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Nel nome del padre: Tiziano Sclavi e Dylan Dog

Un’intervista esclusiva con l’ideatore di Dylan Dog, che a fine ottobre tornerà con storia inedita dopo nove anni di “silenzio”.
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4Tiziano Sclavi, creatore di Dylan Dog, è giornalista e scrittore. Nasce a Broni, in provincia di Pavia, nel 1953. Con articoli e racconti collabora a una miriade di riviste come Corriere dei Ragazzi, Amica, Salve, Corriere dei Piccoli, Millelibri e Il Giornalino. Come autore di fumetti, ha creato Altai & Jonson e Silas Finn (disegnati da Giorgio Cavazzano), Agente Allen (disegnato da Mario Rossi), Vita da cani (reso graficamente da Gino Gavioli). Nel 1982 entra a far parte della redazione Bonelli, per la quale scrive due sceneggiature di Ken Parker (su soggetto di Giancarlo Berardi), alcune storie di Zagor (tra cui la più lunga mai pubblicata dalla Casa editrice), Mister No e Martin Mystère e crea Kerry il trapper (nel 1983, per i disegni dei fratelli Di Vitto e di Marco Bianchini), Dylan Dog (nel 1986, il personaggio che lo ha consacrato come uno dei maggiori talenti del fumetto moderno) e Roy Mann (1987, disegnato da Attilio Micheluzzi). Sclavi è stato anche sceneggiatore televisivo, paroliere di canzoni, copywriter pubblicitario e disegnatore. Come romanziere ha pubblicato, tra gli altri, i volumi Film, Tre, Dellamorte Dellamore, Nero, Sogni di sangue, Apocalisse, La circolazione del sangue, Le etichette delle camicie, Non è successo niente. Da un suo romanzo è stato tratto il film Dellamorte Dellamore, diretto da Michele Soavi, distribuito in molti paesi del mondo (con il titolo The Cemetery Man). Lo scorso anno il regista Giancarlo Soldi, già autore di Come Tex nessuno mai, gli ha dedicato il documentario Nessuno siamo perfetti, menzione speciale al Nastro d’Argento 2015.

A fine ottobre sarà pubblicata la sua prima storia inedita di Dylan Dog dopo nove anni, dal titolo Dopo un lungo silenzio, disegnata da Giampiero Casertano. Di recente è stata inoltre annunciata una nuova serie a fumetti da lui ideata, intitolata Le nuove storie di Dylan Dog.

In quest’intervista ci racconta il rapporto con la sua creatura, che ha da poco festeggiato i trent’anni di pubblicazioni.

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Qual è l’idea centrale e portante che ti ha fatto sviluppare il personaggio Dylan Dog?
Quella più evidente è ovviamente l’horror. Quella meno evidente e più ambiziosa era di creare un nuovo linguaggio, tutto mio (avevo già fatto esperimenti del genere, in parte, in Mister No). Il linguaggio è tutto: per citare solo un esempio “casalingo”, Gian Luigi Bonelli ne aveva creato uno inconfondibile per Tex, e secondo me è stato uno degli elementi alla base del suo successo.

Dylan Dog passò da titolo quasi di nicchia (per quanto possa esserlo un Bonelli!) a fenomeno editoriale travolgente, entrando nell’immaginario popolare anche oltre i lettori del fumetto. Cosa cambiò nel suo approcciarsi alla scrittura delle sue storie? Avvertivi una maggiore responsabilità e una più pressante attenzione?
Responsabilità senz’altro, ma poi non tantissima. Ho in pratica continuato a fare come facevo prima, cercando di divertirmi per far divertire anche i lettori.

Il successo della serie diede il là alla nascita di una serie di fumetti dalle tematiche horror, in formato Bonelli, alla ricerca di un poco del successo di “strascico” di Dylan. Cosa pensava di queste pubblicazioni, spesso di breve durata? Che effetto faceva essere diventato un “prodotto commerciale replicabile”?
Ero abbastanza indifferente. Forse un po’ compiaciuto, anche perché alcune di quelle pubblicazioni le faceva un caro amico, Silver. E mi è dispiaciuto poi che siano finite in tribunale, e addirittura argomento di una interrogazione parlamentare (promossa, mi spiace dirlo, anche da esponenti della sinistra).

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Ancora lontani dai social network, dal contatto diretto tra autori e lettori, Dylan Dog seppe crearsi una fan base grazie a un linguaggio molto giovane e scanzonato (penso agli editoriali o alla pagina della posta, con modi di dire e battute di buona presa) e all’inserimento di citazioni, rimandi, omaggi al cinema e alla letteratura che funsero da collante per creare gruppo, per far sentire i lettori in qualche modo vicini tra loro. Quanto era importante per te avere questi contatti con i lettori, sentirli in qualche modo vicini?
Era molto bello sentirsi parte di un club (all’inizio molto ristretto), non a caso una delle rubriche si intitolava Dylan Dog Horror Club. Certo non mi aspettavo i due, tre sacchi di posta al giorno che sarebbero arrivati dopo (e sapete quanto è grande un sacco postale? Molto). Comunque ho sempre letto tutto e risposto a tutti. E molte lettere erano pubblicate nella pagina della posta.

Quando uscì Dylan il fumetto faticava ancora a essere pienamente riconosciuto dall’ambiente culturale italiano. Soprattutto c’era la ricerca in chiave snobistica di una divisione netta tra fumetto “d’autore” e fumetto “popolare”. Fumetti come Ken Parker prima e in seguito Dylan Dog furono importanti per mettere in discussione e abbattere questi convincimenti. Tu avvertivi il peso di questa inutile distinzione?
Molto, la trovavo assurda. Un’altra mia ambizione (ma non credevo che ci sarei riuscito) era di abbatterla per sempre. È andata bene: oggi non c’è più.

