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Il corpo di Superman: misura e armonia come simboli incarnati di credibilità e moralità – Prima parte

16 Dicembre 2013
Marco Pellitteri presenta un'approfondita analisi sul corpo di Superman, in rapporto alla sua condotta, alla sua morale e alla sua credibilità come eroe.
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Quando sono stato invitato dagli amici dello Spazio Bianco a scrivere su Superman, ho colto l’occasione per parlare di un tema che da tempo mi appassiona. Riguarda il ruolo del corpo di Superman in rapporto alla sua condotta e come indicatore – o a volte come controindicatore – della sua morale; dunque in relazione alla sua credibilità o meno come eroe.

Intendo qui il termine «corpo» rispetto al tipo di muscolatura e alle modalità della sua presentazione; come fisionomia, espressività e magnetismo del volto, inclusa la capigliatura; in relazione agli indumenti che lo ricoprono e al modo in cui lo vestono, coprono o esibiscono; come spia più o meno esplicita di un’età anagrafica; come elemento mutevole, predisposto alla trasformazione a fini narrativi e spettacolari; infine, come elemento simbolico in riferimento alla misura dell’uomo che lo detiene, alla sua moralità, al suo rapportarsi al mondo.

I. Fisicità muscolare

Sappiamo bene che nel corso di settantacinque anni di carriera editoriale Superman, realizzato da tanti autori e in periodi diversi, è stato caratterizzato fisicamente in modi molto vari: non solo in base alle capacità e intenzioni individuali dei disegnatori ma anche secondo l’evoluzione dei gusti sul corpo maschile nella società statunitense e secondo i modelli virili da cui i vari artisti hanno preso, volenti o nolenti, ispirazione. (1) Dai trapezisti degli anni Trenta e primi Quaranta ai primi culturisti professionisti degli anni Cinquanta; per intenderci, dallo Joe Shuster ispiratosi agli acrobati del circo al torace monolitico di Superman secondo Al Plastino; (2) da una fisicità più anonima e astratta nelle storie per bambini degli anni Sessanta a una corporeità più maschia e assertiva negli anni Settanta; diciamo, dunque, da Curt Swan a Dick Giordano e Neal Adams; (3) da un fisico ormai decisamente ispirato, nelle proporzioni e nel volto, al Superman cinematografico di Richard Donner (1978) negli anni Ottanta, a un corpo più massiccio, i capelli lunghi, più attento alle mode negli anni Novanta; cioè da John Byrne e George Pérez a Dan Jurgens; (4) infine, dal Superman massiccio, erculeo ed essenziale degli anni Duemila alla recente versione che ritorna in modalità pantografica all’icona di Christopher Reeve; cioè da Frank Quitely a Gary Frank.

Come si sarà intuito quando ho citato Donner e Reeve, le influenze da altri media – cinema e televisione, i più potenti in assoluto – sono stati un’ulteriore fonte di variabilità ed evoluzione della corporeità di Superman negli anni; si pensi al torso alquanto rigido del Superman degli anni Cinquanta e Sessanta dovuto, almeno in parte, all’enorme successo del telefilm Adventures of Superman (1952-58) con l’attore George Reeves, e alla convergenza straordinaria fra l’aspetto del Superman di Man of Steel – la miniserie di John Byrne della metà degli anni Ottanta – e quello, ormai sedimentato nell’immaginario collettivo, dell’attore Christopher Reeve nei panni dell’Uomo d’Acciaio; straordinaria anche per un altro aspetto, legato al volto, che affronto nel relativo capitoletto. Segnalo inoltre, a proposito dell’influenza del medium cinetelevisivo sull’immagine idealizzata del personaggio da parte del pubblico (e anche viceversa), che le altre due versioni in carne e ossa di Superman più note, il Dean Cain del telefilm Lois & Clark: Le nuove avventure di Superman (1993-97) e il Tom Welling della lunga serie tv Smallville (2001-11) confermano a mio avviso la tendenza di cui sto parlando: sia Cain sia Welling sono longilinei, armoniosi, scolpiti e dotati di una massa muscolare atletica molto ben equilibrata; semmai potrebbe essere il loro volto a convincere meno lo spettatore, dato che da trent’anni ormai il canone assoluto per la fisionomia facciale di Superman nell’immaginario collettivo è il simulacro del giovane Christopher Reeve; problema che a suo tempo si cercò di affrontare di petto nel film di Bryan Singer Superman Returns (2006), la scelta del cui attore protagonista, Brandon Routh, nacque dalla volontà di porre il film in continuità narrativa ed estetica con le pellicole Superman del citato Donner e col suo seguito Superman II (1980, di Richard Lester e, in realtà, in gran parte anche dello stesso Donner, non accreditato): Routh è, indubbiamente, somigliante al fu Reeve.

