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Lo stato del fumetto in Italia: autorɜ e le loro associazioni

23 Dicembre 2025
Dopo avere aperto una discussione sullo stato del fumetto in Italia, continuiamo volgendo l’attenzione all3 autor3, parlando con MeFu e Autori di Immagini (AI).
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A inizio di quest’anno, abbiamo coinvolto addettɜ del fumetto (giornalistɜ, critichɜ e altrɜ ancora) per fare un punto su alcuni temi che da anni animano la discussione del settore, prendendo spunto e andando oltre i dati pubblicati regolarmente da AIE (Associazione Italiana Editori) che hanno messo negli ultimi anni il fumetto sempre più al centro della discussione.

Ne sono nati spunti e riflessioni che, come avevamo auspicato in chiusura del nostro approfondimento, hanno generato nuove domande e hanno portato ad allargare il tavolo del discorso, includendo soprattutto realtà e persone che lavorano nel settore, sia a livello economico commerciale che più strettamente culturale: fumetterie e biblioteche, passando per festival, editori e autorɜ di fumetti. E proprio da questo  siamo voluti partire, da chi i fumetti li fa materialmente, mettendo il proprio estro, il proprio impegno, le proprie idee, la propria arte per costruire storie che divertano, che facciano emozionare, riflettere, pensare, immaginare.

E lo facciamo giusto in tempo per riflettere sui nuovi dati che vengono da AIE, prodotti in occasione della Fiera del Libro di Francoforte e rilanciati con un focus ad hoc sul fumetto durante Lucca Comics. Ormai per molti è solo un ricordo lontano e sbiadito, ma il periodo della pandemia Covid scoppiata nel 2019 ha creato uno spartiacque anche nel mondo dell’editoria, in particolare quella del fumetto: gli anni 2020 e 2021 hanno fatto registrare, stando ai dati AIE1, una crescita fino al 256% di vendite in più rispetto al periodo immediatamente precedente. Anni più recenti hanno invece visto una progressiva riduzione delle vendite, in parte considerabile come un consolidamento del mercato: rispetto al 2023 il 2024 ha registrato, per la prima volta dal 2019, un piccolo calo di produzione (-1,9%, 3494 titoli di cui 1016 dedicati a bambini e ragazzi, a cui andrebbero poi aggiunti una stima di 3000 titoli che non vanno in libreria) e questa produzione si dimostra ancora dominata dal manga (quasi il 50% dei titoli prodotti). A questa riduzione si accompagna anche quella del numero di copie, con un -2,8% dal 2024 ai primi 9 mesi del 2025, e il dato, tutto da interpretare, che dice che un 24% del campione di lettori intervistati (lettori tra i 15 e i 74 anni) ha letto almeno un fumetto durante l’anno.

Una situazione in chiaroscuro che comunque impatta grandemente un lavoro, quello del fumettista, ma anche di tutte le figure professionali che ruotano attorno, spesso piuttosto ingrato: negli ultimi anni ci sono stati numerosi momenti in cui si è parlato, in maniera più o meno esplicita, del numero di copie vendute per un fumetto (graphic novel o seriale) in Italia e, salvo rari casi, questi numeri sono piuttosto bassi, una condizione che rende questo lavoro secondario rispetto ad altre forme di entrate, più redditizie, come dimostrato anche da una indagine, non esaustiva ma comunque illuminante, svolta dall’associazione MeFu (Mestieri del fumetto) nel 2020.

E proprio per parlare della condizione di autorɜ del fumetto italiano, abbiamo deciso di parlare con MeFu e con Autori di Immagini (AI) (nella figura dell’ex presidente Flavio Rosati), due associazioni che rappresentano o danno supporto di vario tipo a tutte le professionalità del mondo del fumetto.

