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SM50: Le tre (per ora) vite cinematografiche dell’Uomo Ragno

 

L’Uomo Ragno

L’Uomo Ragno è forse il personaggio marveliano con cui, alla sua apparizione, si è maggiormente concretizzato il distacco dalla formula supereroistica sino ad allora imperante. Con massicce dosi di melodramma, di sentimentalismo da feuilleton (qualcuno ha nominato la zia May?) e di commedia sentimentale giovanile, l’Uomo Ragno ha rappresentato un ibrido che, soprattutto nei primi anni, ha fatto saltare il tavolo delle convenzioni ricreandone poi, inevitabilmente, delle altre. Personalmente, sono rimasto affezionato all’Uomo Ragno di perché graficamente lontano dall’ipertrofia muscolar-spettacolare che sarebbe diventata preponderante nell’universo Marvel (ma, sotto questo aspetto, anche l’Uomo Ragno perfettino e pettinatissimo di John Romita1, pur se graficamente più banale, era gradevolissimo ed esente da critiche) e perché, narrativamente, non aveva ancora ripiegato sui difetti tipici della serialità, vale a dire l’iterazione estrema delle tematiche con il correlato corollario dell’enfasi con cui si è sempre cercato (vanamente, direi) di combatterla. Ma è normale che, a forza di attingere allo stesso pozzo, l’acqua (delle idee) si esaurisca e quel che resta è la fidelizzazione degli appassionati e il disincanto degli altri, attirati spesso con operazioni necrofile o di moltiplicazione. Ma chi si accontenta gode, come si sa. Chi non si accontenta gode lo stesso, forse, ma più raramente. Lasciando comunque il fumetto agli esperti, mi occupo ancora una volta di cinema.

 

La prima vita sullo schermo: la serie televisiva e i “film” che ne sono derivati

Come si sa, in principio fu la serie televisiva2, che, ovviamente, non è cinema, ma dato che l’opportunità fa il completista me ne occupo comunque, forte del fatto che da episodi di quella serie vennero tratti ben tre lungometraggi che da noi uscirono al cinema, come film veri e propri.

Il primo è, semplicemente, L’uomo ragno (1977), in sostanza il pilota della serie televisiva. La storia mescola le origini – assai semplificate – del super eroe a un’avventura decisamente vecchio stile. Un medico e un avvocato se ne vanno all’improvviso nel corso della loro attività, abbandonando paziente e tribunale senza dire una parola per dedicarsi a una rapina in banca e poi schiantarsi volontariamente contro un muro, lasciando che una coppia di malviventi si impossessi del bottino. Lo studente universitario (Nicholas Hammond), intanto, non riesce a convincere , il direttore del Daily Bugle, a comperargli le foto con cui spera di pagarsi gli studi.

Un misterioso criminale chiede alla città cinquanta milioni di dollari per evitare che altri dieci onorati cittadini, inconsapevolmente sotto il suo controllo, si tolgano la vita. Il Daily Bugle si butta a pesce sul caso.

Peter vorrebbe trarne spunto per le sue foto, ma, mentre è con un suo amico studente nel laboratorio universitario, alle prese con apparecchiature atomiche, viene morso da un ragno casualmente contaminato dalle radiazioni. La conseguenza – come potete immaginare – è che Peter sviluppa poteri incredibili: l’Uomo Ragno è in città! Attraverso il suo nuovo alter-ego mascherato, Peter trova la chiave per vendere le sue foto a Jameson usando, per maggiore spettacolarità e privacy, un costumino attillato. Nel frattempo il criminale prosegue la sua opera trasformando innocui professori universitari di lettere in rapinatori di paghe altrui. , nei panni dell’Uomo Ragno, ritiene di dedicarsi alla risoluzione del problema.

Lo spirito è quello tipico delle serie tv degli anni ’70, tra motivetti swingati e un’insostenibile leggerezza. Gli effetti speciali, prevalentemente ottici, sono in linea con le possibilità di un low budget dell’epoca e quindi non hanno molto fascino visivo, ma mantengono una loro efficacia rudimentale. Il pathos melodrammatico dell’origine dell’Uomo Ragno fumettistico è totalmente azzerato: niente zio Ben, niente senso di colpa, c’è solo la zia May, ma sta piuttosto bene, grazie.

Se vogliamo fare un paragone, lo spirito di questi telefilm non è lontano da quello delle strisce giornaliere – molto light – della coppia Lee-Romita, iniziate, non a caso, nel gennaio dello stesso anno in cui è partita la serie televisiva.
L’idea di avere stimati professionisti ridotti al ragno di ladri è l’unica distintiva della vicenda, per le possibilità, peraltro poco sfruttate, di dare un tono bizzarro e incongruo al procedere dei fatti. Qualche momento ironico anche se condotto senza troppa convinzione – come quando l’Uomo Ragno, in difficoltà, cerca invano di prendere un taxi – non ravviva la vicenda.
I personaggi sono spesso macchiette caricaturali, come il capitano Barbera della polizia, interpretato dal noto caratterista Michael (Mike) Pataki3, che si trova alle prese con dialoghi sub e post hard-boiled come questo: “Che cosa devo fare con questo Uomo Ragno? E che ne so? Sono un poliziotto, non un insetticida!”.

