
Un paio di cuffiette condivise e il pezzo della propria band preferita: è con questa immagine familiare e accogliente, che sembra approdare direttamente dai meandri di un’adolescenza lontana, che ha inizio il nuovo fumetto di Zuzu. Un’opera che con coraggio e ambizione abbraccia storie di personaggi diversi, tutte avviluppate da un preciso evento: la sparizione di Andrea, quello “strano di III B”, che da un giorno all’altro fa perdere le sue tracce. Tutti lo cercano per ragioni diverse, talvolta difficili da spiegare: tutti, però, in un modo o nell’altro, si mettono alla sua ricerca, in un viaggio che li porterà talvolta distanti dalla provincia salernitana, ma anche lontani nel tempo, in un percorso a ritroso nel proprio passato e dentro sé stessi. Un viaggio di ampio respiro, che intreccia tematiche e punti di vista diversi: non è un caso, infatti, che Ragazzo sia dal punto di vista grafico un’esplosione di colori.
Se in Cheese la narrazione più introspettiva e grottesca prediligeva il bianco e nero, e il racconto onirico e poetico di Giorni Felici sceglieva i toni leggeri dei colori pastello, in Ragazzo i pennarelli regalano invece alle tavole una veste viva e brillante, rispondendo ai bisogni di una storia in cui luci e ombre si alternano continuamente, e in cui alla maggiore tenerezza corrisponde talvolta il più grande struggimento. Non ci sono limiti cromatici, in un’alternanza che accompagna così egregiamente la narrazione di più ampio respiro, che per la prima volta vede anche un cast più diversificato di personaggi, alle prese con età e fasi della vita diverse.
“Right on time” risuona infatti nelle cuffiette di Alice, nella prima tavola del fumetto, ma essere “giusto in tempo” può essere talvolta particolarmente complesso: lo sanno bene, per l’appunto, Alice e Francesco, che tra i banchi di scuola conoscono l’ebbrezza del primo amore. I loro tempi sono talvolta sfasati, destinati a slacciarsi, ma per un poco riescono ad allinearsi: e in quel tempo fiorisce la loro storia fatta di inciampi e incertezze, ma anche di improvvise intensità. Alice è più pronta, matura, sa cogliere con consapevolezza le fragilità di Andrea; quest’ultimo, al contrario, appare smarrito di fronte all’enormità e alla novità di questo primo desiderio, e se ne lascia travolgere.
Di questa storia Zuzu riesce a raccontare con accuratezza tutti i movimenti “sotterranei”, quelli che animano il mondo interiore dei protagonisti: in queste tavole il colore trova una sua uniformità, declinandosi sulle sfumature di una sola tinta, che rappresenta quasi il leitmotiv emotivo del personaggio (rosso, ad esempio, per Francesco; blu, invece, per Alice). Il colore si fa meno corposo e il tratto più leggero, come se la realtà affievolisse la sua presa e perdesse di concretezza. In queste parentesi narrative il ritmo rallenta, la rappresentazione si fa più onirica, dando vita ad una realtà alternativa in cui Francesco è capace di superare gli ostacoli nel suo rapporto con Alice. Se nella realtà fattuale, ad esempio, l’ansia da prestazione ostacola la libertà del desiderio, in quella immaginativa, attraverso tavole particolarmente evocative, il membro di Francesco, che riesce persino a portare Alice in volo, diviene la metafora di un desiderio finalmente libero di esprimersi.

Le soluzioni grafiche dell’autrice riescono a restituire con accuratezza l’interiorità emotiva dei personaggi, attraverso immagini d’effetto ma mai morbose, che riproducono invece l’intensità di un desiderio strozzato, che nella realtà fisica incontra l’inevitabile tensione delle prime volte e che vorrebbe trovare modo di raggiungere l’altro senza più alcuna paura. Sono “iperboli” grafiche che della giovinezza restituiscono quello spazio in cui il desiderio si avverte nella sua più pura potenza ed è costretto a scontrarsi con i limiti di una realtà che non sempre può corrispondergli: una tensione in cui raggiungere l’altro è uno slancio continuo nel vuoto, che spaventa ma eccita insieme.
Viene interrotta così la linearità grafica del racconto: per il resto, infatti, la tavola conosce invece una fittissima suddivisione, talvolta quasi “ossessiva”, caratterizzata da piccoli riquadri, che restituiscono al lettore ogni dettaglio della scena, ogni sguardo o cambiamento di espressione. Come se la rappresentazione della realtà, al di fuori della dimensione immaginativa, conoscesse una scansione temporale molto più rigida: quando il personaggio riesce “evaderla”, dando spazio al proprio mondo interiore, anche la tavola conosce una maggiore libertà e rifiuta la rigida costrizione dei riquadri.
Ma tale modalità rappresentativa non coinvolge solo Alice e Francesco: anche i personaggi adulti, coloro che oramai sono all’altro lato della giovinezza, non ne sono immuni. Se infatti gli adolescenti stanno cercando loro stessi tra cadute e interrogativi, i genitori, dall’altro lato, non sono da meno. Zuzu racconta in egual modo le fragilità nascoste dell’età adulta, le paure che si nascondono dietro la maschera inflessibile e statuaria del “Genitore”: quando nessuno li vede, anche loro possono permettersi di cadere e, per pochi istanti, ritornano di nuovo “ragazzi”, piccoli di fronte all’impetuosità degli eventi.