AI logo oriz

Autori di Immagininasce nel 1980 come Associazione Illustratori, con il grande Sergio Toppi fra i soci fondatori. Nel 2006, sotto la guida di Ivo Milazzo, abbiamo deciso di cambiare nome per sottolineare fin dal nostro marchio l’impegno nella difesa del lavoro e dei diritti d’autore di chi, in ogni ambito (dall’illustrazione al fumetto, dalla pubblicità al cinema), crea immagini. Oggi AI raggruppa illustratori, fumettisti, sceneggiatori e storyboard artist e conta fra i propri sostenitori scuole di settore, agenzie e case editrici che hanno adottato il nostro statuto impegnandosi a rispettare il diritto d’autore. Sul territorio, grazie alla collaborazione con le principali fiere (da Lucca a Napoli, da Treviso a Roma), abbiamo portato portfolio review e incontri di formazione in tutta Italia, offrendo concreti momenti di confronto.” ci spiega Flavio Rosati.

MeFu, invece, “è un’associazione senza scopo di lucro fondata nel 2021 e nata con il fine di operare per il riconoscimento, la valorizzazione e la tutela dell’attività professionale di chi fa fumetti in Italia, e di rappresentare la categoria unitariamente e assisterla nei rapporti con le naturali controparti, nelle pubbliche relazioni interne e internazionali, nei rapporti con i pubblici poteri, e nelle relazioni con altri enti o persone.

L’attività di MeFu si rivolge sia a chi si associa, con l’obiettivo di garantire i suoi interessi economici, giuridici, fiscali e sindacali, e di stipulare accordi e convenzioni a suo beneficio, sia a tutta la categoria in generale, attuando iniziative di sostegno e diffondendo informazioni e aggiornamenti che possano essere utili e giovare alla comunità del fumetto.

Ti ricordi della pandemia? – L’editoria del fumetto degli ultimi 5 anni

Come dicevamo sopra, la situazione editoriale è in chiaroscuro e in continuo divenire: una situazione che i dati AIE fotografano solo in parte, ma che ha avuto negli anni successivi alla pandemia del 2020 una grossa attenzione da parte di pubblico, analisti e addetti ai lavori.

Sia AI che MeFu hanno la stessa prospettiva su quello che è successo in questo periodo, che si potrebbe inquadrare tra due estremi: euforia comunicativa e scarsa innovazione produttiva.

È giusto e naturale che quando un settore artistico cresce e si evolve, potremmo dire “si istituzionalizza”, diventi di pubblico interesse anche il tema della sua sostenibilità economica. Era inevitabile che la questione si ponesse anche col fumetto, finito il tempo dei fasti comunicativi ed esaurito l’effetto novità del “fumetto in libreria”. Abbiamo visto l’onda salire, raggiungere un apparente picco un paio di anni fa (intorno al 2023), e ora ci pare di assistere alla risacca. Il settore, in quanto tale, non ci pare diverso da 5 o 10 anni fa, non ci sono stati radicali cambiamenti nei sistemi di produzione, distribuzione, marketing e comunicazione, semplicemente alcuni trend hanno accelerato (ad esempio la chiusura delle edicole con la conseguente progressiva erosione delle vendite del fumetto popolare), mentre altri hanno rallentato pesantemente (l’attenzione del pubblico generalista verso il “graphic novel”). Smaltita la sbornia comunicativa, si fanno i conti con i problemi reali, cioè la difficoltà a mantenersi facendo i fumetti, specie sul mercato italiano.” affermano i rappresentanti di MeFu.

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A questo fa eco Rosati, che aggiunge che “Senza innovazioni e nuovi format, rischiamo di tornare ai livelli pre-Covid. Il webtoon, con l’espansione di editori internazionali come NAVIR, sta dimostrando di poter conquistare un pubblico più ampio. Sul fronte professionale, invece, il graphic novel autobiografico mostra segni di affaticamento e chi lavora nel seriale si aggrappa alle grandi realtà come Bonelli e Panini Comics. Purtroppo inchiostratori, coloristi e sceneggiatori devono fare i conti con paghe spesso insufficienti, contratti precari e con un mercato in cui i distributori dettano legge. A questo si aggiunge l’impatto dell’intelligenza artificiale, che mette in discussione la stessa nozione di “disegno fatto a mano”.”

