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Brian Michael Bendis: uno sceneggiatore indipendente prestato alle grandi major

15 Maggio 2026
Due chiacchiere con il papà di Miles Morales tra esordi, carriera e le collaborazioni con i disegnatori.
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Abbiamo avuto l’occasione di fare una breve chiacchierata con Brian Michael Bendis durante la Milano Games Week & Cartoomics del novembre 2025, parlando dei suoi esordi come creator owned e come si è evoluta la sua carriera.

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Buongiorno Brian Bendis e grazie per il tuo tempo. Ci piacerebbe partire dai tuoi inizi alla fine degli anni ’90, in un periodo di grossa fibrillazione del mercato statunitense. Hai iniziato con i tuoi lavori creator owned per Caliber Comics, esperienza che in varie occasioni hai ricordato con sentimenti misti. Cosa ricordi di quel periodo, della tua volontà di entrare in questo settore e di scrivere fumetti, nonostante un momento non idilliaco dell’industria?
Da piccolo ho scoperto i fumetti e ho scoperto che c’è qualcuno che lo faceva come lavoro. Cioè, il lavoro è quello di far sentire come mi sento quando leggo un fantastico fumetto. Così ho deciso: questo sarà il mio lavoro. E ho trascorso tutta la mia infanzia, adolescenza e gli anni del college concentrandomi solo sul cercare di realizzare questo obiettivo. Attraverso questo viaggio alla ricerca e alla scoperta di questo mestiere ho capito di essere uno scrittore di crime story e di amare questo genere. I miei obiettivi sono cambiati con l’età, ma il mio desiderio di fare fumetti non è che aumentato col tempo.
Poi sono andato al college e ho incontrato alcune persone a cui piacevano i fumetti e sono andato a un paio di fiere. Poi ho incontrato persone come David Mack e Mark Bagley e ho pensato: “Queste sono le persone giuste per me. Questi sono i miei amici e la mia famiglia.” Erano tutti molto diversi da me, ma allo stesso tempo anche molto simili. Volevamo tutti la stessa cosa, anche se provenivamo da luoghi molto diversi. Ci siamo incontrati e abbiamo pensato: “Oh, bene, qualcuno come me”. Sapevo solo che volevo fare fumetti e poi ho incontrato i miei amici che volevano fare fumetti, così mi sono detto: “Voglio solo fare fumetti con i miei amici!”. Ci aiutavamo a vicenda e ci ispiravamo a vicenda. E così sono stati per me tutti gli anni ’90. Nel frattempo mandavo continuamente proposte in Marvel e DC e poi, proprio quando ho pensato: “Perché sto disturbando Marvel e DC? Non faccio quello che fanno loro. Smettila di mandare loro materiale!”, mi hanno chiamato loro. Ho trascorso tutti gli anni ’90 scrivendo, disegnando e progettando i miei libri. E per gran parte del tempo pensavo che sarei diventato un fumettista. Non ho frequentato una scuola di scrittura, ho frequentato una scuola d’arte davvero prestigiosa e ho faticato molto durante tutto il percorso. Non sono un disegnatore fluido come lo sono come scrittore. Non mi sento naturale. I miei amici hanno un talento artistico naturale, ma per me è sempre stata un po’ una lotta, ma mi piaceva molto. Non ho smesso e continuerei a farlo, se non fosse stato per questa deviazione che mi ha portato a lavorare con tutti questi grandi artisti. Ma all’epoca avevo deciso di imparare da solo tutto sui fumetti, così da essere in grado di disegnarli. Mi sono detto: “Devo imparare a scrivere per avere qualcosa da disegnare. E devo imparare a scrivere i testi perché non posso permettermi un letterista.” Quindi ho semplicemente imparato a fare tutto. E lo dico a quasi tutti i creatori che incontro: imparate tutto. Anche se vuoi essere uno scrittore e non vuoi disegnare, dovresti comunque disegnare alcune pagine, perché devi imparare a capire cosa stai chiedendo come scrittore. Devi imparare a conoscere lo spazio della pagina, cosa può contenere. Sono uno scrittore migliore per i letteristi perché ho letterato le mie cose. So cosa sto chiedendo ogni volta che chiedo a qualcuno di fare qualcosa, e non perché lo so in astratto. Lo so grazie al sangue, al sudore e alle lacrime che ho versato facendolo io stesso. E so che questo rende la mia comunicazione più chiara e rispettosa.

