Patrizio Roversi: Turista per caso, Texiano per scelta

Patrizio Roversi: Turista per caso, Texiano per scelta
Nei suoi programmi televisivi ha raccontato e condiviso con il pubblico tante delle sue passioni, dalla letteratura ai viaggi, dalla buona tavola all’ambiente, e oggi Patrizio Roversi ci racconta un’altra passione, tutta di carta: Tex Willer.

Nato nel 1954 a Bologna, dove tutt’ora vive, Patrizio Roversi è autore e conduttore televisivo da oltre trent’anni. Dopo la laurea al DAMS, ed esperienze nell’ambito del teatro e della scrittura, è approdato alla televisione insieme con Syusy Blady, “lanciati” da Giovanni Minoli nell’ambito di RAI MIXER. Ha preso parte in quegli anni anche a trasmissioni di culto della tv commerciale come Lupo solitario e L’araba fenice. Il sodalizio artistico e umano con Syusy Blady è proseguito poi con diversi programmi di successo per la RAI (Turisti per caso, Velisti per caso ed Evoluti per caso), dando vita a un vero e proprio format originale, declinato anche in siti web, riviste e libri. Roversi ha anche condotto per RAI 3 con successo per ben cinque edizioni Per un pugno di libri e più di recente per RAI 1, lo storico programma domenicale Linea Verde.

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Benvenuto su Lo Spazio Bianco, Patrizio.
Quando ha incontrato Tex Willer la prima volta?
Quando ero ancora un bambino e Tex usciva in edicola nel formato sottile e rettangolare a striscia. Avrò avuto sei o sette anni al massimo. Da allora non ho più smesso: compro regolarmente tutti gli albi, anche se non ripongo i fumetti in fila sullo scaffale, per cui mi capita spesso di “perderli” in casa. Il che mi obbliga, in maniera piacevole, ad acquistare anche le ristampe!

Che cosa ti piace del personaggio?
La sua poetica, il suo mondo. Direi che Tex è una perfetta compensazione “psico-letteraria” di pulsioni che nella vita non posso e – intendiamoci – non voglio nemmeno sfogare. Lui usa la violenza per risolvere le questioni, mentre io sono un pacifista convinto e ho fatto anche l’obiettore di coscienza. Tex spara per mestiere, mentre a me le armi fanno orrore (così come certe proposte rabbrividenti per facilitarne l’uso che sento tornare di moda anche oggi). Tex celebra il mito “puro” del West mentre io so che quella pagina della Storia ha anche segnato il genocidio degli indiani d’America. Ma queste differenze vanno bene, proprio perché considero Tex il mio avatar avventuroso, un alter ego opposto in cui proiettarmi in una dimensione diversa.

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A tuo avviso, la chiave del suo lunghissimo successo risiede in questa capacità di trasportarci altrove?
Tex è una fiaba, costruito con la struttura della narrativa fiabesca. Potremmo rifarci agli studi in materia di Vladimir Propp e ritrovare nelle storie del nostro ranger tutto il repertorio di situazioni e figure tipiche. C’è sempre un “danneggiamento” che dà origine alla vicenda, c’è sempre la “reazione dell’eroe” (ovvero Tex stesso) e ci sono gli “aiutanti magici” (i suoi pard) che lo supportano nella missione. E c’è sempre, soprattutto, alla fine la “rimozione della mancanza finale” che ci permette come lettori – dopo aver patito insieme all’eroe nel corso dell’avventura – di sanare il disagio. Le fiabe hanno un forte valore psicologico e le storie di Tex hanno questa forza.

Appunto le storie: tra i diversi filoni avventurosi e tra gli autori di Tex hai delle preferenze?
Sinceramente, il filone fantastico/paranormale – compresa la saga di Mefisto – non mi esalta troppo. Prediligo il Tex più concreto delle storie tipicamente Western tra cowboy, indiani, etc. Più che agli autori, c’è un aspetto cui da lettore tengo: la riconoscibilità del personaggio a livello caratteriale e grafico. Le innovazioni vanno bene ma con moderazione.