La storia procede con levità, tra apparecchiature pseudoscientifiche e organizzazioni criminali onnipotenti. Come ho già detto, ma repetita juvant, il contenuto melodrammatico dell’Uomo Ragno a fumetti, con i relativi e conseguenti sensi di colpa, è qui del tutto bypassato: nulla turba il tessiragnatele televisivo se non la mancanza di soldi, anche quella però ridotta a mera seccatura tragicomica. La zia May è una vivace e vitalissima signora lontana dal fragile simulacro sempre sull’orlo della morte che siamo abituati a vedere (sin troppo) nei fumetti. Neanche il conflitto permanente con il direttore del Daily Bugle è presente: qui il giornalista sembra più una versione amorfa di Perry White.

Thayer David interpreta il kingpiniano Mr.Byron

Insomma, tutto ciò che era tipico dell’Uomo Ragno è stato “normalizzato” per portarlo a conformità con uno schema più semplificato e accettabile dalla televisione.
Nicholas Hammond è un Peter Parker vitaminico e leggermente bolso, ma perfettamente in linea con l’atmosfera della serie. La doppia identità più a quella dei suoi fumetti è similare a quella Clark Kent/Superman, con il timido e inconcludente Parker a fare da contraltare dell’Uomo Ragno.
Anche l’antagonista è di basso calibro: un criminale corpulento in stile sub-Kingpinil signor Byron – che manipola le menti altrui con mezzi alla George Zucco, supportato da sgherri alla Little Italy e da mesti lottatori specializzati (poco) in arti marziali. La ragnatela sembra fatta di zucchero filato, ma l’intrattenimento non è inferiore a quello che si aspettavano i telespettatori dell’epoca.
A parte Hammond e Pataki, il cast è fatto di volti televisivi non troppo interessanti. Fa parziale eccezione Thayer David, che era sì un volto televisivo, ma aveva nel suo curriculum consistenti partecipazioni cinematografiche – tra cui il dittico Dark Shadows (La casa dei vampiri e La casa delle ombre maledette) ed era un attore generalmente vigoroso e incisivo, anche se non qui. L’attore sarebbe morto appena un anno dopo a soli 51 anni. Anche Lisa Eilbacher, di lì a poco in Ufficiale e gentiluomo e nel bronsoniano 10 minuti a mezzanotte, si nota con piacere, in un ruolo però davvero poco “scritto”.

Il secondo “film” è L’Uomo Ragno colpisce ancora (1979), composto da due episodi a continuazione della serie televisiva (intitolati The Deadly Dust e trasmessi nel 1978). L’Uomo Ragno salva una ragazza in procinto di suicidarsi e la consegna al capitano Barbera. A Miami, alla sede del Weekly Examiner, l’avvenente giornalista Gale Hoffman (Joanna Cameron) viene incaricata di indagare sulla misteriosa e spettacolare figura dell’Uomo Ragno. Intanto, all’Università di Peter, un professore intende sperimentare un nuovo tipo di reattore atomico. Gli studenti, Parker compreso, temono che l’ossido di plutonio necessario per l’esperimento possa essere rubato da malviventi per costruire una bomba atomica e comunque l’esperimento sia pericoloso, ma il professore è sicuro di sé e vuole procedere per dimostrare che si può produrre energia a poco prezzo. Parker pensa di scrivere un articolo e di farselo pubblicare da Jameson per creare un movimento di opinione contrario all’esperimento, ma a essere contrario è soprattutto Jameson, che invece lo presenta a Gale, venuta con l’intenzione di restare appiccicata a Parker per incontrare finalmente l’Uomo Ragno, dato che si sa che lui lo conosce. Solo che gli studenti contrari all’esperimento penetrano nel laboratorio del professore rubando l’ossido di plutonio con cui costruire una bomba atomica per dimostrare che si può effettivamente fare (lo so, è una idiozia, ma non ditelo a me). Del furto è però accusato l’Uomo Ragno e il losco signor White intende approfittarne per mettere le mani sul plutonio e venderlo a caro prezzo a fini terroristici.

In questo “film”, il burbero direttore del Daily Bugle è interpretato da un altro attore (Robert F. Simon, al posto di David White) e, anche se resta pur sempre un ruolo di maniera, è un po’ più focalizzato e definito nelle sue caratteristiche antiragno, oltre che reazionarie.
Ma è JoAnna Cameron che definisce e salva il film, con un’interpretazione ad alto tasso di sensualità pur senza far nulla di particolare, tranne che indossare, una volta, un bikini bianco in stile Ursula Andress. è una presenza magnetica ed è anche brava come attrice, sembra appartenere a una categoria a sé: certo, in un contesto fatto di prevalentemente di stracotti televisivi non è difficile emergere, ma lei sarebbe emersa comunque. Strano che non abbia fatto una grande carriera4. Il regista sa di avere una bomba per le mani: lo si capisce sin dal modo in cui la introduce nella scena del primo incontro con Peter.
Il ritmo del racconto è sempre rilassato e televisivo, ma la vicenda, benché assolutamente tranquilla e prevedibile, è un po’ più articolata e interessante, soprattutto nella parte relativa agli studenti idealisti, vittime delle loro malriposte ambizioni. Poco spettacolare, comunque: il massimo è uno scontro ambientato in un villaggio western hollywoodiano.

