
Tra i banchi di scuola, un ragazzo sente che una compagna sta ascoltando in cuffia Right on time dei Red Hot Chili Peppers. È la sua band preferita, quindi le chiede se sono proprio loro. Iniziano ad ascoltare la canzone insieme, una cuffia per uno. Inizia così Ragazzo, il nuovo fumetto di Zuzu, con delle pagine fitte di vignette piccole e dai colori vivaci, disegnate con pennarelli che sembrano venire proprio dagli astucci appoggiati sui banchi di scuola. Dopo Cheese e Giorni felici, con cui Zuzu si era già distinta per un modo di fare fumetto intimo e appassionato, Ragazzo approfondisce la ricerca dell’autrice sul desiderio, una forza che trasforma i corpi e il mondo che li circonda. Abbiamo avuto l’opportunità di intervistarla proprio davanti alle tavole originali di questo suo ultimo lavoro, esposte in una mostra a Ravenna in occasione del Coconino Fest.
Buongiorno Zuzu e grazie per questa intervista.
Possiamo dire che Ragazzo è un fumetto con importanti differenze rispetto ai tuoi lavori precedenti, Giorni felici e Cheese: il protagonista è Francesco, un adolescente che cerca di capire che cosa succede dentro di lui, anche alla luce della sparizione di un suo coetaneo, Andrea. Sulla scena si muovono molti altri personaggi, in un racconto che diventa presto corale. D’altra parte, con questo fumetto continui un profondo lavoro sul corpo e anche sul desiderio, motivi centrali nei tuoi tre lavori. Come nasce Ragazzo e come si inserisce nel tuo percorso?
Diciamo che Ragazzo è nato dalla voglia di esplorare proprio il desiderio. La prima ispirazione viene dalla parola “ragazzo”, che ho immediatamente collegato al desiderio. Mi sono mossa per immagini e suggestioni che man mano si arricchivano. Ogni scena era un’improvvisazione, senza sceneggiatura: studiavo le singole scene, ma non sapevo cosa sarebbe successo in quella successiva, forse proprio perché mantenevo il desiderio come tema di fondo, come motore di tutto. Sia il desiderio dell’altro, di Francesco che si innamora, sia il desiderio di sparire di Andrea, il desiderio di morire. Ma anche quello di sentirsi capiti o di tornare indietro, per i personaggi più adulti. Ho esplorato il sentimento usando personaggi di varie età in diverse situazioni. Rispetto ai due fumetti precedenti è cambiato il modo di raccontare: in Cheese e in Giorni felici conoscevo già i personaggi e raccontavo il loro percorso; nel caso di Ragazzo, invece, è stato un tema a guidarmi, i personaggi erano delle incognite.

Anche la tecnica che utilizzi è diversa: come tra Cheese e Giorni Felici, il primo in inchiostro nero e il secondo in pastelli colorati, anche in questo caso hai scelto di usare strumenti completamente diversi, i pennarelli. Pennarelli semplici, di quelli che lasciano le righe nella stesura del colore. Come mai questa scelta?
Sì, ho usato dei pennarelli che Alessandro Tota ha comprato alla figlia, di quelli molto economici. Non sono di qualità, ma rendono il tratto molto visibile. E hanno colori forti, accesi. Ho cambiato tecnica perché disegno sempre in modo diverso, non mi è mai successo di assestarmi su uno stile o uno strumento. Ho la sensazione che lo stile sia sopravvalutato. Per un lettore può essere piacevole riconoscere subito il suo autore preferito, ma come autrice può diventare una gabbia, a volte: una sicurezza che può risultare noiosa, oppure un modo per nascondersi. Per questo mi piace riscoprirmi da capo ogni volta con una tecnica diversa, anche sentendo quell’inesperienza data dal provare uno strumento nuovo. Sia chiaro, non è una sfida in cui devo eccellere: è più simile alla sensazione del bambino che scopre una nuova penna. Può sembrare strano, ma di solito la tecnica che sto sperimentando si adatta alla storia che sta emergendo. Credo sia legato al fatto che sono lo stesso individuo che scrive e disegna: quello che inizia a ossessionarmi e che voglio raccontare ha delle cose in comune con la tecnica e i colori che mi stanno appassionando. È come se la ricerca su un certo tema vada di pari passo con la ricerca del linguaggio per raccontarlo.