Precarietà e prospettive: alla ricerca di una soluzione

La condizione di precarietà, una situazione denunciata da tantɜ fumettistɜ italianɜ nel corso degli anni, riguarda tanto il mercato quanto le istituzioni in Italia come altrove, dato che il fumetto, soprattutto nell’ultimo periodo, ha sempre più incarnato una duplice natura, quella propria delle forme d’arte: da un lato, prodotto di consumo; dall’altro, elemento culturale. E quindi, le soluzioni possono essere trovate sia a livello editoriale che istituzionale.
In molti paesi d’Europa, dalla Francia alla Germania, autorɜ di fumetti ricevono un supporto da stati e regioni sotto forma di borse di studio, premi e altri finanziamenti.
In Italia non sono state mai implementate queste forme di appoggio a chi realizza opere d’arte o prodotti culturali, preferendo negli anni supportare la crescita degli acquisti con bonus come quello per i 18enni oppure fondi per l’acquisto di libri da parte delle biblioteche, misure che nel 2025 non sono state implementate o rinnovate, come denunciato dall’AIE nel report citato precedentemente.

Parlando di questi temi e concentrandosi sull’aspetto prettamente istituzionale, Parisi afferma che per Autori di Immagini è “fondamentale partire da un contratto minimo condiviso con AIE e ADEI, in cui vengano definiti diritti e compensi inderogabili. Le fiere e gli editori, da parte loro, potrebbero prendere spunto dal modello francese e prevedere un gettone per le sessioni di firmacopie, stanziando un budget specifico. Infine, chiediamo al Governo di attivare un fondo dedicato all’editoria con l’obiettivo di favorire gli autori nella creazione di opere, nell’acquisto di strumenti di lavoro e alla formazione legale e fiscale. E di aiutare gli editori nel creare nuovi progetti e nuovi canali per vendere i libri, con l’obiettivo di iniziare a smontare il sistema produttivo attuale dettato dai distributori.”

Per MeFu, ci sono due strade da percorre, sul breve e sul lungo periodo, guardando a problemi più generali dell’editoria in Italia:“Le basse remunerazioni nel nostro paese sono prima di tutto diretta conseguenza di basse vendite. Il modo migliore per rendere il fumetto un settore più sostenibile per autori e autrici nel lungo periodo è di aumentare il numero di copie vendute. Questo è possibile solo attraverso un percorso di lunga durata che parta dalle scuole, alfabetizzando i bambini, fin dalle elementari, al linguaggio del fumetto, cercando di creare così i lettori di domani. Per fare questo sarebbe anche necessario a monte formare con appositi corsi gli insegnanti che dovrebbero trasmettere questa competenza agli studenti.
Nel breve periodo sarebbe però già possibile sostenere il settore attraverso contributi pubblici, rivolti sia agli editori (magari con un meccanismo simile a quello del tax credit in ambito cinematografico) che ad autori e autrici, con fondi che permettano loro di sostenersi mentre portano a compimento la propria opera (sulla falsariga di quanto fa in Francia il CNL).”

ARF 2023 scuole featured

Entrambi concordano poi sulla formazione dɜ futurɜ fumettistɜ da un punto di vista non solo artistico, ma soprattutto professionale a tutto tondo, coscienti del proprio settore: “E’ essenziale continuare a fare un lavoro di divulgazione e informazione della comunità sui funzionamenti del nostro settore, la quantità di soldi che effettivamente gira, i diritti e i doveri di chi fa fumetti. Abbiamo bisogno di costruire una coscienza di classe: svolgere attività che informino e contribuiscano a fare rete è per noi fondamentale.” così MeFu, mentre per Parisi le scuole di fumetto dovrebbero “inserire nei programmi moduli su negoziazione contrattuale, gestione fiscale e promozione personale: disegnare è la parte “facile”, saper costruire e proteggere la propria carriera è la vera sfida.