Un aspetto interessante – e tipico della Tv dell’epoca – è che i nemici dell’Uomo Ragno non sono super criminali in calzamaglia, ma criminali più o meno eccentrici, supportati da brutti ceffi con il minimo sindacale di pericolosità. Per esempio, il cattivo di questo film – interpretato, con gusto da gigione ma senza troppa efficacia, dal veterano Robert Alda5 – si veste interamente di bianco: insomma, non bizzarrie estreme, l’unico in calzamaglia è l’Uomo Ragno.

 Il terzo “film” è L’uomo ragno sfida il drago (1981), composto anch’esso da due episodi a continuazione della serie televisiva (intitolati The Chinese Web). Zeider (Richard Erdman) è un magnate di Hong Kong: lotta per un contratto di lavori pubblici da un miliardo di dollari. L’ostacolo è rappresentato da Min Lo Chan (Benson Fong), ministro per lo sviluppo industriale cinese, che per questo dev’essere eliminato, a New York dov’è andato in missione. Min Lo Chan, consapevole del pericolo, chiede aiuto al suo vecchio amico e compagno di studi universitari J.Jonah Jameson: deve trovare tre marines americani incontrati oltre trent’anni prima a cui aveva rifiutato notizie sull’esercito di Mao.

Ora è accusato in Cina d’aver invece fatto la spia per gli americani e lui li deve trovare perché sono i soli che possono negare il fatto e garantire la sua fedeltà alla patria. Jameson incarica Peter Parker perché ha recentemente fatto un articolo sui marines (grande referenza!). Naturalmente, ciò significa che anche l’Uomo Ragno è della partita. L’azione è piuttosto fiacca e gli scontri sono sempre più limitati a scazzottate con qualche scalcagnato criminale di piccola caratura, con cui l’Uomo Ragno non ha troppe difficoltà. Tutto è fin troppo facile e la figura del super eroe non è tanto diversa, costume a parte, da quella di uno qualsiasi degli agenti o dei detective che si occupano di vicende similari nei telefilm di quegli anni. La storia, in questo caso, non presenta alcun aspetto di interesse, ma, in compenso, è ricca di notevoli incongruenze.

Che un ministro cinese venga negli Stati Uniti a cercare la testimonianza di tre militari americani che lo scagionerebbe di fronte ai suoi colleghi cinesi è circostanza che sfida qualsiasi sospensione dell’incredulità.
Anche i cliffhanger cadono piatti: l’Uomo Ragno è in difficoltà sui binari della metropolitana mentre il treno arriva. Come farà a salvarsi? Facile, si alza e se ne va. Sai che suspense. Naturalmente, ci sono alcune scene di arti marziali, ma di livello modesto. L’ambientazione hongkonghese è limitata a qualche scorcio pittoresco e se non altro fornisce un benvenuto cambiamento scenografico, ma su tutto regna il sopore. La cosa interessante è che, nel corso della lotta, l’amica cinese di Peter scopre che lui è l’Uomo Ragno, ma promette che terrà fede al segreto. Promessa non difficile da mantenere dato che il doppio episodio che compone il film è anche l’ultimo della serie televisiva, nonché, quindi, dei film da essa tratti. Nel cast, piuttosto incolore, c’è anche un giovane Ted Danson6, peraltro incolore anche lui, in perfetta sintonia.
In conclusione, Nicholas Hammond non è un Peter Parker inadeguato, in relazione alla tipologia del telefilm: non è particolarmente espressivo, ma non è nemmeno necessario che, visti i dialoghi, esprima troppo.

Sull’Uomo Ragno cala il sipario per molto tempo. Nel 1986, Menahem Golan della Cannon annuncia la prossima realizzazione di Spiderman, un film dal fumetto Marvel diretto da Joseph Zito, oltre a Captain America, entrambi da girarsi a Elstree, nel Regno Unito. La Cannon si era aggiudicata anche la franchise di Superman (avrebbe realizzato il quarto episodio della serie, un flop colossale) per cui si candidava a una sorta di dominio bipartisan nel settore super eroico. L’idea è di fare un film con un discreto budget (30 milioni di dollari, non pochi per l’epoca), ma la Cannon collassa e con essa anche il progettato film svanisce nel nulla7.

 

La seconda vita cinematografica: il ciclo di Raimi

Bisogna aspettare il 2002 perché il primo vero film dell’Uomo Ragno veda la luce. I tempi sono completamente cambiati e i fumetti al cinema sono diventati non solo possibili, ma anche alla moda. La generazione di registi che poco o nulla sapeva di fumetti e si era occupata delle versioni cinematografiche dei comics nei decenni precedenti è stata in parte sostituita da una nuova generazione che dei fumetti è stata fan8, il regista del primo film di Spiderman, è tra questi. Le sue origini cinematografiche sono nell’horror: il suo esordio, in particolare, è stato un botto, almeno dal punto di vista dell’impatto nell’ambiente. La casa è un film che ancora oggi regge la sua fama, nonostante sia stato realizzato con un budget da noccioline.

