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Diventare parte della magia: una rilettura di “Nomen omen”/”Arcadia”

27 Gennaio 2026
L’uscita dell’edizione Omnia di Arcadia ci dà l’occasione per tirare le fila sulla saga fantasy di Marco B. Bucci e Jacopo Camagni.
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Con Nomen omen e Arcadia, le due trilogie fantasy proposte da Panini Comics, Marco B. Bucci e Jacopo Camagni hanno ridefinito i confini del fantasy italiano a fumetti, offrendo una visione matura, metalinguistica e profondamente poetica. L’esalogia fonde mito, tecnologia e introspezione in un racconto che parla del nostro tempo attraverso il linguaggio dell’immaginazione, costruendo qualcosa di raro nel panorama del fumetto italiano contemporaneo: un ciclo che parla del fantastico attraverso il linguaggio stesso del fantastico, riflettendo sul potere delle storie e sul loro rapporto sia con chi le racconta che con chi ne fruisce.

In questo approfondimento cercheremo di ripercorrere le tappe di questo universo narrativo, dalle origini urbane di Nomen omen alla dissoluzione di Arcadia, esplorando i temi, le intenzioni e la poetica degli autori.

I primi passi di Becky

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Le vicende della saga si aprono con un setting se vogliamo piuttosto classico, che tuttavia attraverso la scelta di una protagonista come Becky, newyorchese affetta da acromatopsia (ossia l’incapacità di distinguere i colori), contiene già un manifesto d’intenti dei due autori: misurarsi cioè con la percezione stessa della realtà e con il ruolo attivo del lettore nel completare il senso. Nel volume d’esordio la cecità cromatica di Becky non è un semplice espediente narrativo, ma una metafora che diventa strutturale nel prosieguo del racconto: la progressiva riapparizione dei colori nella sua visione è pensata come un risveglio conoscitivo che riguarda tanto il personaggio quanto il lettore. Anche chi legge nota infatti che il colore diventa sempre più preponderante fino ad assurgere a protagonista in Arcadia, quando i ruoli s’invertono ed è il grigio a insidiare le esplosioni di colore nelle tavole. Da questo punto di vista, Becky non è solo personaggio ma funzione: è la “scrittura incarnata”. Il suo percorso è il cammino di una narratrice che riscopre la potenza creativa della parola; ogni volta che un colore ritorna, non siamo in presenza di un mero fenomeno ottico, ma di un atto di immaginazione: Becky “riscrive” il mondo, e il lettore lo vede rinascere con lei.

Altra caratteristica della saga è la commistione di ambientazione urbana e mitologia antica. New York è lo scenario principale, ma fin da subito diventa uno strumento per mettere a confronto mito e contemporaneità, per rendere la leggenda un fatto del quotidiano. Si tratta di un attributo apprezzabile appieno attraverso una lettura a posteriori: soltanto nel primo volume di Arcadia infatti questo concetto si sublimerà e porterà alla coesistenza reale dei due mondi.

Il lavoro grafico di Camagni è stato cruciale per rendere credibile questa commistione: le tavole alternano la composizione tipica del fumetto supereroico, intrise di dinamiche action, a dettagli più intimi nelle fisionomie, producendo un effetto ibrido che consente alla serie di parlare a un pubblico eterogeneo. Si inserisce in questo discorso anche la scelta di affidare a una terza persona (Fabio Mancini) le sequenze oniriche, conferendo a una “semplice” collaborazione con un artista una valenza narrativa che assume un preciso significato nell’economia del racconto. 

Linguaggio magico

Quando si parla di magia che si fa linguaggio e di storie che acquisiscono una dimensione ontologica è immediato pensare al Promethea di Alan Moore, potendo in esso rintracciare diversi temi ripresi all’interno di Nomen omen/Arcadia. Al di là degli omaggi espliciti (per esempio le tessere di Scarabeo) l’uso stesso della metanarrazione è un primo punto di contatto: entrambe le opere costruiscono personaggi che sanno di essere storie o che in vario modo riflettono sulla loro condizione narrativa. La presenza di una protagonista femminile che incarna funzioni mitiche (Becky in Nomen Omen; Sophie/Promethea nelle sue molteplici incarnazioni) è un altra tematica comune. Infine, l’uso della pagina come luogo di sperimentazione: tanto J.H. Williams III quanto Camagni usano layout non convenzionali, splash pages e gestione del colore come codice narrativo.