Così, l’eco di una giovinezza lontana si insinua negli spiragli di una vita in cui solo apparentemente tutto ha trovato il suo posto, e la sparizione di Andrea dilania in maniera inaspettata tali spiragli, lasciando che qualcosa che sembrava soffocato per sempre riesca a riemergere prepotente. Anche la loro, di vita interiore, è viva e ricca di immagini: ma, al contrario di quella di Alice e Francesco, più nostalgica e malinconica. Se quella dei giovani si proietta nell’illusione dei futuri possibili, quella dei “grandi” si sospinge invece verso angoli inesplorati del passato. Le loro “parentesi” sono così frammenti rubati a una memoria distante ma viva: il passato diviene una ferita aperta da cui è ancora possibile imparare.
Genitori e figli finiscono così per confondersi ma anche per avvicinarsi: proprio in quei rari momenti in cui le difese si abbattono e per un secondo i ruoli predefiniti si abbandonano, riescono a vedersi davvero, a riconoscersi nella reciproca fragilità. Il racconto dà spazio in questi casi a primi piani in cui Zuzu mette a fuoco tutta l’espressività dei personaggi. Ancora una volta, nel lavoro dell’autrice, il corpo ha un ruolo di primo piano: racconta tanto quanto le parole, se non di più, restituendo dei personaggi gli istinti più autentici, come lo erano ad esempio i “denti/zanne” della protagonista di Giorni Felici. Anche in quest’opera ogni gesto è importante, ma sono soprattutto i visi ad avere un ruolo di rilievo. Ragazzo è infatti una storia di volti, che si alternano, si guardano, si confondono: nella loro espressività estrema, giovani e adulti finiscono infatti per assomigliarsi, uniti nella comune umanità. Nei momenti di maggiore climax, i volti riempiono prepotentemente la tavola, sembrano guardare dritto negli occhi il lettore, chiamandolo a partecipare alla loro più intima emozione.

E di questo grande affresco, in cui passato e futuro colorano continuamente il presente dei personaggi di nuove sfumature, Andrea è il collante, il fil rouge che tiene insieme le tante diramazioni della storia. Lo si vede un’unica volta, in una sola significativa tavola, in cui è rappresentato di spalle e si volta appena. Anche una volta trovato, continua a sfuggire e a non farsi inquadrare: si lascia rincorrere, senza darci tregua, ci spinge a una ricerca a cui non è possibile restare indifferenti. Perché Andrea è “quello strano di III B”, ma è anche, inevitabilmente, il “ragazzo” che siamo stati e che ci portiamo dentro, il residuo di un’adolescenza che è molto di più di una banale età anagrafica. È un tempo rubato, sottratto alle regole della vita: uno spazio in cui siamo stati noi stessi in maniera autentica e grezza, fragili e persi come Francesco e Alice, in cui sbagliare non era solo accettabile, ma necessario.
Un tempo in cui il futuro appariva ancora come una promessa indefinita e lontana. “Sei fortunato perché un giorno potresti dimenticare cosa significa soffrire per amore”, confida infatti la madre di Andrea a Francesco, lei che è già stata scalfita dallo scorrere del tempo e delle esperienze, che pian piano ci allontanano sempre più dal “ragazzo”, dentro di noi. Andrea non dà spiegazioni o chiarimenti: si fa metafora di un istinto indefinibile, lo stesso che anima quel mondo interiore che dell’opera è il vero cuore, e che finisce per essere spinto sempre più in profondità dentro di noi, batosta dopo batosta. E infatti è con la prima delusione amorosa, con il primo cuore spezzato, quando un primo pezzetto di quella grande illusione ci viene portata via, che la storia trova fine.
Eppure, non è su note dolorose che il racconto si chiude: il volto di Francesco, che osserva il mare nella sua vastità, esplode infatti in una risata che riempie impetuosamente la tavola e restituisce al lettore un sospiro di sollievo. Una serie di tavole silenziose ritraggono il passaggio del ragazzo tra le due fasi: l’approdo a un’altra riva, da cui non è più possibile tornare. È da questa nuova riva che, nudo e libero, Francesco pone il suo sguardo verso il futuro. Zuzu ci ricorda così che quando l’illusione si spezza e il sogno finisce, qualcosa di incredibile e inaspettato accade: si continua a vivere. O forse, in un certo senso, si comincia davvero: “Break my heart so I can start”, cantava Anthony Kiedis nel brano che dà inizio al racconto. E non muore quel Ragazzo dentro di noi, semplicemente impariamo a portarcelo dentro e, se siamo abbastanza in gamba, a proteggerlo dagli inevitabili acciacchi della vita, che pian piano ci plasmano come argilla, dandoci nuova forma e nuovi volti.
La crescita, quindi, non viene demonizzata, perché il punto non è mai stato rimanere murati all’interno del sogno: al di fuori di esso il tempo continuerà infatti a scorrere, e noi insieme a lui. Non ci resta quindi che accoglierla e, possibilmente, proprio come fa Francesco, con occhi che ridono e una bocca tanto spalancata da inghiottire il mare.
Abbiamo parlato di:
Ragazzo
Zuzu
Coconino Press, 2025
304 pagine, brossurato, colori – 25,00 €
ISBN: 9788876187728
