Cosa vuoi che sia una recensione: Marco d’Angelo

Cosa vuoi che sia una recensione: Marco d’Angelo
Forme, sfide e senso delle recensioni secondo chi le scrive: oggi è il turno di oggi è il turno di Marco d’Angelo (Lo Spazio Bianco).
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Marco d’Angelo si occupa di critica e divulgazione dei comics da oltre dieci anni. Ha tenuto seminari sul fumetto in Italia e Svizzera e, attualmente, collabora con la Scuola Internazionale dei Comics. Fa parte del team de “Lo Spazio Bianco” dal 2009 e, all’interno del nostro network, porta avanti anche il blog Sono fumetti.

Che senso ha per te scrivere una recensione, quali sono le tue motivazioni e i tuoi obiettivi?
Tutto parte dal piacere di lettore e dall’amore per il fumetto. Perché rido fino alle lacrime, ogni volta che torno nel villaggio dell’Armorica con Asterix e Obelix? Perché – anche se l’ho avrò riletto già decine di volte – ho i brividi quando Corto Maltese si congeda da Pandora? Com’è che quella particolare vignetta, in cui Wolverine riemerge con gli artigli sguainati dalle acque putride di un sotterraneo, mi provoca farfalle nello stomaco? Come mai, l’altra sera, dopo aver finito l’ultimo racconto di Gipi, sono rimasto per un tempo indefinibile sdraiato sul letto nel buio, a fissare, con gli occhi umidi, il soffitto?
Ecco, provare a capire meglio come tutto questo “funzioni”, inevitabilmente, significa per me studiare i fumetti, analizzarne l’evoluzione, indagarne i dispositivi. E, da lì, deriva anche la necessità di scriverne: post, articoli, saggi, recensioni… L’abito editoriale mi interessa il giusto: più che altro amo la possibilità che il testo critico mi offre, dare un senso organizzato alla riflessione e confrontarmi con altre persone appassionate dell’argomento.
C’è una frase di Umberto Eco – mi è capitato di citarla in diversi articoli e seminari sul fumetto – che amo e che esemplifica quest’approccio: “Se il Corsaro nero piange, guai all’infame che sorride. Ma guai allo stolido che si limiti a piangere. Bisogna anche smontare il congegno”.

Dai tuoi riscontri e discussioni, quale è secondo te il maggior fraintendimento intorno alle recensioni?
Non so se chiamarlo fraintendimento, può anche essere che sia io a “fraintendere” il senso di quello che facciamo noi qui su Lo Spazio Bianco e altri altrove. Però c’è, sostanzialmente, un orientamento che vedo praticato in molte recensioni e in cui non mi riconosco.
Si tratta dell’idea che la recensione debba essere uno strumento di promozione dei buoni fumetti. È ovvio che, parlando di testi estetici – fumetto, letteratura, cinema, musica, etc. – tutti tendiamo a privilegiare il racconto delle cose che ci emozionano. Ma dovremmo aver sempre chiaro la differenza tra analisi critica e marketing editoriale. Una volta mi sono divertito, per esempio, a cercare di ricostruire perché un fumetto era definito “cult” in taluni articoli e, scavando, veniva fuori che tutto nasceva da un comunicato della casa editrice. Un recensore non dovrebbe essere un’estensione degli uffici stampa e nemmeno il press agent dei “bravi” autori. Altrimenti si finisce, soprattutto in rete, per diventare il “tripadvisor” del fumetto.

Leggi molto altro oltre a ciò di cui scrivi: come scegli che cosa recensire? E il tuo approccio a un fumetto da recensire è diverso da quello che segui quando non pensi di recensirlo? Ovvero, esiste un “leggere per leggere” distinto da un “leggere per recensire”?
Ho letto e leggo molti più fumetti di quelli di cui riesco a scrivere, soprattutto negli ultimi anni. Ma anche quando, in particolare per Lo Spazio Bianco mi capita di leggere un fumetto di cui, in partenza, ho deciso di scrivere, l’approccio non cambia. Per stare alla tua definizione, cerco sempre di leggere per il gusto di leggere. È capitato ad esempio che, per “x” motivi, un impegno preso con la redazione di scrivere di un’opera sia venuto meno dopo la lettura del fumetto stesso. Purtroppo – magari si tratta di un limite personale – non riesco a ragionare e scrivere di cose che non mi abbiano stimolato già a una prima lettura, diciamo, “ingenua”.

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Fra gli interessi di Marco d’Angelo, un posto particolare lo ha sicuramente il fumetto seriale bonelliano, in particolare Tex. Marco d’Angelo, Tu mi chiedi chi era Tex.


