SettantadiTex: il dovere di essere singolo

SettantadiTex: il dovere di essere singolo
Sono tante le donne che hanno popolato le prime strisce di Tex, una carrellata di figure femminili sfaccettate e peculiari, attratte dal fascino di un personaggio che ha (quasi) sempre avuto il dovere di essere singolo.

Eroine di carta e di celluloide

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Studio di Annie Quattropistole di Lina Buffolente

Chissà quante erano, un tempo, le donne che leggevano i fumetti bonelliani (, Zagor, il Piccolo Ranger, il Comandante Mark…), e si riconoscevano nelle rare figure femminili che vi comparivano, con la stessa immediatezza con cui si rispecchiavano nelle stelle del grande schermo. Di sicuro, di fronte a piccole dive di carta come Tesah, Cora, Betty o Claretta (per non parlare di quel diavolo scatenato di Annie Quattropistole, con i suoi sigari e le sue imprecazioni da mandriano), l’identificazione era meno viscerale di quella – sempre accompagnata da un po’ di invidia, e da un vago senso di frustrazione – che si poteva provare al confronto con le loro più o meno evidenti corrispettive di celluloide.
Jennifer Jones, Barbara Stanwick, Rita Hayworth, Betty Grable e Deanna Durbin erano belle, bellissime, sì, ma anche e soprattutto fantasmatiche, evanescenti, totalmente irraggiungibili, perdute com’erano nell’impalpabile raggio di luce che le faceva materializzare, ombre fra le ombre, sul lenzuolo bianco del cinematografo.        Invece le eroine di carta, per quanto belle e oggettivamente irreali, erano sempre lì, a portata di mano, dipinte con pochi tocchi di china, fra le pagine di giornaletti che costavano poche lire e che ognuno poteva sfogliare e risfogliare a piacimento ogni volta che aveva voglia di galoppare con la fantasia. Erano sogni fatti in casa, stelle del pianerottolo accanto, icone familiari come le zie, le cugine, le sorelle maggiori (o le nonne, nel caso di Annie Quattropistole, visibilmente ispirata a Margaret Rutherford, grande caratterista, sì, ma al di là di ogni tentazione).

Se è vero, fortunatamente, che c’era (e c’è ancora, ancor più di ieri) un pubblico femminile che segue i classici fumetti d’avventura bonelliani, un fatto certo è che l’impianto narrativo di una serie “dura & pura” come Tex si basa da sempre, in massima parte, sui lettori maschi. E a loro occhieggiavano le donne – perdute o assennate, tuttopepe o serpentine, dominatrici o marginali – che, nei primi anni Cinquanta, comparivano con regolare frequenza anche in copertina, rendendo più vivida e melodrammatica la rude vicenda raccontata nelle strisce interne. Del resto, il Tex delle origini era un cavaliere solitario, un fuorilegge inseguito da sceriffi e bounty-killer per via della sostanziosa taglia che pendeva sulla sua testa, un gun-man smilzo e nervoso da cui si diceva che fosse meglio tenersi lontani; dettaglio, questo, che, invece di impaurire (così vanno le cose nella meccanica delle attrazioni), incuriosiva, stuzzicava e, neanche troppo sotto-sotto, affascinava chi, invece, avrebbe dovuto guardarsene. Valeva per i comuni abitatori di quelle regioni, uomini senza velleità predatorie o soprafattive, gente pacifica che verso i ricercati provava un giustificato timore, ma ancor più valeva per le donne che, sulla Frontiera, si affannavano per trovare, come i rappresentanti del “sesso forte”, un pur piccolo posto al sole. A qualunque prezzo, con qualunque mezzo, combattevano per emergere, emanciparsi, prendersi la rivincita sulla fortuna, ripulirsi l’immagine, la coscienza, la fedina penale, o semplicemente sopravvivere il meglio possibile, in un posto diverso rispetto a quello da cui provenivano, e dove fortunatamente nessuno le conosceva.

Strisce di donne

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©Sergio Bonelli Editore 2018

La varietà umana, psicosomatica e professionale delle femmine che Gianluigi Bonelli e Aurelio “Galep” Galleppini inserivano nelle trame, spesso in posizione di spicco, è vasta: sfogliate la vostra collezione, e vedrete arrivare, una dopo l’altra, la “bionda dai precedenti burrascosi” Marie Gold, la misteriosa indiana “vestita di uno strano costume bianco con ricchi ricami in oro” chiamata Yogar, la proprietaria d’albergo Estrella Miranda, dai vestitini scosciati e dal lungo bocchino, la perfida spia Lily Dickart, sorella di un autentico “tizzone d’Inferno” come il fratello Steve, illusionista da quattro soldi e futuro negromante in contatto diretto con l’aldilà, le timorate good girls Lupe Moirena e Dory Bess, la vecchia, grassa e malvagia Bessie, la “donna del bandito” Eugenia Moore, visibilmente destinata a una tragica fine, la sinuosa Donna Pantera, strettamente ammantata da un vestitino a macchie, la valorosa e impetuosa guerrigliera messicana Lupe Velasco, che per Tex sarebbe pronta a trasformarsi in una brava mogliettina (“Vasto programma!”, avrebbe ironicamente commentato Charles De Gaulle), e due cattive  straordinarie, ma straordinarie davvero: Cora Gray, la spigliata entraîneuse che, indossata una maschera, una bandana e un paio di blue-jeans ultra-attillatissimi, si reincarna nella spietata banditessa Satania (nomen omen), e Donna Manuela Guzman, ricca, altera, ambiziosa, sadica, elegantissima leader della Banda dell’Ippocampo (entrambe faranno una brutta fine, “…e non è un piccolo particolare”, come canterebbe Giusy Ferreri).

