Ascoltare i fumetti, guardare i suoni

Ascoltare i fumetti, guardare i suoni

Si può ascoltare un fumetto? Sì, se qualcuno te lo legge a voce alta, si potrebbe rispondere con una boutade.

In effetti, stando alla fredda anatomia dei segni, i comics non hanno suono e – lo sappiamo tutti, devo reinventarsi diversi modi grafici (balloon, onomatopee, etc.), .), a volte molto elaborati, per restituire sul foglio di carta la complessità sonora del mondo reale, fatta di rumori e voci.

Di fronte a una tavola come questa di Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo – tratta dalla serie Tom’s Bar –  mi viene da riflettere su come, nella laboriosità di questa simulazione grafica del suono, risieda molto del fascino dei linguaggi del fumetto.

Guardiamola dall’inizio:

C’è una canzone in sottofondo

Perfino per me che sono fermo al solfeggio di scuola media di trent’anni fa, quelle cinque lunghe linee orizzontali, sormontate da lettere sfalsate al posto delle classiche note, offrono la percezione efficace di uno spartito e di una melodia armoniosa. Non è indispensabile – almeno a una prima lettura – conoscere la canzone. Per inciso si tratta di Oh lady be good, melodia di George Gershwin, diventata celeberrima nell’interpretazione di Fred Astaire negli anni Venti a Broadway e rinverdita poi in un musical del 1941  (epoca in cui è ambientata la storia).

Lo spartito fa, in questo caso, quello che a nessun segno del fumetto di solito è permesso fare: sfuggire al limite invalicabile del bordo vignetta, tracimare su lo spazio bianco tra i diversi “quadretti”. La traiettoria visiva che le linee ci invitano a seguire  si configura come una vera e propria colonna “audio” del racconto visivo.

Le linee dello spartito rafforzano lo stretto senso di continuità tra le vignette. Ci suggeriscono, assieme alle figure e ai gesti rappresentati all’interno di ogni singolo quadro, che, in questo caso, gli spazi bianchi tra una vignetta coprono intervalli di tempo ridottissimi. In sostanza, la colonna “sonora” rafforza l’effetto di scena: ovvero l’unità di spazio, tempo e azione che contraddistingue questa porzione di racconto.

Per la verità, di pari passo alla melodia, le prime due vignette della pagina dovrebbero esibire un altro suono:

Il rumore dello straccio

Il barista – il Tom titolare del bar e della serie – prima lo strizza e poi lo passa, con meticolosa attenzione, sul pavimento del locale. Gesti che suggeriscono la presenza di un rumore ma di cui nessun segno grafico porta traccia. Si può dire questo suono non ci sia? Non proprio. Più che altro è una questione di economia espressiva, per un medium che, con molta più disinvoltura linguistica dell’audiovisivo, può modulare la presenza (ovviamente simulata) dei rumori secondo necessità narrativa.

Questo accade in particolare nello stile di un disegnatore straordinario come Ivo Milazzo che della sintesi grafica ha fatto un elemento distintivo. Il rumore dello straccio non “merita” un’onomatopea perché resta un tratto sonoro secondario rispetto alla storia. In questo caso, sta al lettore identificare e immaginare quel rumore di fondo, esattamente come fa magari con le voci dei personaggi, rispetto ai balloon.

E poi, nella terza vignetta, arriva invece una classica, poderosa, onomatopea…

Un campanello che fa DLEN

L’onomatopea riempie buona parte della terza vignetta. Addirittura la rappresentazione del suono divide equamente lo spazio disegnato con l’oggetto che produce il suono stesso, il campanello. Pensateci, se fossimo in un film, quello scampanellio avrebbe un’incidenza relativa, sarebbe un elemento sonoro tra gli altri per quanto importante nel segnalare l’apertura della porta e l’evoluzione degli eventi. In questa pagina di fumetto, invece, quel DLEN diventa qualcosa di assoluto. Qualcosa con cui il nostro sguardo non può che fare i conti in modo dirompente.

Ancor prima che per la sua funzionalità figurativa, l’onomatopea aggancia in modo plastico l’occhio del lettore perché costituisce una discontinuità  rispetto al flusso delle vignette precedenti, dove la componente verbale (il testo della canzone) e quella figurativa erano divise con ordine. Il DLEN rompe questo ordine visivo e aggredisce il bordo della vignetta: sembra sul punto di scavalcarlo… Così facendo, suggerisce che qualcosa di importante stia per accadere nel racconto.

Ed accade, a vig. 4 quando l’attenzione di Tom il barista (e di noi lettori) si sposta sulla porta ora aperta. Grazie alla dinamica di ripresa “simil cinematografica” di campo/controcampo, da vig. 4 si passa a vig.5, dove lo sguardo di Tom si lega e si risolve nell’apparizione della lady in penombra sull’uscio.

Guardate come il dislocamento e la diversa taglia delle due vignette contigue, ci permetta di cogliere anche l’angolo di ripresa della scena nei termini di una diagonale visiva che sale dall’angolo in basso a sx, all’angolo in alto a dx. L’uomo, ancora carponi sul pavimento, deve alzare gli occhi per vedere la donna in piedi davanti a lui.

E se la ripresa dal basso verso l’alto sembra suggerirci un implicito rapporto di forza tra i due protagonisti della scena, il testo della canzone in didascalia assume il peso di una struggente rima (“audio”)visiva:

so lady be good to me – Signora sii buona con me

In sottofondo, Fred Astaire non ha mai smesso di cantare. Eppure, nelle ultime due vignette descritte, ogni suono sembra diventare del tutto superfluo. A prevalere è il muto e mutuo guardarsi dei personaggi.  A prevalere è…

Un silenzio fragoroso

Mi rendo conto che l’ossimoro non è granché originale, tuttavia lo trovo perfetto per descrivere la condizione espressiva di questa pagina e, in un certo senso, dei linguaggi del fumetto tout court.

Perché, a ben pensarci, nei comics, tra tanti suoni simulati, l’unica condizione naturale è quella del “non suono assoluto”, del silenzio. Silenzioso è il rapporto che unisce il nostro sguardo di lettori alla pagina disegnata, silenzioso è il percorso emozionale che l’occhio insegue interpretando i segni. Tutta la complessa impalcatura di rappresentazioni grafiche del suono descritte in precedenza non fa altro che sovrapporsi a questa condizione imprescindibile.

Per dirla in termini (appunto) musicali, la simulazione del suono del fumetto è questione di “battere e levare”. La polifonia modulata  del racconto grafico permette di rappresentare in una vignetta tutti i suoni del mondo e, in quella successiva, istantaneamente di azzerarli. Sull’efficacia di onomatopee e altri dispositivi potremmo a lungo discutere, ma vi sfido a trovare silenzi altrettanto intensi di quelli presenti nelle due vignette finali della tavola di Berardi e Milazzo.

Sono “silenzi da fumetto”, assoluti e incommensurabili per qualsiasi orologio, che ogni lettore scandisce secondo il proprio tempo interiore di lettura, secondo il ritmo dell’emozione.