Spider-Man (2002) è molto più vicino dei precedenti telefilm alle origini fumettistiche. Peter Parker (), orfano, vive con gli zii ed è lo zimbello dei suoi compagni di scuola per la sua goffaggine. Il suo unico amico è Harry Osborne (James Franco), figlio del ricchissimo magnate scientifico Norman Osborne (Willem Dafoe). Ha una cotta, ovviamente non ricambiata, per Mary-Jane (Kirsten Dunst), la bella della classe. Peter è però uno studente modello, molto versato per la scienza. Viene punto da un ragno geneticamente modificato, durante una visita con la scuola a un centro ricerche9. Peter Parker scopre di avere poteri straordinari e diventa quindi l’Uomo Ragno, mentre il dottor Osborne  rompe gli indugi e testa su di sé una nuova invenzione non ancora del tutto sperimentata per vedere se funziona come i militari che gliel’hanno commissionata si aspettano. Ovviamente funziona, ma in un modo un po’ particolare e quindi Osborne acquista anch’egli dei super poteri e diventa Goblin. Le premesse per lo scontro ci sono tutte e scontro sarà.
Si nota che conosce e apprezza il fumetto perché cerca di restituirne lo spirito.  L’ambientazione suburbana, il senso di strisciante desolazione, i problemi familiari di Mary-Jane, il difficile rapporto di Peter con lo zio: il milieu è catturato in modo credibile. Il dramma e il senso di colpa per la morte dello zio Ben non sono bypassati come nei telefilm e, per quanto di maniera, rimangono per dare un senso al personaggio, alla sua presa di coscienza che niente è dato per niente e che chi può agire per migliorare le cose dovrebbe farlo.
I personaggi di contorno sono abbastanza fedelmente tarati su quelli del fumetto, compreso J.Jonah Jameson, qui ben meno bonario che nei telefilm. E c’è anche una
Betty Brant niente male. Alcune variazioni sono tuttavia presenti. Qui la ragnatela non è un’invenzione di Peter (in effetti un po’ incredibile, in un ragazzetto), ma un effetto collaterale della mutazione. Anche Goblin in versione semi-metallizzata lascia qualche perplessità, ma alla fine in qualche modo funziona, pur se il dualismo jekylliano che lo sorregge mostra presto la corda, dal punto di vista narrativo.
Raimi tiene bene sotto controllo la materia narrativa e, se eccede un po’ con il romanticismo, si fa perdonare con il dinamismo e il buon tempismo delle scene d’azione, nelle quali cerca di riprendere anche gli atteggiamenti graficamente tipici di . Gli effetti speciali sono abbastanza maturi da consentire finalmente a un super eroe da fumetto di essere perfettamente credibile dal punto di vista visuale se non del tutto da quello della logica. Il film è esattamente quello che gli appassionati marveliani aspettavano da sempre.
Il personaggio emerge con un certo grado di complessità e di forza drammatica: si tende a parteggiare per lui – soprattutto, per la verità, nelle sue questioni sentimentali nelle quali se la deve peraltro vedere con un nulla insicuro come Harry Osborne – e questo è già un buon risultato. Il film, un tantino lungo e ipervitaminizzato, tende a traccheggiare nella fase centrale e, quando si concentra sulla lotta tra e Goblin, si appiattisce su una deriva che è sì spettacolare ma anche un po’ banale. Il fatto che la zia May finisca in ospedale in pericolo di vita è più che appropriato, ma per un lettore del fumetto è una consuetudine sin troppo consueta.
Anche alcuni tocchi patriottico-populisti, come la reazione dei cittadini che blocca temporaneamente Goblin, peccano di retorica e il fatto – purtroppo tipico dei fumetti super eroistici – che alla fine la resa dei conti sia una lunga scazzottata punteggiata di frasi magniloquenti venate di ironia non aiuta. Nel complesso, però, il film non delude. Raimi fa con passione il suo lavoro e l’intrattenimento è assicurato. Il successo è notevole: oltre 821 milioni di dollari di incasso lordo mondiale a fronte di un budget di 139 milioni.

Il cast è valido. Cliff Robertson, attore di grande esperienza (Oscar per I due mondi di Charly: qualcuno si ricorda quel curioso e ambizioso film di fantascienza?), è uno zio Ben adeguato. La zia May di Rosemary Harris è decisamente più in linea, rispetto a quella dei telefilm, ai fumetti. è un nerd credibile (lo era anche in Wonder Boys, film noto soprattutto per motivi dylaniani), capace di dare sufficiente profondità al personaggio, quel tanto che basta e che è richiesto: la faccia da pesce lesso è capace di farla benissimo ed è più che adatta alla bisogna, ma riesce ad avere anche qualche altra sfumatura. Kirsten Dunst trova in Mary-Jane il personaggio adatto per emergere. Willem Dafoe, be’, è Willem Dafoe e questo basta e avanza. C’è anche spazio per il cameo di un fedelissimo di Raimi come Bruce Campbell, l’uomo dal super mento.

