmi e per segnalare, proveniente dalmondo della musica però, un brano scritto per il trentennio di Dylan: “Non sono mica Dylan Dog”, del cantautore Mimmo Parisi. Su Youtube: https://www.youtube.com/watch?v=jN60cftDVHQ
Ciao. Giorgia