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Non si vuole in questa sede confrontare direttamente le due opere, ma sicuramente possiamo affermare che il linguaggio scelto da Bucci e Camagni, pur essendo come detto di un certo livello e ricco di rimandi,  consegna un’opera comunque accessibile. Laddove in Promethea Moore poneva volutamente l’asticella a un livello difficilmente intellegibile in mancanza dei necessari riferimenti, in questo caso invece la scrittura è sì selettiva, ma è molto più stratificata. La storia è comunque godibile e coerente anche a un primo livello di lettura, ma più ci si addentra nei dettagli e più si riescono a cogliere i rimandi e le citazioni, più si può apprezzare la bontà della scrittura e in generale la compiutezza dell’opera.

Riconoscere l’affinità con Promethea aiuta a scorgere la complessità e la solidità dell’impianto narrativo su diversi livelli (layout, metafora del colore, centralità del femminile).

Osare con consapevolezza

Man mano che la saga avanza, la scrittura di Bucci si fa più strutturata: i dialoghi sempre più densi e sempre più ricchi di informazioni, e sebbene di primo acchito questo continuo scendere nei dettagli poteva essere letto come un limite, in realtà questa si sarebbe poi rivelata come una delle colonne portanti dell’opera. 

La scrittura di Nomen omen ha automaticamente selezionato lettori che hanno la voglia di “prendersi del tempo”, di non accontentarsi, di interrompere la lettura tra un balloon e l’altro per informarsi sul significato di una parola, di un rituale, di un riferimento. «Nomen omen e Arcadia sono un’opera letteraria, fatta per persone che amano leggere», ha affermato Bucci nell’intervista concessa in occasione dell’uscita di Arcadia vol. 3, e in effetti è tipico di chi legge avidamente il desiderio di cogliere appieno le sfumature, di soddisfare la curiosità che il ricchissimo pantheon narrativo creato per questa saga genera pagina dopo pagina. In questa prospettiva, il ritmo dilatato, il linguaggio aulico e ricercato non sono difetti da nascondere, bensì una scelta ben precisa, coerente con l’idea di opera che richiede al suo pubblico di partecipare. 

Il passaggio dal primo al secondo volume mostra con chiarezza la volontà di ampliare il respiro: quello che si era presentato come “semplice” urban fantasy si evolve in un racconto dalle tinte epiche, in cui le coordinate mitiche si dilatano e gli equilibri tra i personaggi diventano più complessi. È in questo periodo che viene pubblicato The Fall, una raccolta di dodici racconti che espande ulteriormente l’universo narrativo e conferma le ambizioni degli autori che, dopo il fumetto e il profilo Instagram della protagonista, toccano il terzo medium in un incedere quasi sinestetico, accatastando stimoli narrativi e attivando ogni volta nuove percezioni.

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La crescita della posta in gioco non è solo narrativa ma anche artistica: le sperimentazioni grafiche di questo volume, con i caratteristici dittici al centro della scena, lo rendono probabilmente insuperato a livello di ispirazione nella composizione. Le sequenze della scoperta della “tecnomanzia” non sono un mero esercizio di stile, ma una modalità per rendere tangibile l’ampliamento dell’universo: l’opera intera è stata pensata per trasformarsi, e la metamorfosi estetica è parte del piano narrativo. La cura maniacale per l’ambientazione (riproduzione di locali, skyline, arredi) viaggia di pari passo insieme alla sperimentazione compositiva. Questo doppio binario -realismo dei luoghi e libertà nei momenti di rottura- permette di mantenere il lettore ancorato a qualcosa di riconoscibile quando la narrazione spinge verso l’onirico o l’epico. Inoltre, l’uso del colore come strumento narrativo è una scelta che ribadisce la teoria di fondo: il colore non ha solo valenza estetica, per quanto apprezzabile, ma segna la soglia percettiva del personaggio e del lettore.