Sentendosi la pistola dei fans puntata addosso, Raimi ha realizzato il primo film con la ferma intenzione di non sbagliare il compitino e ha fatto un film buono, ma ancora un po’ ingessato.
Con il secondo, si libera da alcune paure e inibizioni. Spider-Man 2 (2004) porta infatti avanti la franchise forte dell’eccezionale riscontro di pubblico e migliora nettamente le prestazioni. Peter Parker è nei guai: all’Università il suo rendimento è in calo, al lavoro le cose non vanno meglio, la zia May è piena di debiti e anche lui non ha i soldi per l’affitto. Per riassestare il suo cursus universitario, Peter deve fare un saggio sul professor Otto Octavius. Nel frattempo, la sua passione per Mary-Jane è costante, ma la sua ferma decisione a non coinvolgerla nei suoi super problemi è un ostacolo al compimento del romanzo amoroso. E così Mary-Jane si trova un altro fidanzato (niente meno che il figlio astronauta di J.Jonah Jameson). Harry Osborne ha preso il posto di suo padre a capo della Oscorp e, in veste di datore di lavoro di Octavius, permette a Peter di incontrare lo scienziato, che cordialmente, riconoscendo le qualità scientifiche di Peter, gli spiega i dettagli della sua nuova invenzione rivoluzionaria, invitandolo alla pubblica presentazione. Peter ci va e naturalmente la presentazione finisce in un disastro, con Octavius che si compenetra disgraziatamente con i tentacoli metallici che avrebbero dovuto permettergli di maneggiare senza pericoli il prezioso Tritium, il raro elemento cruciale per l’invenzione. è nato il dottor Octopus, nuovo avversario dell’Uomo Ragno.

La “tentacolare” interpretazione di Alfred Molina

Pienamente in controllo dei personaggi, Raimi accompagna l’esile filo della continuity (che nell’Uomo Ragno, soprattutto quello dei primi tempi, è presente, ma mai intrusiva) sviluppando i rapporti umani tra i protagonisti, ma concentrandosi soprattutto sull’azione che, grazie anche a un “cattivo” come Octopus (ben più spettacolare del programmatico Goblin del primo film), si svolge con maggiore fluidità e dinamismo. Come Goblin, Octopus diventa un super cattivo in seguito al fallimento: è rabbioso ed esacerbato, quindi, in seguito alla dimostrazione della sua inadeguatezza. Le scene d’azione sono eseguite con vivacità e credibilità grazie anche a ottimi effetti speciali. Tra tutte, la migliore è quella ambientata in un treno della metropolitana, nella quale Raimi dà enfasi allo spirito americano e democratico con i semplici passeggeri che si ergono di fronte a Octopus nella vana difesa di Spiderman, ma che, soprattutto, prima hanno promesso di salvaguardare la sua identità segreta che avevano accidentalmente scoperto: la scena è simile negli intenti a quella del ponte del film precedente, ma qui motivazioni e sviluppo sono tali da renderla più funzionale e riuscita10.

Rimanendo fortunatamente e opportunamente ben al di sopra dell’oscura e forzata cupezza di altri film super eroici, lo Spider-Man di Raimi non rinuncia al sentimentalismo che può essere utile alla definizione dei personaggi e al pathos della storia, ma non lascia che incida sullo spirito sostanzialmente brillante e leggero del film. Le cose qui restano saldamente sul piano dell’intrattenimento senza puntare a disquisizioni filosofico-esistenziali di cui, tra tizi in calzamaglia, non sarebbe altrimenti difficile cogliere la superficialità intrinseca. Qualche bella porzione di retorica di stampo moralistico non manca, ma, in tempi come questi, è tutto sommato positivo vedere un super eroe rivolto verso il bene senza troppe psicopatie o bellicosità di contorno11.

Gli attori ricorrenti sono sempre più “dentro” i personaggi, compresa Rosemary Harris che dà a zia May un’aria arzilla alla Mr. Magoo, mentre J.K. Simmons va sempre più sopra le righe per catturare l’essenza del Jameson marveliano. Alfred Molina è ottimo e vigoroso nel ruolo di Octopus. Ma sono soprattutto Tobey Maguire e, in particolare, Kirsten Dunst a offrire interpretazioni di rilievo e a rendere i loro personaggi umani e simpatici. Bruce Campbell fa un altro simpatico cameo nella parte di un’inflessibile maschera del teatro nel quale Peter ambirebbe entrare.
Il risultato economico è leggermente inferiore: oltre 783 milioni di dollari di incasso mondiale a fronte di un budget di 200 milioni.

Spider-Man 3 (2007) è il capitolo finale (anche se forse non previsto come tale) della trilogia di Raimi. Peter Parker vive in Paradiso: all’Università va bene, la città è sicura grazie anche al suo alter-ego e la sua storia con Mary-Jane va a gonfie vele, come anche la carriera di attrice teatrale di quest’ultima. Inoltre, c’è una nuova ragazza molto studiosa, Gwen Stacy (Bryce Dallas Howard), che lo colpisce. è con Harry Osborne che le cose non vanno bene: nonostante Harry abbia scoperto che il suo babbo era Goblin non ha rivalutato le azioni di Spider-Man ed è ancora e sempre più infuso di odio nei suoi confronti (e di Peter, dato che sa che si tratta della stessa persona). Perciò diventa il nuovo Goblin e attacca. Marko (Thomas Haden Church) è evaso di prigione per vedere la sua figlioletta malata (“Non sono un uomo cattivo, è cattiva la mia sorte”), ma sua moglie (Theresa Russell) non è per niente commossa e lo caccia. In fuga dalla polizia, Marko si rifugia in un laboratorio di fisica sperimentale e, finito nel mezzo di un esperimento, diventa l’Uomo Sabbia. Intanto, Mary-Jane perde il posto nella commedia teatrale e comincia a stufarsi d’essere la fidanzata di un super eroe: il suo fallimento è infatti ai suoi occhi amplificato dai successi in calzamaglia di Peter. Inoltre, l’Uomo Ragno salva Gwen in pericolo e da cosa nasce cosa, bacio pubblico compreso. Ma non basta: una strana sostanza simbionte proveniente da un meteorite rimodella di nero il costume dell’Uomo Ragno e lo fa diventare Venom, potente e con meno scrupoli.