Hai lavorato con tantissimi disegnatori con stile molto diversi tra di loro. Questo cambia il tuo modo di scrivere e il tuo approccio?
Assolutamente. C’è un livello base che mi caratterizza come scrittore. Ma l’ho imparato e l’ho capito dai miei eroi. Poi, quando ho iniziato ad applicarlo direttamente, ho capito che era lì che potevo davvero portarlo a un altro livello. Quando scrivo per Alex Maleev, non gli dico: “Alex, ecco cosa ho pensato”. Penso a come disegnerebbe Alex. Penso a lui e al suo mondo di fare le cose, a quanti riquadri ci sono in ogni pagina. E a come sono le ombre nel suo mondo. A come sono i disegni nel suo mondo e scrivo tenendo conto di tutto questo. Egoisticamente, questo mi rende uno scrittore più versatile. È come se mi costringessi a uscire continuamente dalla mia zona di comfort: mi circondo di artisti eccellenti che sono più bravi di me, così mi sento di dover scrivere meglio di quanto non faccia. E loro mi ispirano cose che so per certo che non sarei in grado di ottenere da solo. È difficile da descrivere. C’è Stan Lee e c’è Jack Kirby. Ma poi ci sono Stan Lee e Jack Kirby come se fossero una terza entità. E insieme non si tratta soltanto di sommare un genio a un altro genio, ma è qualcosa di più. Ci sono John Lennon e Paul McCartney. E Poi ci sono Lennon e McCartney: è una cosa diversa. Lo stesso vale per Alex Maleev, David Mack, Mark Bagley, Sara Pichelli. Divento una persona diversa. Una persona che mi piace molto. Sono davvero orgoglioso di quella persona. Sto raggiungendo cose che so di non poter raggiungere se non stando sulle spalle di ognuno di loro. E ne sono grato. Negli anni ho imparato a trattare queste relazioni con lo stesso rispetto con cui tratto il mio matrimonio. Ci lavori, lo ami, lo rispetti, lo celebri e non lo dai mai per scontato.

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In tanti hanno definito questo tuo stile “decompresso”, con una accezione a volte anche dispregiativa. Cosa ne pensi di questa definizione?
Non l’ho mai vista in questo modo. So che quel termine mi viene applicato e lo trovo divertente perché qualcuno direbbe: “Oh, lui decomprime quella storia in modo che possa essere divisa in sei numeri” mentre io penso: “Credevo di aver stipato sei numeri di storia in quella sceneggiatura”. A me pare il contrario ma capisco perfettamente perché. Mi prendo il mio tempo con una scena e lascio che si dipani, perché le emozioni sono più importanti. Le scene di combattimento sono fantastiche. Le adoro e mi ci diverto un sacco. Me nelle scene emotive tra due personaggi non c’è davvero alcun motivo per non esplorarla il più profondamente possibile. È uno dei momenti magici. Il vostro sito si chiama Lo Spazio Bianco. Quello è l’arte invisibile della pagina dei fumetti, quello spazio tra i riquadri che permette al lettore di connettersi ed entrare in contatto emotivo. E di essere parte della storia. Di essere parte della voce della storia. Una cosa che rispetto profondamente. Quindi se due personaggi stanno vivendo un momento di connessione emotiva, non voglio interromperlo per una scena di combattimento. Lascia che si svolga. Lascia che accada. Lascia che ti sorprenda. Questi sono i miei momenti preferiti.

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Il tuo lavoro su Avengers e su Ultimate Spiderman in Marvel ha rappresentato grandi cambiamenti, che hanno conquistato nuovi lettori. Era il tuo principale obiettivo, ti aspettavi questa risposta?
Onestamente no. Quello che faccio e che consiglio a tutti i creatori e di rimanere concentrato sull’idea di fare il miglior lavoro possibile. Racconta semplicemente la storia migliore che ti viene in mente senza perderti nei meandri della tua eredità o di ciò che potrebbe essere. È un sogno. Non puoi farci niente. Ma davvero, ho imparato che se scrivo qualcosa che mi sorprende e mi delizia, da solo in una stanza, da lì può solo crescere. Non lo vedo come reinventare qualcosa. Lo vedo come stare sulle spalle dei nostri eroi che hanno fatto un sacco di cose fantastiche. Come quando abbiamo preso il controllo degli Avengers e alla fine abbiamo dato il via a un ciclo di eventi (come Civil War) che non si vedevano da molto tempo. Ma c’era un motivo per cui molti dei nostri eroi hanno fatto parte di questi eventi. Quando siamo tornati a pensare di realizzare simili eventi ci siamo chiesti: ok, cosa ci piaceva di quei crossover? Facciamo solo quello, ed ecco perché Civil War Secret Invasion sono stati una vera celebrazione di ciò con cui pensiamo di essere cresciuti. Quindi non è stato come reinventare qualcosa. Anche Ultimate Spider-Man: tutto quello che vedo è che Walt Simonson aveva già fatto tutto per primo. E Alan Moore l’aveva fatto. Noi stiamo solo celebrando questo e vedendo cosa possiamo farci.