Parlando invece di desiderio, in Ragazzo è chiaro come sia proprio questo sentimento a cambiare sia i corpi dei personaggi (fatto che accadeva anche in Giorni Felici), sia la realtà che questi abitano: utilizzi un disegno e un colore diversi per certi passaggi. Come hai lavorato a questo aspetto?
Volevo qualcosa di istintivo e cartoonesco: il primo personaggio di cui ho disegnato questo mondo interiore è Francesco, un adolescente con un rapporto molto impulsivo con i propri desideri e paure. Volevo renderlo ancora più espressivo, con occhi grandi e forme goffe. I suoi sensi dovevano essere amplificati e allo stesso tempo lui doveva essere impacciato e spontaneo nel gestirli. Sull’uso dei quadretti, volevo fare in modo di raccontare lo stesso mondo, ma facendo capire che non eravamo più nella realtà oggettiva. L’obiettivo era comunque quello di descrivere la realtà nella sua interezza: a volte il mondo non è solo quello fuori di noi, anzi, la nostra vita è plasmata dai pensieri, da quello che viviamo e sentiamo e che è invisibile agli altri. Raccontando questi momenti, il mio obiettivo era di essere più realistica. Questa tecnica poi ha preso vita propria, compare in vari momenti e in diverse forme. In una scena diventa sangue: per Francesco è reale al punto da essere un punto d’arrivo e così diventa reale anche per i lettori.

A questo proposito, dalle tavole esposte qui a Ravenna si vede come all’inizio hai realizzato queste pagine con gli stessi colori del resto del fumetto. Le hai cambiate solo in un secondo momento?
Sì, l’idea era già di renderle in un unico colore, ma non avevo una gamma di rossi e arancioni sufficiente per farlo. Quindi ho usato gli stessi colori della “realtà” che avevo costruito, poi ho virato quei passaggi su un solo colore che a quel punto ha ottenuto sfumature diverse.
Un elemento fondamentale della tua poetica è un nocciolo di passioni umane che vive dentro ciascuno di noi, con il quale si può essere più o meno in dialogo. In Ragazzo usi l’immagine di una biglia di vetro che può essere molto in profondità. Ecco, è come se la sparizione di Andrea mettesse in moto queste biglie e facesse prendere loro direzioni impreviste. Qualcuna, anzi, esce proprio dalla pista. Si capisce che è questo movimento che ti interessa, ancora più delle ragioni che lo hanno causato o delle sue possibili destinazioni. Qualcosa che era lì e un attimo dopo è da un’altra parte, senza dare spiegazioni (e che in questo richiama il volo di Claudia, la protagonista di Giorni felici). Cosa c’è in questo movimento che ti spinge a una continua ricerca?
C’è un romanzo di Elisabeth Strout, Mi chiamo Lucy Barton, in cui si dice che uno scrittore racconta sempre la stessa storia, solo in modi diversi. C’è chi è d’accordo e chi no, ma per me centra un punto, ognuno ha un tema che esplora per tutta la vita. Anche chi non scrive lo fa, ogni essere umano ha un suo tema con cui fare i conti. Io credo che il mio sia la fuga, mi ha condizionato e mi condiziona ancora. Una fuga dalle emozioni che mi spaventano o dalle situazioni in cui non mi voglio trovare. Ho sempre sentito di dover combattere con questo istinto e al contempo di doverlo accogliere, accettarlo, con il rischio di spaventare gli altri o di preoccuparli. È un tema che mi ossessiona e che in questo fumetto prende una forma e un nome. Poi sono appassionata di Chi l’ha visto, e quando è sparito un ragazzo proprio di Salerno avevo appena iniziato a scrivere il fumetto. Non so, mi è sembrato che questo fatto facesse parte di quel racconto sul desiderio che volevo scrivere. L’ho subito integrato nel fumetto, ma perché era già dentro di me. Tutto Ragazzo è costruito in questo modo: tra una scena e l’altra passavano anche settimane, è un fumetto fatto di lunghe pause ed è stato grazie a queste che mi si presentavano davanti tutte le possibilità e le infinite strade che potevano prendere i personaggi. Mi davo il tempo di vederle tutte e di scegliere quella che mi incuriosiva.