Per quanto riguarda gli editori, invece, si torna sempre al sistema produttivo, un po’ vetusto, obsoleto nella sua struttura e spesso “fatto in casa” che segna il settore sin dai suoi inizi. Per MeFu “molto editori hanno intrapreso questa attività imprenditoriale sulla base della propria passione per il fumetto (non che ci sia nulla di male in questo, anzi), senza però dotarsi di una struttura interna che si occupi di marketing e comunicazione. È chiaro che questo comporta degli investimenti a monte, ma è solo così che si può pensare di valorizzare i propri autori e autrici, e vendere più copie. Insomma ogni nuova opera dovrebbe essere pensata dall’editore già con incorporato il piano di comunicazione, per poi metterlo in pratica con costanza e dedizione. E, sempre di più, ogni editore dovrebbe pensare a un modello di business che “deragli” dai binari molto rigidi del sistema produttivo-distributivo italiano e cercare nuove strade che permettano una redistribuzione dei ricavi diversa.
Per Parisi, il settore deve rendersi conto dei suoi doveri e delle regole da rispettare, anche e soprattutto in ambito contrattuale: “Innanzitutto, gli editori devono riconoscere che dietro ogni albo o graphic novel ci sono professionisti con diritti e doveri. Oggi molti contratti non rispettano le direttive europee e risultano impugnabili, ma molti autori non osano far valere le proprie ragioni. Serve un cambio di mentalità: più ascolto, più trasparenza sui numeri di vendita, promozione mirata anziché quantità eccessive di titoli. Gli autori devono essere coinvolti come partner, non considerati semplici fornitori di tavole.”

Fumettistɜ si diventa: cosa imparare oltre a raccontare

Un punto importante toccato è quello della formazione dɜ autorɜ non solo come artistɜ e narratorɜ, ma anche come lavoratorɜ che conoscono i propri diritti e le possibilità che offre il mercato oltre l’editoria (pubblicità, formazione, consulting e così via). In questo senso, le molte scuole di fumetto nate negli ultimi anni fanno abbastanza per guidare e supportare aspiranti fumettisti e fumettiste?

“Purtroppo non ancora, anche se stiamo vedendo sempre di più le scuole dotarsi di corsi di “avviamento professionale” in cui si insegna a leggere i contratti e un’infarinatura di fiscalità, e speriamo che questi corsi vengano ulteriormente ampliati e approfonditi. Ci rendiamo conto però che le scuole procedono un po’ con i piedi di piombo sull’argomento, dato che il loro obiettivo è di garantirsi il sufficiente numero di iscritti per continuare la propria attività, e quindi raccontare quanto fare dei fumetti una professione sia difficile potrebbe essere controproducente. Meglio concentrarsi sull’aspetto artistico e lasciare che sia il mercato a sbatterti in faccia la realtà una volta terminato il percorso scolastico.” questo secondo MeFU.

Della stessa opinione è Parisi, che afferma che nelle scuole “ troppo spesso manca la parte “business”. Interazioni con clienti, lettura di un contratto, diritti d’autore e marketing personale sono temi trascurati. Molti studenti escono fuori impreparati a gestire i rapporti con gli editori e questo abbassa il valore percepito del lavoro.” a cui aggiunge un aspetto importante sull’ambito non editoriale, cosa che ha vissuto in prima persona: “Le scuole non offrono prospettive alternative a coloro che vogliono vivere di fumetto che non siano quelle di lavorare solo per qualche casa editrice. Personalmente, ho fondato un’agenzia pubblicitaria in cui integro fumetto e marketing proprio per dimostrare quante strade possano aprirsi a chi sa andare oltre la solita strada battuta.”

Fiere e autorɜ: un rapporto di amore e odio

Un altro aspetto importante e controverso per autori e autrici è quello delle fiere, croce e delizia di ogni fumettista: da una parte, un’occasione per incontrare il proprio pubblico e interagire con altri colleghi; dall’altra, un impegno spesso non pagato e che rosicchia tempo al lavoro. Sebbene la situazione stia pian piano cambiando, in Italia non sono ancora diffuse come all’estero nè sketch e dediche a pagamento, come ad esempio negli States, né un supporto da parte delle organizzazione dei festival (il pagamento degli autori e delle autrici per la partecipazione a firmacopie e altro, come succede in Francia), nè da parte dell’editore.