II. Trasformazioni fisiche

Le metamorfosi del corpo dell’eroe, nelle storie di Superman, sono state molteplici. Questa affermazione va intesa in almeno due sensi. Innanzitutto nel senso che indicavo sopra: la muscolatura di Superman, i suoi volumi e le sue proporzioni, sono cambiati innumerevoli volte, per questioni stilistiche e culturali, ma a volte anche più profondamente narrative. La differenza fra un Superman più longilineo e uno più tozzo, fra un Superman più capelluto e uno dal crine più disciplinato, fra un Superman più definito e uno dai muscoli meno scolpiti, sono tutti fattori non necessariamente legati solo a questioni esteriori, cioè al gusto del disegnatore e/o dello sceneggiatore. Talvolta la scelta può essere ben più ponderata e riflettere una certa consapevolezza da parte degli autori circa i valori messi in campo dal corpo dell’eroe, inteso non solo come corpo fisico ma anche come corpo simbolico, e in particolare nell’eroe Superman, in cui, forse più che in qualsiasi altro supereroe, la dimensione estetica e quella etica si compenetrano.

 Vorrei cioè sottolineare – e tornerò sul tema nel capitoletto finale – che l’apparenza fisica di Superman coincide, nella percezione istintiva del lettore/spettatore, con il suo carattere eroico, con la sua condotta pratica e con le motivazioni morali che generano tale condotta. Un Superman dalla muscolatura abnorme e quindi mostruosa, o un Superman dal corpo mingherlino e che dunque non mostra simbolicamente forza e sicurezza, o un Superman visibilmente sovrappeso e cioè inadatto a dare l’idea di rapidità ed efficienza – ho individuato tre tipi di corporatura equidistanti dalla fisicità unanimemente e istintivamente riconosciuta dal pubblico come «autentica» in Superman – si allontanano in modo drastico dalla drammaturgia propria a questo personaggio, una drammaturgia non limitata alla varietà ed enormità delle sue abilità fisiche ma che si estende nel campo, fondamentale, degli obiettivi a cui l’eroe punta facendo uso di tali abilità. È proprio per questo che, nel corso dei decenni, Superman ha variato entro certi limiti le sue volumetrie muscolari, ma sempre all’interno di un campo estetico «canonico» riconosciuto come esemplare sia dai suoi autori sia dal suo pubblico: ogni qual volta la variazione estetica nella raffigurazione di Superman si è spinta oltre quella zona canonica, si è entrati nel campo della mutazione innaturale del suo corpo, coincidente o con un cambiamento caratteriale dell’eroe o con un cambiamento nel tono narrativo.

Veniamo pertanto al secondo senso del concetto di trasformazione corporea di Superman: una colossale parte della produzione editoriale su di esso, dalla fine della Seconda guerra mondiale, ha assunto toni alquanto grotteschi, come noto. In una moltitudine di storie l’Uomo d’Acciaio ha attraversato assurde mutazioni, sempre temporanee. Non mi riferisco solo alle trasformazioni comiche (volontariamente o meno) subite da Superboy e da Superman nelle rispettive collane per tutti gli anni Cinquanta e Sessanta, ma anche alle trasformazioni pseudo-drammatiche e pseudo-spettacolari, dal tono velleitariamente più serioso, di anni recenti: variazioni nel costume, nei colori, nel codice genetico, nell’apparenza fisica. Bestia, animale della mitologia, mostro, roccia, spettro, zombie, divinità, scambio di corpo con altri personaggi, sdoppiamento fisico Clark/Kal-El, pelle trasparente, miniaturizzazione, ingigantimento, invecchiamento, ringiovanimento, obesità, cambio di sesso, mutazione della struttura e consistenza molecolare, crescita di corna, sviluppo di nuovi poteri, lupo mannaro, lebbra, regressione a cavernicolo, comparsa del sesto dito nelle mani, sviluppo del terzo occhio nella nuca, crescita abnorme di capelli e unghie alla Pierino Porcospino e altre amenità surreali/surrealiste, come il potere di lanciare una mini-versione di sé… dalla mano (cfr. per esempio Comic Vine a questa pagina ). E naturalmente il cambiamento fisico più radicale di tutti (benché temporaneo), se non altro a livello narratologico: la morte.

