Cosa vuoi che sia una recensione: Enrico Azzano

Cosa vuoi che sia una recensione: Enrico Azzano
Forme, sfide e senso delle recensioni secondo chi le scrive: oggi è il turno di Enrico Azzano.

Enrico Azzano è un critico onnivoro: la sua passione per il Cinema si nutre di qualsiasi genere e la troviamo anche nella cura e nella ricchezza di spunti che le sue recensioni ci offrono. È co-fondatore e direttore editoriale di quinlan.it, che propone critica cinematografica online dal 2013.

Che senso ha per te scrivere una recensione, quali sono le tue motivazioni e i tuoi obiettivi?
Senso, motivazioni e obiettivi cambiano a seconda della testata e dei lettori. Anche se lo sguardo resta quello, non c’è e non ci può essere una recensione standard: un trafiletto vagamente analitico su un film dimenticabile ha ben pochi punti in comune con una recensione di ampio respiro su un titolo di grande richiamo o un classico del cinema – ma questo è ovvio. Ed è ovvio che scrivere de Il settimo sigillo per una rivista di critica cinematografica sia più stimolante e molto più complesso di un box di poche righe su Bride Wars – La mia migliore nemica per una rivista generalista. Però gli strumenti restano gli stessi e, con le dovute proporzioni, il tentativo è più o meno sempre quello: provare a individuare delle chiavi di lettura, cercare di inquadrare il film nel suo contesto produttivo, storico, autoriale, di genere e via discorrendo.

Enrico Azzano, 1917 di Sam Mendes, Quinlan, 2020.

Dai tuoi riscontri e discussioni, quale è secondo te il maggior fraintendimento intorno alle recensioni?
Il giudizio. Il grande fraintendimento è il giudizio, il voto, la stellina, il cuoricino, il faccino sorridente o imbronciato. Non sono contrario al giudizio/voto, che ritengo un’indicazione utile, ma dovrebbe essere l’ultima delle preoccupazioni. Il problema non è mettere 10 a L’uomo che uccise Liberty Valance o 4 ad Alex l’ariete. L’obiettivo di una recensione dovrebbe essere l’analisi, la contestualizzazione. E questo dovrebbe essere anche l’obiettivo del lettore, che a una recensione dovrebbe chiedere anche spunti e riflessioni, maggiori informazioni, collegamenti con altri titoli e tutto quel che segue.
In generale, si è un po’ perso il gusto e il senso della critica (non solo cinematografica). Si procede a contrapposizioni, schieramenti, inneggiando al capolavoro o al disastro. Post di due righe, tweet e cuoricini confluiscono in una sorta di visione unica, come se l’obiettivo finale fosse un giudizio definitivo, immutabile, privo di sfumature – dimenticando, tra l’altro, che non esiste un solo modo di fare cinema, di guardarlo, di leggerlo e raccontarlo.

Guardi molto altro oltre a ciò di cui scrivi: come scegli che cosa recensire? E il tuo approccio a un’opera da recensire è diverso da quello che segui quando non pensi di recensirla? Ovvero, esiste un “guardare per guardare” distinto da un “guardare per recensire”?
Sono onnivoro. Guardo un po’ di tutto, spesso in maniera randomica. Negli ultimi giorni ho divorato alcune serie (Haikyu!!, I Am Not Okay with This, Hollywood, Tales from the Loop…), ho inanellato improbabili thriller iberici e qualche horror scalcagnato, ho spulciato in lungo e in largo tra le proposte della Cineteca di Milano, ho rivisto alcuni film per poi recensirli. In realtà, scrivo poco, pochissimo rispetto al volume delle cose che vedo, ma il modo di guardare resta sempre quello, una sorta di “guardare per potenzialmente recensire” (o per finire in un saggio, in un libro ecc). Poi quel potenzialmente si trasforma spesso in un mai, ma questo è un altro discorso.
La scelta delle recensioni dipende da molti fattori: sono a un festival? Sono a un festival da solo o la redazione è al completo? Mi hanno chiesto un pezzo da un’altra testata? In linea generale, mi concentro su cose che mi interessano, che penso di poter affrontare dignitosamente, altrimenti passo la mano e cerco di aggiornarmi per la prossima occasione.
Uno dei lati positivi della critica è che non c’è un traguardo, una fine. I film sono tantissimi, gli studi si moltiplicano, i generi evolvono, i nuovi registi crescono come funghi. Noi possiamo cercare di colmare lacune, di recuperare il recuperabile: internet ci aiuta molto, ma ci mette anche di fronte a quella mole disumana che è il cinema e, più in generale, l’audiovisivo.

Enrico Azzano, Fuga per la vittoria di John Huston, Quinlan, 2020.

Nel tempo, il modo in cui affronti una recensione è cambiato? Se sì, in che cosa e perché?
Prendevo valanghe di appunti, adesso meno. A volte guardo e basta, ma ho sempre con me penna e quadernetto. È una sorta di coperta di Linus. Ho sempre ritenuto molto utile il confronto con i colleghi, con quello che hanno scritto o che pensano. Preferisco lasciar sedimentare un po’ le idee e i dubbi, anche qualche giorno, ma non sempre è possibile: ai festival, ad esempio, bisogna tenere un ritmo elevato e a volte mi ritrovo a scrivere di getto, appena uscito dalla sala.
Col tempo cambiano molte cose, si spera in meglio. Mi sembra di affrontare le recensioni con maggiore consapevolezza: accumulo visioni, letture, colmo lacune, allargo lo sguardo. O almeno ci provo. Aiuta anche il lavoro di selezione o giuria per i festival. Mi piace pensare che abbia inciso anche la nascita di mio figlio, la necessità di condividere con lui – piccolo cinefilo – un percorso comune di visioni. Cambiare prospettiva è utile, ci si focalizza su altri aspetti.

È più difficile scrivere di opere imperfette/mal riuscite o di opere ben riuscite, senza particolari difetti?
Le varianti sono quasi infinite. Un film disastroso può essere molto stimolante, ma è una questione soggettiva. E non serve un capolavoro per scrivere una bellissima recensione. In questo senso, mi è rimasta impressa la recensione di Tartarughe Ninja – saranno passati cinque o sei anni – scritta da Sergio Sozzo per Sentieri Selvaggi. Ecco, questa recensione è un’ottimo esempio di critica cinematografica, di come secondo me si dovrebbe affrontare una pellicola commerciale.
Che poi, alla fine, il punto di partenza per scrivere di Malick, Liebesman o Nando Cicero è sempre lo stesso: sedersi davanti allo schermo, alzare lo sguardo e osservare. Dal basso verso l’alto. Mai il contrario.

Enrico Azzano, Promare di Hiroyuki Imaishi, Quinlan, 2020.

ENRICO AZZANO

È nato a Rovereto nel 1972, socio del SNCCI, selezionatore del Trento Film Festival, è cofondatore e direttore editoriale di Quinlan.it. Collabora con testate cartacee e online e con alcuni festival. Ha curato i volumi e le rassegne Nihon Eiga. Storia del Cinema Giapponese dal 1970 al 2010 e Nihon Eiga. Storia del Cinema Giapponese dal 1945 al 1969 e i volumi Satoshi Kon. Il cinema attraverso lo specchio e Studio Ghibli. L’animazione utopica e meravigliosa di Miyazaki e Takahata. Ha partecipato a opere collettanee su Shin’ya Tsukamoto, Sidney Lumet, M. Night Shyamalan, Rob Zombie, Ridley Scott, il cinema di fantascienza e l’animazione giapponese.


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