Fiera fumetto

Per Parisi “È soprattutto una questione culturale. Da noi si è storicamente abituati a far lavorare senza compenso il disegnatore durante un firmacopie, come se fosse parte del contratto con l’editore e un suo obbligo naturale per la buona riuscita delle vendite. Ma la promozione deve essere a capo dell’editore e all’autrice/autore va riconosciuto un compenso per il tempo speso (tempo tolto alla realizzazione di altre opere) come dice la legge. Altrimenti siamo nel campo del volontariato ma non è questo il caso.
Altro fattore da analizzare è la percezione del pubblico nei confronti delle commission: durante un qualsiasi firmacopie, si è abituati a considerare la dedica, sotto forma di disegno, come un regalo o un extra dovuto. Questo ha fatto perdere la comprensione del valore economico di una commission realizzata ad hoc. Negli ultimi anni le fiere italiane hanno iniziato a educare il pubblico con le artist alley ma il vero salto di qualità richiede il coordinamento tra editori, organizzatori e associazioni di categoria, per standardizzare tariffe e gettoni in un sistema equo, sostenuto anche dalla legge che già ci tutela.”

I membri del MeFU ne fanno non solo una questione culturale generale, ma più specifica del settore, partendo anche dalla sua comunicazione: “Questo limite è frutto di un racconto nei mass media spesso inadeguato e di una comunicazione istituzionale che finisce troppe volte per delegittimare il ruolo dell’artista. In parte è colpa anche degli artisti stessi che, forse per via di un senso di inadeguatezza, di una sindrome dell’impostore, finiscono per svalutare il proprio operato, parlando di “disegnetti” e svendendo la propria creatività. L’unica strada percorribile, per correggere il tiro, è continuare a fare informazione, educare tanto il singolo appassionato quanto il rappresentante istituzionale sul valore di ciò che si fa, sul tempo e sacrificio che ha comportato, sul sapere tecnico e artistico che si porta appresso. A parte questo, è un percorso possibile nel momento in cui qualcuno decide di mettere i soldi per i gettoni di presenza, e questo potrebbe succedere se e solo se autori e autrici decidessero, come è accaduto in Francia, di agire collettivamente per fare pressione su editori, festival e istituzioni per venire pagati, altrimenti siamo certi che non avverrà mai.”

Uno sguardo oltre la closure: guardando oltre i nostri confini

Proprio parlando dell’estero, negli ultimi anni tantissimɜ artistɜ italianɜ hanno iniziato a lavorare in Francia (proseguendo un percorso storicizzato) e negli Stati Uniti, in cui il numero di italiani e italiane che lavorano per majors e piccoli editori cresce con costanza. I motivi sono piuttosto chiari: pagamenti più elevati, contratti più chiari, migliori condizioni generali. Questo nonostante anche all’estero ci siano problematiche, come per esempio il trattamento da parte di Marvel Comics denunciato da Dustin NGuyen (Batman, Descender e Ascender) oppure le proteste in Francia per migliori condizioni per autori e autrici durante i festival.

Anche in questo caso, prima di fare questo passo, serve conoscere il mercato di riferimento, come afferma Parisi: “Andare oltre confine richiede innanzitutto di capire in quale mercato ci si riconosca di più (comics USA, BD francese, manga): ogni realtà ha usi e consuetudini diverse. Poi serve fare indagine sul territorio—in fiere, in rete e con le associazioni locali—e decidere se muoversi in autonomia o tramite un’agenzia. Fondamentale, ancora una volta, è il senso pratico: saper valutare un contratto, conoscere le clausole di esclusiva e prepararsi ad adattarsi alla cultura contrattuale del paese ospitante.”

Per MeFU, la presenza di molti autori e autrici italiani in mercati stranieri è anche legata al mercato di partenza, facendo alcune considerazioni interessanti: “All’estero (parliamo quasi esclusivamente di Francia e USA) la situazione è migliore banalmente perché si viene pagati molto meglio, e con i proventi frutto dei fumetti è possibile fare una vita dignitosa. C’è da dire che questo è possibile anche perché il costo della vita in Italia è sensibilmente più basso che nei paesi sopraccitati, e quindi rappresentiamo per loro una massa di lavoratori specializzati di alta qualità di cui è possibile in una certa misura approfittarsi. Insomma, pur non volendolo, finiamo per mettere in atto strategie di dumping rispetto ai nostri colleghi e colleghe stranieri (ci accontentiamo di meno soldi rispetto a loro, perché tanto per noi sono comunque un compenso buono). Non è però una soluzione facile: la concorrenza è altrettanto se non più spietata, e quindi bisogna conoscere molto bene i mercati di riferimento.”

