Sì, ho inteso parlare di Tex Willer!

Sì, ho inteso parlare di Tex Willer!
Mirco Giulietti, autore esordiente con il romanzo “Si moriva dal caldo” tra le cui pagine la figura di Tex Willer ha un ruolo prominente, ci racconta che ognuno degli appassionati del ranger ha una propria rappresentazione personale dell’eroe. Questa che segue è la sua.

Cover-Giulietti_alta_Approfondimenti Mirco Giulietti ha fatto il suo esordio in libreria nel luglio 2018 con il romanzo Si moriva dal caldo, edito dalla giovane e innovativa casa editrice Intrecci Edizioni.
La storia raccontata da Giulietti nelle pagine del suo libro si svolge nell’estate del 1974, con sullo sfondo i Mondiali di calcio dell’Olanda di Cruijff , e ha per protagonista un ragazzino che ha in Willer il suo eroe dei fumetti.
Come il protagonista del suo libro, Giulietti è un appassionato lettore delle avventure del ranger bonelliano e in questo suo pezzo ci racconta quale sia il suo “personale” Tex, perché ogni lettore ne ha uno.

Fin dalla nascita Tex è proteiforme (e non solo deonomasticamente, per via del nemico seriale appena riapparso). Da subito si manifesta Fuorilegge e insieme Giustiziere Solitario. “Se hai sentito parlare di me saprai che uccido solo chi merita di essere ucciso” chiarisce alla bella indiana Tesah all’inizio della prima avventura. E col tempo, inseguendo la sua morale personale (beato lui che può farlo) e senza timore di contraddirsi, perché Lui è la misura stessa della Giustizia, è stato sterminatore di nativi americani e capo supremo di tutte le tribù Navajos, sbirro alla spietata rincorsa di delinquenti e mascalzoni e nemico giurato dei bounty killer, spregiatore dei politicanti e agente governativo per la riserva indiana.

Per ognuno di noi c’è stato e c’è un Tex diverso a cui affezionarsi. E per ognuno un aspetto del suo carattere a cui legarsi per l’eternità. Per tanti quel senso di riposante continuità sta in un’immagine o in una didascalia. Il filo di fumo di un bivacco, un pestaggio al saloon, una scorpacciata di generosi tagli di carne bovina al ristorante.
Per me, che ho a che fare con le parole, quel senso è sempre stato in due verbi, due fedeli amici che hanno accompagnato la settantennale esperienza di ogni lettore, due verbi polverosi e antiquati, che profumano d’anteguerra e di salottino in disuso, come quello della signorina Felicita. Uno è intendere, ma non nel senso di afferrare con l’intelletto, capire, comprendere, proprio nel senso un po’ desueto di sentire, ascoltare. “Hai mai inteso parlare di Tex Willer?” domanda il nostro eroe dopo appena dieci vignette del primo albo a strisce mai pubblicato: Il totem misterioso.
L’altro è rammentare, versione quasi più pretenziosa che pomposa di ricordare.“Ti rammenti di me?” urla in faccia ad Andrew Liddel, detto “il Maestro”, un altro villain seriale, ancora a pagina 38 del numero attualmente in edicola.

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Tex #696 – L’ombra del Maestro ©Sergio Bonelli Editore 2018

Pur nella sua apparentemente immobile (e immodificabile) onnipotenza, Tex è cambiato tanto in settant’anni di attività. Rincorrendo le mode, lo spirito del tempo, la sensibilità degli autori.
Il politicamente corretto ha drasticamente ridotto il numero dei membri di minoranze etniche falcidiati dalla sua Colt 45. Tiger Jack, il pard indiano che per un centinaio di albi non ha detto altro che “ugh” adesso si esprime come un dottorando di Harvard. Kit Carson è passato da essere una leggenda del West a una spalla comica del protagonista, afflitto da troppi acciacchi per essergli d’aiuto. Dopo essersi rovinato il fegato a furia di divorare montagne di patatine fritte dorate e croccanti (di solito servivano a seppellire bistecche alte tre dita), di recente è persino passato a una dieta più varia, meno calorica e forse più aderente alla realtà storica.
E il linguaggio dei suoi albi è cambiato e si è evoluto con lui: “ho sempre avuto difficoltà a distinguere un cinese dall’altro” fa dire Pasquale Ruju a Kit Carson in una delle ultime avventure, dando un’impronta soggettiva a quello che, in Tex, è sempre stato un oggettivo luogo comune. Eppure quelle due espressioni, hai inteso? e ti rammenti? sono ancora lì, come vecchi compagni di viaggio, come se i curatori di Tex avessero inteso (è proprio il caso di dirlo) l’esigenza di far sciacquare i panni nel Bisagno o nel golfo di Genova (dove mi pare vivesse Gianluigi Bonelli nel dopoguerra) a ogni autore che nei decenni s’è succeduto a sceneggiarlo. Come Manzoni coi Promessi Sposi.

Da tanto tempo, insomma, il vocabolario di Tex non è più popolato di “limoncini” e “palle di neve” e neanche dei variopinti modi di annunciare agli avversari come saranno conciati dopo il pestaggio che li aspetta. Ma quelle due parole durano ancora, sono passate indenni attraverso decenni di avventure, sono vive e cavalcano insieme a noi, restituendoci un po’ il senso di un’epoca che odorava ancora d’anteguerra, di albi del Corriere dei Piccoli o del Vittorioso. L’epoca in cui Tex ha visto la luce: esattamente 70 anni fa.
Buon compleanno Tex!

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