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Credi che a un certo punto qualcosa si sia rotto o incrinato nel tuo rapporto con Dylan Dog? Oggi come ti poni nei confronti della tua creatura?
Niente di incrinato. Amavo il mio personaggio, l’ho sempre amato e lo amo ancora dopo trent’anni. E gli sono grato: mi ha dato molto, forse più di quello che io ho dato a lui.

Quanto è stata importante la presenza di tua moglie Cristina durante la genesi del progetto di Dylan e la seguente trasformazione in icona generazionale che ti ha portato un successo incredibile, ma che a livello personale forse hai fatto fatica a gestire?
Nessuna. Semplicemente Cristina non c’era, nei primi anni. L’ho incontrata nel ’93, nel ’94 abbiamo cominciato a convivere e ci siamo sposati nel ’96. Quindi è stato molto dopo la genesi che è diventata importantissima. Anzi, indispensabile.

Sono stati annunciati alcuni nuovi soggetti firmati a tuo nome. Cosa ti ha convinto a tornare a scrivere Dylan Dog, dopo che più volte hai affermato che tutto quello avevi da dire sul personaggio era stato detto?
Sono state le amabili insistenze dell’amico Roberto Recchioni, e il fatto che qualche piccola idea l’avevo (niente di straordinario o di particolarmente nuovo, per carità, ma c’erano). È successo in gennaio-febbraio. Ho scritto due storie. Poi ne ho cominciata una terza ma mi sono bloccato un’altra volta, dopo poche tavole, e non ci ho più lavorato, ho ripreso a fare il pensionato. E comunque a marzo già le due storie mi sembravano bruttissime, le avrei buttate nel fuoco, al pari di tutto quello che ho scritto, a fumetti e non. Ma non si poteva, erano già partite.

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Sei il padre creativo di una delle più importanti figure fumettistiche mai nate in Italia. Cosa ne pensi di tuo figlio e come vedi il suo futuro?
Ho già detto che amo la mia creatura. Quanto al suo futuro, se ci saranno come oggi giovani autori che sapranno reinterpretarlo e aggiornarlo lo vedo bene, sempre nei limiti di una crisi editoriale, soprattutto cartacea, che dura da tanto e credo durerà indefinitamente.

Dopo tutti questi anni, c’è qualcosa che cambieresti di lui?
In lui come personaggio (stavo per dire persona) forse no, ma in realtà la serie sta già cambiando! E questo grazie alla gestione di Roberto, con cui sono pienamente d’accordo e che ringrazio anche pubblicamente ogni volta che ne ho l’occasione.

Hai sempre avuto il pieno e totale controllo e potere decisionale sulle storie di Dylan o in qualche caso sei dovuto scendere a compromessi?
Comunque il controllo totale l’ho avuto, nei primi anni, quando ero anche curatore, e ho sempre fatto o prodotto le storie che volevo, in piena libertà, d’accordo con Sergio Bonelli e l’allora direttore Decio Canzio (e visto che sono in vena di ringraziamenti, uno enorme va alla Bonelli, la migliore delle case editrici possibili). Se riprendessi oggi, credo che mi troverei altrettanto bene.

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Intervista condotta via mail a settembre 2016.

La redazione de Lo Spazio Bianco ringrazia Tiziano Sclavi per avere accettato di rilasciare questa intervista. Un grazie va inoltre a Roberto Recchioni e Maria Rosaria Giampaglia per  l’aiuto dato per realizzarla.

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Michele Garofoli

Michele Garofoli

(Voghera 1972) Nella redazione de Lo Spazio Bianco dal 2009. Per Lo Spazio Bianco è articolista e curatore delle rubriche "Lo Spazio Bianco Consiglia" e "Immagina Lo Spazio Bianco". E' inoltre collaboratore del TunuéLab e articolista per il mensile Fumo di China. E questo è quanto.

Giuseppe Lamola

Giuseppe Lamola

Nato a Martina Franca nel 1984, Legge fumetti praticamente da sempre. Con il tempo si appassiona alla Nona arte come mezzo espressivo. Insieme ad altri amici fonda a inizio 2012 il blog de Gli Audaci.
Collabora con Lo Spazio Bianco dal 2011, ne è redattore dal 2015 e ha contribuito all'ideazione e al coordinamento degli Speciali tematici dedicati a Martin MystèreMarvel Now!, BatmanOrfani: da Ringo al Nuovo Mondo, Nathan Never e Dylan Dog.
Continua ad accatastare pile di fumetti.

Ettore Gabrielli

Ettore Gabrielli

Classe 1977, toscano, programmatore. Impara a leggere sugli Alan Ford del padre, una delle poche cose per cui si sente debitore veramente. Vorace lettore da sempre, i fumetti sono stati il mezzo per imparare e per conoscere persone e per questo sarò loro sempre grato. Nel 2002 fonda Lo Spazio Bianco, magazine dedicato al fumetto tra i più longevi e seguiti in Italia di cui è tuttora direttore editoriale. Nel 2021 ha fatto parte della giuria dei Lucca Comics Awards.

4 Comments Commenta:

  1. ringrazia e elogia il Recchioni e in un’altra intervista dice che non legge i numeri che escono di dylan dog, ma…………..

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