Un sindacato per fumettistɜ: si può fare (?)

Raccogliendo queste suggestioni, emerge una domanda che spunta a intervalli regolari nella discussione sullo stato dɜ fumettistɜ in Italia, ovvero “Perchè non c’è un sindacato a loro dedicato?”. Una cosa che per esempio già esiste in Francia con ad esempio la La Ligue des auteurs professionnels, ma anche in un gruppo dedicato dello SNAC, Syndicat National des Auteurs et des Compositeurs . La risposta che si può provare a dare è molto sfaccettata, ma è strettamente legata a un sistema, quello del libero mercato, in cui tutti siamo immersi.

Seo ligue auteur pro

“La difficoltà di fare squadra è dovuta al fatto che, come in ogni settore composto di liberi professionisti, siamo in presenza di una guerra di tutti contro tutti. Se il mercato è piccolo, l’offerta di lavoro alta e la domanda bassa, ci troveremo ad affrontare una lotta nel fango per emergere, in cui ogni vantaggio di posizione, per quanto piccolo, va difeso strenuamente, a scapito di chiunque altro. Secondariamente c’è una storica frattura tra chi fa fumetto popolare e chi fa fumetto “da libreria”, cioè, per semplificare brutalmente, chi viene pagato a tavola, e quindi riesce a vivere di fumetto, e chi con anticipi sulle royalties, e quindi non può pensare di farne un lavoro, salvo rare eccezioni. Le due metà della mela si sono sempre guardate in cagnesco, con un po’ di diffidenza, quindi rappresentarle entrambe è molto difficile. Vero è che con l’evoluzione (involuzione?) del mercato queste differenze vanno via via assottigliandosi, quindi le questioni in campo saranno sempre di più le stesse per tutti e tutte.” così MeFu, che afferma anche che un punto importante sia quello di far confrontare tra loro questi autori e autrici “Il nostro obiettivo è far capire che, pur in un contesto molto competitivo, l’unione fa la forza, e un risultato acquisito per qualcuno può diventare un risultato acquisito per tutte e tutti. È vero anche che mancano le situazioni che permettano ad autori e autrici di fare rete e confrontarsi apertamente, un lavoro che stiamo cercando di fare al di fuori da fiere o eventi promossi da editori”

Il fumetto in Italia: quale futuro?

Mentre questo 2025 in chiaroscuro per il fumetto, un anno che sembra di transizione tra quello che ci è stato prima e quello che sarà nei prossimi anni, volge al termine, abbiamo chiesto a MeFu e AI cosa si aspettano dai prossimi anni, tra auspici, desideri, proiezioni e timori.

Per Parisi “Il mercato editoriale italiano, senza novità e nuovi format, andrà verso un calo sistematico, forse raggiungendo i valori pre covid nel giro di 3-5 anni. Il prezzo della carta aumenterà di molto (le cartiere trovano più conveniente fare i pacchi per Amazon e il costo dell’energia è in aumento) e la distribuzione, se non interveniamo con leggi per un vero libero mercato, porterà ad un continuo impoverimento della qualità delle opere.
Per rompere questo ciclo funesto, abbiamo bisogno di un “fondo cinema” per l’editoria (un disegno legge a cui AI ha partecipato è già in mano al governo) capace di finanziare progetti innovativi da parte degli editori, finanziare opere degli autori, costruire nuovi canali distributivi e incentivare campagne di lettura. Inoltre ritengo necessaria un’integrazione reale tra webtoon e cartaceo per portare i lettori dal digitale al libro. Infine, credo che il fumetto debba uscire dalla pagina e permeare contesti come la pubblicità, l’istruzione e la comunicazione aziendale, dimostrando ogni giorno la versatilità e la forza del nostro linguaggio.”