 III. Volto ed età

Anche il volto di Superman, come elemento della sua corporeità, nei fumetti è variato con le epoche e i gusti, in relazione alla società e alle mode statunitensi: la pettinatura e la presenza e forma del caratteristico ciuffetto di capelli a forma di s sulla fronte, la rotondità o spigolosità e muscolosità della mascella, la forma e grandezza del mento con o senza fossetta «yankee», la capigliatura e la sua luminosità, le dimensioni del collo per muscolatura e lunghezza, l’espressività, dettaglio e grandezza degli occhi, la forma del naso. Tra i fattori comunicativi del disegno del volto v’è l’età presunta e iconizzata, dai 30 ai 40 anni, ma comunque non sempre chiara e a volte nemmeno importante perché per i lettori bambini – pubblico primario di Superman per decenni e, direi, anche adesso, tutto sommato – una figura è genericamente adulta, e l’età per loro non solo è indefinita ma nemmeno presa in considerazione: per un bambino di sette, otto anni gli adulti sono solo «i grandi» e Superman non fa eccezione, «probabilmente avrà l’età del mio papà». Eppure in tempi più recenti, dalla fine di quella che gli appassionati statunitensi chiamano nostalgicamente Silver Age, l’età di Superman e della maggior parte dei supereroi si attesta intorno ai 30-35 anni, con l’individuazione dei 34 anni come età di Superman, per ragioni complesse che non è il caso di approfondire qui.

Si diceva di un aspetto straordinario della corporeità del Superman legato al volto e scaturente da un corto-circuito fra fumetti e cinema. Straordinario perché nell’idioletto grafico del citato autore canadese John Byrne, emerso nella seconda metà degli anni Settanta come una sorta di nuovo canone del fumetto supereroico (nuovo rispetto alle figure più squadrate e scultoree di Kirby e Buscema e alle calde rotondità di Romita), c’era già, e questa fu una sbalorditiva coincidenza, una modalità di disegno dei volti maschili clamorosamente paragonabile ai tratti somatici di Christopher Reeve: il taglio degli occhi e del naso, il labbro superiore appena accennato, la forma della mandibola e la capigliatura. In una sorta di circolo virtuoso, quando in anni successivi ai film con Reeve, Byrne realizzò la miniserie del rilancio di Superman il disegnatore dovette fare uno sforzo davvero minimale, o addirittura nullo, per adattare il suo stile di disegno dei volti maschili alla fisionomia di Superman riferita proprio a Reeve, che di Man of Steel era chiaramente il modello non solo estetico ma anche, in qualche modo, morale. E sul tema della moralità torno a breve.

Fine Prima Parte 

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Marco Pellitteri

Marco Pellitteri

(Collaboratore esterno) Marco Pellitteri (Palermo 1974), sociologo dei media e dei processi culturali. Responsabile della saggistica delle edizioni Tunué, direttore scientifico della Mostra Internazionale dei Cartoonists di Rapallo, traduttore e curatore di vari volumi e articoli di saggistica su fumetto, animazione, politica, sociologia, economia. Autore di diversi libri, fra cui Sense of Comics (1998), Mazinga Nostalgia (1999), Conoscere l'animazione (2004), Il Drago e la Saetta (2008). Suoi saggi e interventi sono apparsi in riviste e volumi accademici italiani e stranieri.

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