In Ragazzo è evidente un certo lavoro sulla luce, una ricerca che sembra trovare compimento nel finale, con la scena sul mare. Come hai lavorato alla luce per questo fumetto?
Quando disegno cerco di non pensare a cosa sto disegnando: se faccio un ritratto provo a dimenticare che un naso è un naso, che un occhio è un occhio. Quando racconto il sesso, cerco di non pensare al fatto che è una scena di sesso. Perché il nostro cervello lavora tanto per simboli e la facilità con cui sintetizziamo una cosa e la associamo a un simbolo è dietro l’angolo. Io devo sentire di non disegnare per simboli: se devo raccontare il mare non penso a un certo tipo di luce, quella arriva nel momento in cui rappresento il mare. Una prerogativa del disegno, per me, è che a volte sceglie lui le cose. Io devo solo ascoltare.
Altro elemento fondamentale di questa storia sono le relazioni, tra coetanei e amici, ma anche tra genitori e figli. Davanti alla potenza delle emozioni, ci si scopre simili e viene spontaneo allora prendersi cura di chi ti sta accanto. Come hai lavorato ai personaggi?
Essendo partita dal desiderio, i personaggi li ho scoperti disegnandoli: la madre di Francesco, per esempio, doveva essere un personaggio secondario, invece mi ha incuriosita e mi sono trovata a disegnarla in primo piano. A quel punto ho dovuto fare un lavoro al contrario, volevo scoprire come era fatta, ma solo dopo che l’avevo disegnata. Francesco è nato subito insieme alla storia, insieme al titolo. Le sue prime caratteristiche erano la fragilità e la difficoltà ad appagare i suoi desideri. E si capisce perché un personaggio del genere sia affascinato dalla sparizione di un altro: vede un movimento che è fuori dalla sua portata, la realizzazione di un desiderio che per lui sembra irraggiungibile. Anche perché Francesco vuole allo stesso tempo essere cercato, desiderato, mentre Andrea prende una scelta forte, non ha bisogno degli altri per mettersi alla ricerca del desiderio. Ragazzo è un libro in cui gli incontri possono cambiarti la vita. Anche incontri mancati, come quello tra Francesco e Andrea: è sufficiente che ti portino a vedere il mondo con gli occhi di un altro. Francesco incontra Andrea attraverso la notizia della sua sparizione e vuole vedere il mondo come lo vede lui.
Rispetto all’impaginazione e al layout, colpisce il fatto che hai lavorato su pagine A4: dev’essere stato faticoso gestire e disegnare le tante sequenze con vignette anche molto piccole, un layout fitto e stretto che dà un ritmo preciso, concentrato sui gesti minimi dei personaggi. Il tutto con uno spazio bianco piuttosto ampio.