A questi elementi, MeFu aggiunge anche le nuove sfide tecnologiche, tra opportunità e concorrenza: “Il settore del fumetto in Italia ci pare in lenta ma costante contrazione, come in generale quello editoriale tout court, e non vediamo all’orizzonte novità che possano invertire il trend. Possibili strade alternative passano inevitabilmente per la disintermediazione, per l’editoria fuori dall’editoria con formule più o meno dirette di autoproduzione che non seguono le classiche logiche distributive, per la trasformazione di autori e autrici in content creator a 360°. Questo scenario però non è adatto a chiunque, purtroppo fare i fumetti e basta non basta più, serve che anche la figura dell’autore si evolva come si stanno evolvendo i mezzi di comunicazione. Non si può poi non tenere in considerazione l’impatto delle AI sul mercato della creatività. Se è vero che questi servizi commerciali non hanno ancora trovato una vera applicazione nel fumetto, è anche vero che stanno erodendo mercati paralleli al nostro e che garantivano a tanti autori e autrici entrate che potevano compensare gli scarsi redditi del fumetto. L’illustrazione commerciale in particolare sta subendo un duro colpo e sono diverse le agenzie che ci segnalano come i budget per le illustrazioni stiano venendo tagliati. La battaglia per la tutela dei nostri diritti e del nostro lavoro rimane la più importante che si può combattere ora.

In conclusione

Le analisi e considerazioni di Autori di Immagini e MeFu ci offrono un quadro di quello che ɜ autorɜ del fumetto italiano vivono quotidianamente e delle riflessioni da fare per cercare di comprendere e iniziare a lavorare su possibili soluzioni. Il quadro sembra sempre più difficoltoso, non solo per il fumetto ma per tutto ciò che riguarda il mercato editoriale in particolare: la riflessione fatta recentemente da Jonathan Bazzi in un suo post Facebook riguardo la valutazione economica del lavoro culturale, che è stata ripresa, approfondita e analizzata da altri, quali ad esempio Loredana Lipperini nel suo blogChristian Raimo sul  Substack di Stefano Feltri, Giulia Blasi e Silvia Gola e Mattia Cavani di Redacta per Jacobin, ma anche il fumettista e membro fondatore di MeFu Emanuele Rosso, oppure Marco Rizzo nella sua newsletter, così come la rivendicazione di Strade (Sezione Traduttori Editoriali della Slc-Cgil) per maggiori tutele nell’editoria, sono tutti elementi che aprono ancora una volta una finestra sulle problematiche di questo mondo. A questo si aggiungono le sempre interessanti riflessioni di Giulio Mozzi sulla piccola editoria, e soprattutto il dibattito e le aggiunte da esse generato, con alcune stime alla mano che ci piacerebbe in futuro trasformare in dati concreti per il comparto del fumetto.

Speriamo che questo articolo, e altri che seguiranno, possano essere un elemento ulteriore per alimentare il confronto e per portare avanti una battaglia che, anche se non sembra, ci riguarda tutti e tutte.

  1. È sempre bene ricordare che i dati AIE non tengono conto di librerie specializzate, indipendenti con un venduto inferiore a 1.000 copie, vendite temporanee, in stazioni di servizio, duty free, grandi magazzini, giocherie, baby shop, negozi fai da te, grossisti, cartolerie, punti Poste Italiane, supermercati con superficie inferiore a 800 mq, ma soprattutto edicole, fiere, vendite dirette e le 400 fumetterie sparse in tutta italia. ↩︎

Lo Stato del fumetto in Italia (2024/2026)

Lo stato del fumetto in Italia: Luca ValtortaLo stato del fumetto in Italia: Luca Valtorta
Emilio Cirri

Emilio Cirri

Nato a Firenze una mattina di Gennaio del 1990, cresce dividendosi tra due mondi: quello della scienza e quello dell'arte. Si laurea in Chimica e sogna di fare il ricercatore. E nel frattempo si nutre di fumetti e spera di poterne sceneggiare uno, un giorno. Il primo amore della sua vita è Batman, amico fedele dei lunghi pomeriggi passati a giocare in camera sua. Dai supereroi ha piano piano esteso il suo campo di interesse fumetto, sia esso italiano, americano, francese, spagnolo o giapponese. Nel tempo che non dedica ai fumetti, guarda film e serie tv, scrive recensioni e piccole storielle, e forse un giorno le pubblicherà su un blog o in qualche altro modo.

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