Questa volta Raimi gioca sull’accumulo e invece di mettere semplicemente Spider-Man a confronto con un super cattivo e lasciare spazio adeguato alle problematiche personali di Peter Parker, triplica il numero dei cattivi (se vogliamo – e sì, tutto sommato vogliamo – considerare Venom come un autonomo cattivo) e, per non ridurre a zero la parte “umana”, dilata il film oltre quanto sia utile al film stesso, in una progressiva amplificazione dei tempi che aveva in parte coinvolto anche il secondo episodio.
Il problema dell’accumulo e dell’enfasi è tipico anche delle serie a fumetti con speciale riferimento a quelle di super eroi. Una volta impostato l’ambiente e presentati e sviluppati i personaggi, le cose cominciano a subire i colpi dell’iterazione e molti autori reagiscono con l’iperbole, la moltiplicazione e la complicazione. L’efficacia di questa reazione è spesso illusoria, soprattutto se ripetuta più volte. Quel che resta allora è la progressiva disaffezione, combattuta con metodi sempre più estremi, come l’annientamento (generalmente finto) dell’eroe, che viene ucciso, clonato, moltiplicato e via discorrendo.
Ma questa è naturalmente un’altra storia.
Qui siamo solo al terzo episodio di una saga di successo e le cose sono quasi del tutto sotto controllo. Solo un po’ enfatizzate e gonfiate. Inoltre, dal punto di vista meramente spettacolare la moltiplicazione ha un suo perché e, soprattutto nel mega scontro finale, funziona, nello spirito in cui funzionavano, nei loro limiti, gli assemblaggi selvaggi di mostri buoni e cattivi nei film di Godzilla del periodo delle grandi ammucchiate. Il super cattivo più in evidenza è l’Uomo Sabbia, uno dei capolavori fumettistici di , che qui ricompare dotato persino della sua classica T-shirt a righe orizzontali. Super cattivo proletario come pochi, non ha pretese megalomaniache, ma solo un’amarezza di fondo e un odio sordo verso la società che lo rendono drammaturgicamente apprezzabile in rapporto ai tonitruanti egocentrici ipercattivi che usualmente popolano le storie super eroistiche.
La versione dark di Spider-Man permea però di cupezza il film che, a causa anche delle meste disavventure sentimentali di Peter e Mary-Jane, perde la leggerezza e la brillantezza dei primi due episodi e tende a decostruire l’armonia che avevano creato. In questo senso si può considerare quindi come la chiusura adeguata della trilogia, in qualche modo chiude il cerchio. Fondamenta, edificazione, crollo e forse ricostruzione, con un finale tutto anima e (strappa)core.

Quando si dice ritrovarsi con un pugno…di sabbia

Tobey Maguire è alle prese con qualche diversa sfaccettatura del personaggio e, anche se riesce a renderla adeguatamente, non possiede una gamma recitativa sufficientemente ampia per valorizzarla in pieno (il cambio di pettinatura per segnalare il cambio di personalità è più ridicolo che riuscito). Kirsten Dunst è invece perfettamente in grado di supportare gli aspetti drammatici del personaggio e risplende. Maggiormente in evidenza, rispetto agli altri due film, dove comunque aveva un certo peso, l’Harry Osborne di James Franco. Notevole anche l’Uomo Sabbia di Thomas Haden Church, che ha i tratti ruvidi del corrispondente personaggio dei fumetti. C’è anche l’ex vamp degli intellettuali Theresa Russell, in un microruolo come moglie dell’Uomo Sabbia. Nuovo brillante cameo di Bruce Campbell, stavolta nel ruolo di un maître complice delle (disastrose) ambizioni romantiche di Peter. In crescita l’incasso: poco più di 890 milioni di dollari di incasso mondiale lordo a fronte di un budget, sempre più consistente, di 258 milioni.

Il quarto episodio viene ipotizzato, ma non si concretizza e, per svariati motivi, viene deciso un reboot, vale a dire ciò che si pensa di dover fare quando non si sa più cosa fare e si pensa inutile fare un prequel (d’accordo, è sempre inutile fare prequel – che, si sa, non vanno mai troppo bene al botteghino e risultano spesso indigesti – ma sorprendentemente se ne continuano a fare).
Alla fine, si può dire che Raimi, la cui avventura con il tessiragnatele è quindi conclusa, è riuscito nell’intento di trasportare sul grande schermo in modo vincente quello che aveva apprezzato del fumetto. Non è poco. Forse non è riuscito a trascendere l’origine del suo materiale per fare qualcosa di profondamente rivoluzionario dal punto di vista cinematografico, ma certamente non era quello che aveva intenzione di fare, per cui la sua è una storia di successo.