Lo spazio bianco è fondamentale perché dà al lettore la possibilità di interpretare, di unire i pezzi per dare un significato. Io però ho l’impressione di avere un approccio molto cinematografico, a volte più ancora che fumettistico: voglio raccontare tutto, anche la leggera sfumatura di uno sguardo tra una parola e l’altra. Allora disegno anche quella, quando invece in molti fumetti troviamo un balloon enorme con un lungo testo e sei tu lettore che devi immaginare le variazioni dell’espressione e del tono. La cosa incredibile del fumetto rispetto al cinema è che nel primo c’è comunque quello spazio bianco irriducibile dove il lettore può vedere qualcosa. Ci sono momenti in Ragazzo in cui lascio molto spazio al lettore, servono anche a me per allontanarmi da una scena che mi sta facendo soffrire o che mi sta emozionando molto. Di solito più una scena è emotivamente forte, più è grande il disegno. Hai l’impressione di poterci entrare, di essere lì, vicino ai personaggi, e allora può essere utile anche mettere delle distanze, a un certo punto. Devo controllare il ritmo del racconto, ma anche quello del mio cuore mentre disegno.

Se Giorni felici prendeva una certa ispirazione da un monologo di Beckett, Ragazzo prende le mosse da Right on Time dei Red Hot Chili Peppers. Come mai questa scelta? E ci sono altri testi (romanzi, film, fumetti) che sono entrati nella stesura di Ragazzo?
La scelta della canzone ha una ragione affettiva: mi fa pensare al liceo e mi ha aiutato a ritornare a quegli stati d’animo, a quelle pulsioni così forti. E poi il titolo è perfetto perché è in quell’esatto momento che nasce in Francesco il desiderio per Alice. Questa scelta ha condizionato anche l’epoca, il periodo in cui si svolge la storia: è ambientata nel 2013 per la canzone. Ad aiutarmi a scrivere Ragazzo sono stati soprattutto romanzi, gli stessi che ho inserito nella tavola in cui Francesco si addormenta con la madre: mi hanno aiutato a trovare nuove sfumature per quello che già volevo dire. La cosa bizzarra è che, senza conoscerne la trama, ci trovavo sempre una qualche forma di sparizione: soprattutto in La stanza di Jacob, ma anche in Riso nero di Anderson. È stato assurdo perché questi libri non li sceglievo apposta, sentivo una certa attrazione in libreria, e poi mi davano effettivamente dei nuovi spunti. Sui fumetti non saprei, perché a parte i miei riferimenti più classici come Hanselmann, Gipi e Altan, mentre disegno un fumetto cerco di non leggerne altri, per non rischiare di ispirarmi troppo. Lo stesso vale per i film, proprio perché i miei fumetti sono molto cinematografici. Anche per questo leggo molti romanzi.
Stai già lavorando, o anche solo pensando, a qualcosa di nuovo?
Lavorando no, sono distrutta, ma sì, ci sto pensando. Non ho le forze per disegnare, anche se quando non disegno sto male, mi scombussolo completamente. E non riesco nemmeno a disegnare senza pensare a un fumetto, mi sembra di perdere tempo. E non per una questione di lavoro o di utilità, è che a me interessano le storie. Non riesco a disegnare senza una storia.
Intervista realizzata il 13 giugno a Ravenna in occasione del Coconino Fest 2025
Zuzu
Nata a Salerno nel 1996, è fumettista e illustratrice. Si laurea allo IED nel 2017. Nel 2019 pubblica il suo fumetto d’esordio, Cheese, con Coconino Press – Fandango con il quale vince il premio come autrice rivelazione al TCBF e il Gran Guinigi come miglior esordiente al Lucca Comics & Games. Vince inoltre il premio Satira Politica di Forte dei Marmi e il Micheluzzi per la miglior opera prima al COMICON di Napoli. Pubblica storie brevi e illustrazioni su varie riviste tra cui Internazionale, Smemoranda, Jacobin Italia e La Revue Dessinée Italia, Profondissima, Macondo. Nel 2021 esce, sempre per i tipi di Coconino Press, Giorni Felici, candidato al premio Strega e tradotto in Germania, Francia e Spagna. Il suo ultimo lavoro è Ragazzo, uscito a maggio 2025, e le è valso il premio Boscarato per migliore artista (disegno e sceneggiatura) al Treviso Comic Book Festival 2025.