Ho lasciato per ultima la prima e la più vispa di tutte, ossia Tesah: l’indianina che fa da spalla a Tex Willer nella sua avventura d’esordio, Il totem misterioso, realizzata da Bonelli & Galep giusto settantant’anni fa. Con le sue gambe lunghe e scattanti, e la sua minigonna succinta, uno straccetto sfrangiato di pelle di daino che si alza e si strofina, dolce e leggero, sulla sua pelle ramata (decisamente troppo audace, per non essere trasformata, nelle successive ristampe, in una maxigonna ingombrante e occultatrice), Tesah passa e va, in un ristretto giro di strisce. Ma anche lei, nel suo piccolo, nasconde una sua “scintilla”, un suo spessore, una sua briciola di verità: basta guardarla mentre corre, mentre cavalca, mentre si siede, per riposarsi, sopraffatta dal batticuore, mentre si lascia trascinare dall’ansia di portare a termine il suo unico obiettivo (ritrovare il prezioso “segno del totem” che il malvagio bandito Coffin ha rubato a suo padre Orso Grigio).

Fragile ma determinata, acerba ma (anzi, proprio per questo) irresistibile, Tesah è una lolita selvatica e dolce, indimenticabile pur nella furtiva comparsa che Bonelli & Galep le mettono a disposizione: poche battute e poi via, scalzata da donne più mature, più volitive e più sgamate di lei. Eppure, Tesah resta per sempre nel cuore dei ragazzi che hanno incontrata, e hanno imparato ad amarla, fra le pagine di un fumetto del dopoguerra, specchio di sogni più ingenui, e di tempi meno oscuri, di quelli che avrebbero visto nascere e morire, negli anni Novanta, Bree Daniels, ironica e disincantata, attrattiva sfuggente come tutte le “ragazze perdute” che sanno di essere perdute sul serio. Per questo, Dylan Dog – l’eroe più moderno del fumetto bonelliano, il character che ha dato una svolta definitiva alla narrativa “di genere” – non poteva non innamorarsene; per questo, le chiede di sposarlo. Ma lei gli dice di no.

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©Sergio Bonelli Editore 2018

Fra Craven Road e il West

Donna con i piedi per terra, apparentemente senza più illusioni, Bree è una prostituta, e in quanto tale si sente minacciata da un misterioso serial killer che uccide, sgozzandole, le prostitute di Londra. Così, lei e le sue colleghe fanno una colletta, raccolgono cinquemila sterline e con queste assumono Dylan Dog, l’Indagatore dell’Incubo, perché scovi e faccia arrestare questo imprevedibile erede di Jack lo Squartatore. Ed è conoscendo Bree che Dylan Dog si trova coinvolto non soltanto in uno sconvolgente e memorabile capolavoro dell’arte sequenziale (Memorie dall’invisibile, scritto dal creatore della serie, Tiziano Sclavi, e illustrato da Giampiero Casertano), ma anche, quel che più conta, in uno degli amori più profondi e disperati che gli sia mai capitato di provare. Dylan Dog non è uno sciupafemmine, non è un playboy, non è un maschio che si vanta di non avere debolezze: al contrario, è un uomo dei nostri giorni, malinconico, ipersensibile e inquieto, abituato a confrontarsi, per indole e per mestiere, non tanto con zombi, licantropi e vampiri, quanto piuttosto con l’orrore quotidiano dell’esistenza, nei cui abissi non c’è differenza alcuna fra mostri e normali.