 

La terza vita: il reboot

Il reboot è The Amazing Spider-Man (2012) di Marc Webb, regista dal pedigree sicuramente meno impressionante rispetto a Raimi: il suo unico lungometraggio cinematografico precedente a questo è (500) giorni insieme del 2009. La storia è un bel po’ diversa rispetto a quella raccontata da Raimi e i cambiamenti riguardano anche le origini del super eroe.
Da bambino, Peter è mollato dai genitori agli zii Ben e May per motivi misteriosi: il babbo è uno scienziato impegnato in esperimenti segreti e il suo laboratorio è stato violato. Anni dopo, Peter (Andrew Garfield) è uno studente secchione preso sistematicamente in giro (e picchiato) dal bullo Flash Thompson e perso in adorazione della bella Gwen Stacy (Emma Stone). Grazie alla documentazione contenuta in un vecchio scatolone proveniente dalla soffitta, Peter scopre che il suo babbo lavorava con il dottor Curtis Connors (Rhys Ifans) alla società farmaceutica Oscorp. Introdottosi in un laboratorio, Peter è morso da un ragno geneticamente modificato e – alé – si scopre più potente e abile. Il giorno dopo Peter consegna a Connors i documenti del babbo che ha trovato. Connors gliene è grato e spiega che lui e il babbo lavoravano a un progetto per far ricrescere gli arti perduti (Connors stesso ha perso il suo braccio destro, da non intendersi quale miglior aiutante, ma proprio in senso letterale). Nel contempo, deve anche trovare una cura per il CEO della Oscorp, Norman Osborn, che è gravemente malato. Per motivi futili (dato che gli mancano due cents, il commesso di un negozio non gli dà il latte), Peter non blocca un ladro che ha rapinato il negozio e quel ladro poi fa secco lo zio Ben. Peter cerca di vendicarsi e, dopo aver realizzato una ragnatela eiettabile e un costume adatto, diventa l’Uomo Ragno, pronto altresì a combattere la prima super minaccia alla città, Lizard.

Che senso c’è a rifare un film di appena dieci anni fa? Solo il gusto di cambiare qualcosa qua e là nelle origini e cambiare i nemici?
Troppo poco.
Il problema è che molto di quello che vediamo sa di già visto e non c’è alcun interesse nel rivederlo. D’accordo, qui c’è Gwen e non Mary-Jane ed entrambe hanno una loro ragion d’essere nella storia di Spider-Man, qui non c’è Goblin e c’è Lizard, ma tutto ciò non basta a rinnovare l’interesse.
Il tono è più cupo, in linea con la protervia contenutistica del superomismo contemporaneo. L’umorismo e l’ironia sono perduti: Peter Parker è uno sfigato senza autoironia, che muove poca empatia nello spettatore. L’approccio vivace, spavaldo e “leggero” di Raimi è sostituito da quello semi-dark, ombroso e serioso di Webb. Come i film di Raimi erano luminosi, così questo è notturno. Ciò può avere i suoi fans, soprattutto tra quelli che prendono seriamente la mistica dei super eroi e si esaltano di fronte al tonitruante struggersi di cavalieri più o meno oscuri12. Non li biasimo di certo (e ogni film fa storia a sé), ma Spider-Man non è (o almeno non era nella sua epoca d’oro) un fumetto cupo e sub-filosofico, bensì un fumetto sarcastico, ironico, cool e dinamico, pur con una predilezione per i meccanismi sentimentali della soap-opera. Per questo, Raimi è quello che gli si è più avvicinato.

Lo consideriamo un merito? Sì, perché avvicinarsi alla propria fonte di riferimento significa averne saputo sfruttare le capacità attrattive sperimentate in decenni. è comunque solo un merito incidentale, ulteriore, rispetto al fatto che i film della sua trilogia (in particolare il secondo) sono, anche dal solo punto di vista cinematografico, migliori.

Anche il cast è meno carismatico, più qualunque. Andrew Garfield non è necessariamente un attore peggiore di Tobey Maguire, ma è meno caratteristico, riporta Parker in zona Nicholas Hammond: è meno credibile come personaggio pieno di problemi e vulnerabile, la sua residua “nerdità” è sconfessata dal suo aspetto e dal suo modo di porsi. Allo stesso modo, Rhys Ifans è un attore capace e anche sensibile, ma, da quasi ogni punto di vista, non c’è gara tra lui e, per dire, Willem Dafoe. La scelta di Webb è stata quindi chiaramente quella della ricerca di una mesta e cupa quotidianità, di un realismo che la materia stessa della narrazione si trova a negare. La morte dello zio Ben e il comportamento di Peter nell’occasione sono ridotti a un futile gioco del destino, dove la responsabilità di Peter è spogliata del suo cinismo ingenuamente cool e la successiva lotta con l’assassino e la sua gang ha i contorni del giustizialismo da degrado urbano alla Charles Bronson. Emma Stone è anche lei un po’ qualunque come Gwen, un po’ troppo buonina e monotonamente wasp: risaltava di più in Benvenuti a Zombieland, ma quello era un altro film. La zia May assume toni da fosco dramma brooklyniano con il volto sofferto di Sally Field, attrice dalla lunga e onorata carriera.