Nel tempo, il modo in cui affronti una recensione è cambiato? Se sì, in che cosa e perché?
Se per “modo” vogliamo intendere gli strumenti che adotto nella analisi, direi che rimangono, più o meno, sempre gli stessi. Per usare una etichetta culturale, parlerei – con tutta la modestia del caso, visto che non sono un accademico – di un approccio semiotico che si rifà alla lezione di Umberto Eco e, più in particolare, al metodo di Daniele Barbieri. Pur rispettando altri modi legittimi di affrontare l’analisi del fumetto, per me questo “sguardo sul testo” resta il più idoneo a interpretare le opere, senza stravolgerne l’identità.
L’altro elemento importante è che, mentre studiavo le narrazioni a fumetti, mi sono ritrovato, per qualche anno, anche a praticare il mestiere di sceneggiatore, nell’ambito “limitrofo” dell’animazione. Questa esperienza mi ha portato a rivedere alcuni assunti teorici o, per meglio dire, a ricalibrarli, in particolare nella analisi del fumetto seriale. Sta di fatto che, anche un pezzo di poche righe, risulta per me sempre il frutto di un faticoso approfondimento. Non di rado, persino in coda ai post del blog che tengo su Lo Spazio Bianco, Sono fumetti, si trovano riferimenti bibliografici vari (saggi, articoli, etc.). Non lo faccio per “snobberia” intellettuale (“guarda quante cose so…”), ma per rispetto verso le storie su cui scelto di riflettere.


Un contributo disneyano: Marco d’Angelo, Gli altri Paperoni: a scuola dal Prof. Guido Martina.

È più difficile scrivere di opere imperfette/mal riuscite o di opere ben riuscite, senza particolari difetti?
Non so dare una risposta univoca. Quando ero più giovane, ero convinto – come lo si è generalmente in quelle fasi della vita in cui i convincimenti ideali sovrastano le esperienze concrete – che l’integrità del “C”ritico imponesse di individuare i limiti delle opere oltre che i pregi. Oggi mi reputo meno “giacobino”.
Così come non vedo nella recensione uno strumento promozionale dell’opera, allo stesso modo non credo che una critica debba diventare la nota di uno story-editor e nemmeno la pagella del maestro di scuola. Si può anche riflettere sull’imperfezione di un’opera, a patto che la discussione attenga i linguaggi del fumetto, ovvero che si parta da un singolo esito espressivo per affrontare temi più generali. Diversamente, il rischio – ripeto – è quello di diventare una sorta di “Comics-advisor” in cui tutto si riduce a quante stelline mettere alla sceneggiatura, quante al disegno etc. E su questo, permettimi, una chiosa, per quanto possa suonare antipatica verso alcuni colleghi.
Mi capita a volte di leggere in certe recensioni, frasi buttate lì come “la sceneggiatura non funziona”. Ora, visto che dall’altra parte, ci sono persone che vivono di fumetto e lo fanno sulla base di serio studio, lungo apprendistato e sicura passione, dobbiamo loro un rispetto di fondo. Posso anche affermare come recensore che “la sceneggiatura non funziona”, ma questo impone che abbia un’idea precisa di cosa sia una sceneggiatura. Come dicevo, io ho avuto anche la fortuna di farlo quel mestiere per qualche anno e so quanto lavoro c’è dietro. Ma aldilà dei percorsi personali, quello che conta è lo studio. Vuoi parlare di sceneggiatura nella recensione? Bene, mi aspetto almeno che tu prima abbia letto manuali di scrittura e sceneggiature, che abbia “scalettato” delle storie per capirne gli elementi e che, per esempio, conosca la differenza strutturale tra lo script “leggero” di un fumetto americano e la sceneggiatura “di ferro” di un albo Bonelli… Lo stesso discorso vale – amplificato direi – per la rappresentazione e la grafica.
Tutto questo, se possibile senza prendersi troppo sul serio. Ricordo una volta, alla fine dell’intervista di un cartoonist, di aver magnificato la bellezza di una sua pagina in cui il l’oscurità progressivamente “inghiottiva” figure e vignette. Gli chiesi se, con quell’espediente grafico, avesse voluto sottolineare il passaggio del protagonista dal bene al male. Lui scrollò le spalle divertito: “Veramente, avevo solo la necessità di bilanciare il bianco e il nero nella tavola”.

MARCO D’ANGELO

Cresciuto a pane e Goldrake, si è laureato in Comunicazione con una tesi in semiotica dedicata al fumetto seriale. Ha curato con Lorenzo Cantoni la voce “Comics. Semiotic Approaches” della Encyclopedia of Language & Linguistics (Elsevier Press, 2005). In passato ha anche lavorato come sceneggiatore per due serie d’animazione trasmesse dalla RAI (“Clic & Kat”, “I Saurini e i viaggi del meteorite nero “).

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