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E tra i personaggi della serie, oltre a Tex, hai qualche predilezione?
Adoro il vecchio Carson! Quando nelle storie da giovane era spavaldo e abilissimo, in pratica un clone di Tex, non mi diceva granché. Mi entusiasma la versione matura: ironico, pessimista, sensibile al gentil sesso. Carson è la metà complementare di Tex, a loro modo sono una “coppia di fatto”. Mi piace quando gli autori gli danno spazio e, se fossi io a scrivere le storie, ne darei di più. Anzi lancio un appello: mi ritengo abbastanza preparato e abbastanza appassionato, fatemi scrivere qualche storia di Tex!

Speriamo allora che il curatore di Tex Mauro Boselli legga la nostra chiacchierata. A proposito di “documentazione” in un tuo libro (Misteri per caso), parlando degli indiani Hopi, hai scritto: li conosco perché leggo Tex Willer…
Confermo: conosco gli Hopi, come conosco i Navajo anche grazie ai fumetti di Tex! Mi ha sempre affascinato la capacità di Gianluigi Bonelli, e poi di chi ne ha proseguito l’opera, di documentare in modo attento la realtà del West, inclusi i riferimenti antropologici agli usi e ai costumi dei nativi americani, diventati via via più accurati. Senza dimenticare la presenza nelle storie anche di personaggi realmente esistiti come Cochise o Geronimo che, se non fedeli alla realtà, sono comunque resi in maniera credibile proprio come nei buoni romanzi storici. Tex Willer è un romanzo storico e gli autori ci forniscono anche una geografia meticolosa delle sue avventure.

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Il tema della geografia texiana ci conduce al tuo profilo di grande viaggiatore. Ritrovi questa dimensione in Tex Willer?
Assolutamente. A volte resto affascinato, di fronte alle didascalie nei vignettoni iniziali delle storie, dove le parole ci proiettano in una determinata stagione dell’anno, in scenari ogni volta diversi, dal selvaggio Ovest al gelido Nord, fino agli sconfinamenti in Messico. Per non parlare dei cavalli che adoro, veri e propri protagonisti dei viaggi. Qualche anno fa rimasi ammirato nel vedere all’opera mentre li realizzava il mio amico Lucio Filippucci (diventato ormai da qualche anno disegnatore di Tex). La dimensione “nomade” delle avventure di Tex è fondamentale. Una volta si era anche pensato a un viaggio con negli Stati Uniti che ripercorresse i luoghi delle imprese del nostro ranger. Alla fine non se ne fece nulla, ma chissà che un giorno non lo faccia da solo.

Una domanda all’uomo di tv: perché, al contrario di altri personaggi dei fumetti, Tex non ha mai riscosso un grande successo multimediale (cinema, tv, etc.)?
In generale, ritengo che ogni opera che nasca per un determinato linguaggio sia difficilmente trasferibile in un altro medium. L’unica eccezione che ho apprezzato è la trasposizione televisiva dai romanzi di Andrea Camilleri sul Commissario Montalbano. Venendo in particolare a Tex Willer, come si sa fecero quel tentativo, tanti anni fa, con il film di Duccio Tessari, protagonista Giuliano Gemma. E con tutta la simpatia per Gemma, per me fu la riprova che esiste uno specifico fumettistico in Tex, che è difficile portare altrove. Le smargiassate dell’eroe o i dialoghi tra lui e Carson, suonerebbero grotteschi in un contesto diverso dalla pagina disegnata. E poi c’è la carta…

La carta?
Certo la carta è perfetta. Fa parte dell’unicità e della qualità di Tex. La grammatura giusta, la porosità e la ruvidezza adatta per esaltare il disegno a fumetti. Anche da quel punto di vista, Tex Willer è stato sempre fedele a sé stesso in questi 70 anni. E per questo non possiamo che augurargliene altri 70!

Ringraziamo Patrizio Roversi per la simpatia e la disponibilità.

Intervista telefonica realizzata il 18 settembre 2018

 

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