Molto dello Spider-Man che siamo abituati a vedere non c’è in questo film: il Daily Bugle, Jonah Jameson e, persino, Betty Brant. Ma naturalmente non è che debba esserci sempre tutto e, se si vuole fare qualcosa di almeno in parte diverso, da qualche parte si deve cominciare a differenziare. Inoltre, è probabile che, se la serie avrà un futuro, molti degli elementi sorvolati tornino in prima linea. In ogni caso, la scelta di Webb di ridurre entusiasmi e “coloriture” per restare sul piano di un realismo più dimesso a me non sembra vincente, ma, senza dubbio, ad altri potrà essere sembrata quella giusta per cercare una nuova dimensione e probabilmente non si poteva battere Raimi sul suo terreno.
Sinceramente non so se le nuove origini siano di provenienza fumettistica: ho smesso da parecchio di seguire l’Uomo Ragno dei fumetti, ma conosco abbastanza i fumetti super eroistici da sapere che ogni tanto qualcuno si inventa nuove origini per personaggi più o meno famosi (come se fosse necessario). A me la cosa ha sempre dato un certo fastidio: è come se si volessero ridare le carte in tavola al di fuori da ogni regola, ma, se lo fanno, evidentemente a qualcuno piace. Perciò qui non mi resta che sottolineare come le nuove origini tendano a dare un maggior senso alla vicenda umana di Peter creandogli un antecedente illustre al suo essere versato per le scienze, ma non sempre il maggior grado di dettaglio risulta benvenuto o più credibile. La casualità del destino che era dietro le semplici e appena abbozzate origini “originali” aveva una forza drammatica ben superiore.
Altre cose tornano invece com’erano nel fumetto, ad esempio la ragnatela, che qui è di nuovo una creazione di Peter e non un effetto della mutazione genetica.
Purtroppo Lizard non è un super cattivo di grande suggestione visiva, frutto com’è di CGI dal concetto piuttosto banale che lo rendono una sorta di cuginetto incavolato del figlio di Godzilla. Non siamo dalle parti del dottor Octopus di Spider-Man 2, per intenderci. Lo scontro finale non è quindi memorabile, pur essendo giocato abbastanza bene con nutrito dispendio di effetti speciali: ma questo, in un film del genere, è il minimo sindacale.
L’esito al botteghino non è negativo, ma segnala un discreto calo rispetto all’ultimo episodio di Raimi. Il dato complessivo (che conferma una sostanziale debolezza del mercato interno e un notevole apporto da quello mondiale) riporta, con dati aggiornati alla prima decade di settembre, un incasso globale lordo di circa 735 milioni di dollari, a fronte di un budget è leggermente calato (230 milioni di dollari). Per il momento sembra probabile che il seguito sia comunque aggiudicato e vedremo se, come nel caso di Raimi, si dimostrerà il migliore della serie.

Raimi e Webb: il passato e il presente del Ragno Hollywoodiano

    


  1. Oggi bisogna specificare aggiungendo un Sr che allora non c’era 

  2. Naturalmente mi occupo qui solo di live action e non di cartoni animati. Inutile dire che i cartoni sono arrivati ben prima 

  3. La sua carriera comprende innumerevoli titoli, televisivi e cinematografici, ma me lo ricordo soprattutto in un gruppetto di horror anni ‘70: Vampire Story (il secondo capitolo della breve saga del conte Yorga), l’insolito La bara del vampiroIl morso del pipistrello e Dracula contro Zombi (non vi dico chi vince 

  4. A un certo punto, ha abbandonato la recitazione per darsi ad altro. Too bad 

  5. Dalla lunghissima carriera (è anche il papà di Alan Alda del Mash televisivo): il nadir della quale dev’essere stato il ruolo del prete nelle sequenze esorcistiche aggiunte a Lisa e il diavolo di Bava per farlo diventare La casa dell’esorcismo 

  6.  Si tratta di uno dei primissimi ruoli della sua lunga carriera, che comprende anche il romeriano Creepshow 

  7.  Sulla Cannon – la cui storia produttiva è davvero interessante – segnalo, come faccio sempre, il libro di Andrew Yule, Hollywood A Go-Go, Sphere, London, 1987 

  8. In particolare, dei fumetti di super eroi 

  9.  Il cambiamento dal ragno atomico a quello geneticamente modificato è naturalmente un aggiornamento alle mode: l’atomo non tira più come una volta 

  10. C’è magari, in questo film, una certa esagerazione nel colpo di scena della scoperta dell’identità segreta: non solo i passeggeri della metropolitana, ma anche Harry Osborne, Octopus e Mary-Jane la scoprono  

  11.  Ma tenete presente che a me piace l’Uomo Mascherato di Lee Falk 

  12. Con tutto il rispetto, naturalmente, per Miller e Nolan 

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2 commenti

  1. Mario Atzori

    Complimenti ! Bell’articolo, ci trovo competenza e allo stesso tempo la mancanza di “nerditudine” tipica dei Marvel fans. In particolare hai espresso bene le valutazioni sullo Spiderman di Ditko, quello di Romita (pettinatino) e quello delle strisce (leggerine) che condivido a pieno. Concordo anche sulla frase “Ma è normale che, a forza di attingere allo stesso pozzo, l’acqua (delle idee) si esaurisca e quel che resta è la fidelizzazione degli appassionati e il disincanto degli altri, attirati spesso con operazioni necrofile o di moltiplicazione. “. In realtà spero sempre in un nuovo autore che ci contraddica e s’inventi qualcosa alla Frank Miller svecchiando il personaggio senza tradirlo, invece siamo a cinquant’anni sempre a rimestare sulle idee del ciclo di Ditko.

  2. Grazie per i complimenti, sui quali naturalmente concordo (concordo quasi sempre con chi concorda con me). Quanto al messia ragnesco potrebbe anche arrivare, ma sapremmo riconoscerlo (voglio dire, non leggendo più Spider-Man…)? Mi piacerebbe comunque che qualcuno riuscisse a fare una bella career-interview a Ditko, autore assolutamente originale.