Negli anni sei tornato a progetti creator-owned. Quali sono i tuoi piani in proposito?
Uno dei motivi per cui ho deciso di lasciare i fumetti sui supereroi per un po’ è stato il mio cinquantesimo compleanno. Per quanto tutto fosse fantastico, con Miles Morales e tutto il resto, ho fatto il punto della situazione e mi sono chiesto: cosa farei di diverso? Per cosa sono arrabbiato con me stesso? E la risposta è stata che non avevo creato abbastanza cose davvero nuove. E grazie a Miles e Jessica Jones avevo avuto molte opportunità per provarci. Quindi mi sono detto: “Cavolo, se non ci provo adesso, sarò davvero arrabbiato con me stesso”. Così ho colto l’occasione per Joy OperationsMasterpiece e la nuova Powers. E ho una serie intitolata Phenomena che pubblichiamo alla Abrams (in Italia esce per Panini), di cui sono davvero super orgoglioso. È proprio un dono. II fatto che io possa provare queste cose nuove e tornare a fare qualcosa di bello anche con Sara fa parte del dono che Miles Morales ha portato nella mia vita. Quindi penso che fare cose nuove nel mondo mi renda molto, molto felice. È molto spaventoso. Non smette mai di essere spaventoso. Non riesco a crederci: pensavo che alla fine non sarei più stato terrorizzato ogni volta che usciva un nuovo libro. Invece no, lo sarò sempre. Siamo in una cultura strana in cui vediamo continuamente un sacco di IP che non fanno che ripetersi. Ed è fantastico, ma penso che alla fine arriverà una nuova ondata di: “Ehi, dove sono le novità?”. E allora io sarò pronto.

Intervista tenutasi dal vivo alla Milano Games Week & Cartoomics 2025

Brian Michael Bendis

Sceneggiatore americano vincitore di svariati premi, tra cui 5 Eisner, e il cui lavoro in Marvel nei primi anni 2000 ha avuto un enorme impatto sul fumetto statunitense: dalla lunga run su Devil – soprattutto in coppia con il disegnatore Alex Maleev – a quella sui Vendicatori, per i quali orchestra tra le altre cose la miniserie Civil War, passando per la creazione dello Spider-Man dell’universo Ultimate. Conclusi i 200 episodi del “Peter Parker” alternativo, ne crea anche il successore in coppia con la disegnatrice Sara Pichelli: Miles Morales. Oltre al lavoro in Marvel realizza diverse serie e miniserie per Image – come Powers o alcuni spin-off dello Spawn di Todd McFarlane, HellSpawn e Sam&Twitch – e altri editori, oltre a nuovi lavori in creator-owned dopo un recente periodo al lavoro su personaggi DC Comics come Superman.  

Paolo Ferrara

Paolo Ferrara

Nato a Bologna, classe 1977, svolge diversi mestieri e frequenta corsi di fumetto, teatro, doppiaggio e un Master in Tecniche della Narrazione presso la Scuola Holden di Torino. Insegna storytelling per varie realtà e associazioni e ha una cattedra di Storytelling per i Media presso IAAD Torino e Bologna.

Come freelance sceneggia (per cortometraggi, Mediaset, videogame per Tiny Bull Studios e qualche fumetto web), ha pubblicato opere di narrativa e narrativa per bambini ( Saga Edizioni, Epika Edizioni, La Strada di Babilonia, Delos Books, Milena Edizioni e Kalimat Group – editore degli Emirati Arabi Uniti- ).

Da più di 15 anni è conduttore e autore radio/podcast ( RadioOhm / SonoCoseSerie) e collabora come recensore e articolista per diverse riviste digitali e non (tra cui Lo Spazio Bianco).

È sceneggiatore della serie Chimere sull'app Jundo Comics e ha diversi progetti in arrivo in vari media: qualunque cosa pur di raccontare storie.

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