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©Sergio Bonelli Editore 2018

Di fronte a queste irruzioni della realtà (e della sua percezione) nel vasto universo dei comics made in Bonelli, Tex e i suoi comprimari femminili restano solidamente piantati in una dimensione avventurosa dai connotati rassicuranti, priva di derive traumatiche, di agnizioni nevrotiche, di riscritture forzatamente sovversive. Le sottili, e neanche troppo impercettibili, “rivoluzioni” che a questa tradizione ha apportato (e continua felicemente ad apportare) l’attuale curatore della serie e sceneggiatore-principe Mauro Boselli non rinnegano l’estraneità, perlomeno ufficiale, del ranger bonelliano alle relazioni affettive, né tantomeno sessuali, alle distrazioni dalla sua missione di giustiziere coraggioso, di umano – ovvero, non cieco – raddrizzatore di torti, sempre al fianco dei deboli e dei perseguitati, qualunque sia il colore della loro pelle. Lupe voleva sposarlo, ma lui ha proseguito sulla propria strada: nel 1950, quando i due si sono incontrati, la carriera dell’ex fuorilegge in favore del bene era appena iniziata, e G.L. Bonelli aveva ancora da far vedere (e da capire egli stesso) di quale pasta fosse fatto il suo eroe definitivo, il più popolare, e il più completo, dei mille che aveva inventato nella sua carriera di narratore per immagini, più simile a un regista americano come John Ford che a un prosatore vecchio stile (anche se della sua precedente attività di romanziere fu sempre orgoglioso).

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©Sergio Bonelli Editore 2018

I luoghi comuni dell’avventura western – letteraria e cinematografica – gli piacevano, certo, e sapeva maneggiarli con disinvoltura. Quando volle far provare anche al suo Tex il brivido di sentirsi perduto (prigioniero dei Navajos che lo avevano legato al palo della tortura con la chiara intenzione di ammazzarlo), come aveva fatto, una quarantina di anni prima il suo amato Emilio Salgari, usò l’artificio far irrompere sulla scena una giovane “principessa” indiana, Lilyth, la figlia del capo dei Navajos Freccia Rossa, regalando a Tex un repentino, e melodrammatico, salvataggio in extremis. Le conseguenze della supplica di Lilyth, che chiede al padre di poter sposare quel bel viso pallido che non ha mai visto prima, salvandogli dunque la vita, legano il bianco e la nativa in un suggestivo matrimonio, detto “il patto di sangue”, che non nasce evidentemente da un reciproco e vero amore. Ma la presenza di quella sposa imprevista al fianco di Aquila della Notte, come ora lo chiamano i Navajos che hanno imparato ad apprezzarlo, la costruzione di un amore reciproco e sincero, che portano, fuori scena, alla nascita di un figlio, Kit Willer detto Piccolo Falco, hanno il fiato corto e una conclusione prevedibile: la scomparsa, sempre fuori scena, della stessa Lilyth, vittima di un’epidemia causata da cinici affaristi bianchi.

Perché Tex da quella sera…

Dopo Lilyth, nessun’altra donna distrae Tex dalla sua missione, nessun’altra donna rimpiazza, o è considerata degna di rimpiazzare, la sposa prematuramente perduta. Un eroe del suo calibro – un calibro che oggi non ha più valore, non va più di moda – non ha tempo per le relazioni sentimentali, tanto meno per le divagazioni sessuali. Se mi concedete un paragone eccentrico, si potrebbe affermare che, in questo àmbito, pur con il suo stile diretto e anticonformista, Gianluigi Bonelli faceva come Liala, la maestra del “rosa” perbene, che si vantava di accompagnare le protagoniste dei propri libri sino alla camera da letto, le lasciava entrare, chiudeva la porta e le aspettava lì. Quel che accadeva oltre la porta chiusa, o più in generale, quel che accadeva, e continua ad accadere, fra una storia texiana e l’altra, rimane un segreto, non merita di essere raccontato.

L’Avventura è l’Avventura, e i lettori – sia maschi sia femmine – lo sanno (anche se oggi talvolta fanno finta di non saperlo), come lo sanno, nel Wild West, i maschi-padri che cercano di smorzare i bollenti spiriti delle femmine-figlie, attratte da quell’eroe vagabondo dal tumultuoso passato e dall’incerto futuro. Guardate, per esempio, la striscia “d’epoca” che vi propongo qui sotto: il testo che leggete, nelle ristampe successive, verrà semplificato dallo stesso Gianluigi Bonelli, e reso meno enfatico. In questa versione, però, le parole del padre e quelle di Tex, a dispetto della loro ingenua retoricità (o forse grazie anche a questa), sono il manifesto più puro di una consapevolezza reciprocamente condivisa. L’eroe dei fumetti di una volta, prima che Dylan Dog, Bree Daniel e i loro amici “mostri” rompessero le righe, aveva un ruolo, e dei doveri, che non poteva tradire, anche a rischio di rimanere single.

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©Sergio Bonelli Editore 2018

Particolare curioso, che chiude come in un cerchio ideale e romanticamente simbolico, l’iniziale brulichìo di presenze femminili nelle strisce del ranger. Quando Tex, nel bel mezzo del “patto di sangue”, rivela il proprio nome a Lilyth, costei resta a bocca aperta: “Tex Willer!”, pensa fra sé e sè, con il cuore in gola. “Tex Willer, l’amico di Tesah, la figlia di Orso Grigio!”.
La sua fama lo precede, e fa il vuoto intorno a lui.
Dopo, niente sarà più lo stesso.

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