L’importanza delle Storie

La metanarrazione è, forse, l’elemento più ambizioso e distintivo dell’intera saga. Anche nelle interviste gli autori non lo nascondono: «I nostri personaggi sanno di essere Storie», dicono, e quella consapevolezza permea l’intero racconto. Non si tratta di un semplice stratagemma tecnico (per quanto molto difficile da declinare in maniera convincente): è una scelta etica e poetica. Facendo “parlare” le storie della loro condizione, Bucci e Camagni mettono il lettore in una posizione doppia — spettatore e co-creatore — perché l’opera reclama partecipazione critica. Questo ribaltamento del rapporto autore-lettore è tangibile anche nella pratica: il mondo di Nomen omen/Arcadia è stato pensato come transmediale, con spin-off, account social legati ai personaggi e rituali testuali che invitano il pubblico a proseguire il racconto oltre la tavola. È un modo di riconoscere che, una volta pubblicata, l’opera non appartiene più ai soli autori ma alla comunità che la nutre. I toni delle interviste mostrano quanto fosse voluta questa cessione di sovranità narrativa: l’obiettivo era creare un corpus che potesse espandersi in mani diverse.

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Se si guarda con attenzione alle scelte dei personaggi e del linguaggio, si capisce come tutto questo funzioni anche su un piano tematico. Becky non è solo la protagonista, è colei che permette di interrogare il potere della narrazione, il rischio della manipolazione, la forza della memoria e della tradizione. Gli altri personaggi, figure archetipiche spesso contaminate da tic contemporanei o dalla cultura pop, servono a costruire un coro di voci che riflettono diverse possibili relazioni con le storie: chi le abbraccia, chi le rifiuta, chi cerca di manipolarle. In quest’ottica, la scelta di alternare registri linguistici (dal lirico al teatrale, fino al linguaggio delle subculture nerd) diventa funzionale: ogni registro definisce un atteggiamento verso il racconto.

Nel passaggio ad Arcadia tutto questo si accentua: la serie diventa esplicitamente una celebrazione (e allo stesso tempo una critica) del fantastico. L’isola di Arcadia è un laboratorio narrativo dove convergono i miti e le citazioni, un luogo in cui la letteratura fantastica si guarda allo specchio. Le parole degli autori sulle due trilogie e sull’idea che il finale “non sia più nelle loro mani” ci danno la misura di un progetto che voleva fin da subito essere condiviso, aperto, capace di sopravvivere a loro stessi e alla parola “fine”. È un gesto che va oltre la semplice strategia editoriale: è una dichiarazione sull’autonomia dell’opera d’arte una volta consegnata al mondo.

Diventare parte della magia

NOMEN OMEN 3

Concludendo, si può dire che Nomen omen/Arcadia è un esperimento narrativo riuscito perché riesce a poggiarsi solidamente sui suoi molteplici punti di forza: un world-building stratificato, disegni che sanno coniugare azione e delicatezza, una gestione intelligente del colore come strumento narrativo, una metanarrazione che eleva il fumetto. Allo stesso tempo, la densità del racconto chiede al lettore un investimento che non tutti sono disposti a fare, e questa rimane la principale obiezione che si può muovere all’opera: l’accumulo di rimandi e la moltiplicazione dei livelli di significato possono rendere la lettura faticosa per chi cerca un racconto più lineare. Ma se si accetta di impegnarsi, si viene ricompensati con un’esperienza che è tanto letteraria quanto visiva, tanto popolare quanto colta.

Nomen omen Arcadia sono un unico, grande atto d’amore verso la narrazione; sono il racconto di come i miti sopravvivono nelle parole, nelle pagine, nei pixel, nei sogni; di come il colore può diventare linguaggio e la memoria sostanza del reale; di come anche un evento doloroso, quello che ha scatenato nei due autori l’esigenza di cimentarsi in quest’opera, possa essere in qualche modo lenito grazie alla potenza narrativa del fumetto.

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Amedeo Scalese

Amedeo Scalese

Impara a leggere su Topolino e naturalmente sviluppa una passione viscerale per i fumetti, ereditata anche dai geni familiari. Tex, Zagor, Mister No, Diabolik, Alan Ford, Dylan Dog, Nathan Never, Ken Parker, Uomo Ragno, X-Men e molti altri eroi ed antieroi lo accompagnano nella sua crescita.
Tra le innumerevoli cose che lo incuriosiscono, si interessa di libri, musica, cinema, serie TV, sport e tecnologia. Nerd before it was cool, pascola su internet da quando navigare costava un patrimonio di tempo e denaro, dilettandosi a scrivere su forum, blog e portali dei più svariati argomenti. Su Lo Spazio Bianco dal 2016, diventa redattore nel 2019.

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