Dei, eroi e supereroi: identità, epica ed etica (parte 1 di 5)

Dei, eroi e supereroi: identità, epica ed etica (parte 1 di 5)
Dei, eroi e supereroi sono protagonisti di racconti di epoche lontanissime fra loro, eppure non di rado le loro avventure ci mettono di fronte alle stesse questioni di senso che hanno mantenuto il loro valore attraverso i secoli. Vediamone alcune, interrogando racconti e personaggi.

Che cosa costituisce l’identità di un eroe? Essa è data dalle azioni compiute o è un composto più complesso che coinvolge l’esperienza di vita e lo specifico divenire in un particolare qui e ora? Che cosa, in questo divenire dalle ampie zone d’ombra, forma ciò che chiamiamo responsabilità e quale è il legame fra questa e l’identità?
Iniziamo il nostro viaggio da un caso noto, un momento speciale che materializza con efficacia drammatica le nostre domande.

Caso, Fato e responsabilità

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, Brian Bolland, The Killing Joke, , RW Lion.

Sotto una pioggia battente, e il ridono, appoggiandosi l’uno sulla spalla dell’altro. È il finale, celebre e disturbante (celebre perché disturbante) di The Killing Joke, racconto scritto da Alan Moore e portato sulla pagina da Brian Bolland nel 1988. È una scena che, al di là del disorientamento subitaneo, ci interroga e ci spinge a riflettere sul ruolo dei personaggi all’interno dell’universo narrativo, sulla sua genesi ed evoluzione e sulla consapevolezza che i personaggi stessi ne hanno.
Già altrove proponemmo alcuni spunti in merito; in questa sede, amplieremo il raggio della riflessione attraverso una problematizzazione sistematica dei temi e sfrutteremo una visione comparativa con alcuni momenti dell’epica classica, per esplorare le tensioni etiche fra l’eroe e il contesto culturale in cui agisce.

La prima domanda che affrontiamo riguarda la natura e il significato di quell’abbraccio e di quella risata, sfrenata e irresistibile. Il punto di contatto che sembra innescare l’empatia fra Batman e Joker è il ruolo del caso nelle loro esistenze. La vita di entrambi è stata condizionata da un evento puntuale e specifico: l’uccisione dei genitori per Bruce Wayne, la morte della moglie in attesa del figlio e il coinvolgimento in una rapina per colui che diventerà il Joker.

Questa contiguità episodica è tuttavia inserita in due contesti esistenziali totalmente differenti. Bruce appartiene all’alta società e ha a disposizione strumenti culturali, economici e sociali per costruire la propria vita secondo un’ampia gamma di opzioni: può scegliere e seguire le proprie scelte. Il futuro Joker cresce in un ambiente di sottoproletariato, contraddistinto da una precarietà assoluta e senza particolari strumenti che gli offrano opportunità di crescita. In una simile situazione quali sono i suoi margini di manovra?

Nel racconto di Moore, l’atto (criminoso) che crea il Joker è privo di senso alcuno, frutto della decisione presa in un contesto diverso da quello in cui si mette in moto l’azione determinante: l’uomo non riesce a sottrarvisi, subisce le minacce e resta prigioniero della disperazione. Certo, il Joker non subirà mai più simili costrizioni e attraverso la sofferenza estrema di quel momento, si scioglierà da qualsiasi impedimento, ma questa assoluzione assoluta (nel senso etimologico di scioglimento da qualsiasi vincolo) è un marchio di follia e non di saggezza.

La differenza, netta, fra i due termini sta nel rapporto con la legge morale: la follia rigetta la responsabilità, mentre la saggezza la assume come fondamento. Joker avrebbe potuto rifiutarsi di partecipare al crimine? Avrebbe potuto ribellarsi alle pressioni e alle minacce? Idealmente sì, avrebbe potuto farlo, ma in quel momento stava vivendo una caduta, che lo svuotava di risorse, forze, obiettivi, senso. Il fatto è che non ha niente che possa sostenerlo, in quel momento decisivo. In questa prospettiva, la corrosione e la perversione somatica del suo volto sono metafore dirette della corrosione e della perversione (nel senso di reindirizzamento nefasto) dello spirito.
Anche Bruce Wayne ha subito un trauma, ma quel trauma non fu il Nadir, il punto più basso e oscuro, di una discesa, ma una discontinuità in un’esistenza protetta, l’irruzione della violenza nella vita di un bambino.

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, , Batman: Death of the Family, DC Comics.

Le diverse esistenze costruite dai due personaggi sono quindi frutto di una specifica interazione fra personalità e ambiente sociale e la consegna del Joker ad Arkham da parte di Batman trova facile interpretazione come fiducia di questi nella possibilità che un individuo ha di cambiare (resa esplicita nel dialogo del sottofinale di The Killing Joke) e, sottolineiamo, nella consapevolezza della divisione di responsabilità fra sé e le istituzioni, chiamate a farsi carico della riabilitazione del criminale.

Se resta difficile dare una lettura altrettanto chiara dello spirito del Joker in questa vicenda, certamente possiamo affermare che Batman non accetta il Caso, la celebre “giornata storta”, come riflesso o manifestazione di un destino immutabile. Notiamo di sfuggita che il rapporto fra destino e scelte dell’eroe agisce da motore del trattamento di del romance fra Bruce Wayne e Selina Kyle, ma di questo abbiamo accennato in altra sede e su questo meriterà tornare al termine della run dell’ex agente della CIA sull’Uomo Pipistrello.

Caso e Fato definiscono orizzonti etici con i quali gli eroi sono chiamati a confrontarsi: da questo confronto si sviluppa la possibilità di definire la libertà e un’etica della responsabilità, che si sviluppa e agisce assumendo la necessità di scegliere in condizioni di conoscenza imperfetta e in un contesto complesso, cioè tale che le conseguenze di ogni scelta modificano rapidamente il contesto stesso.
Nel mondo di The Killing Joke, il Caso è un elemento ambientale eticamente neutro, una comodità retorica dalla fragile valenza euristica e priva di una reale dimensione ontologica: accade, ma probabilmente non è. Racchiude in sé l’idea di eventi imponderabili e fuori dal nostro controllo, un non sequitur che esprime quindi una specifica prospettiva, che raccoglie sotto quella voce qualcosa che resta fuori dall’analisi, che viene assunto come dato compiuto, una scatola nera di questioni da affrontare in altra sede.
Nel mondo dell’homo faber, quello in cui noi stessi lettori ci muoviamo, il Caso è l’ombra ai margini del contesto, ciò che resta fuori dai piani, che si cerca di inquadrare nelle valutazioni di rischio – proiezione probabilistica del pericolo – o, più spesso, attraverso una descrizione dettagliata della situazione di partenza dalla quale ci muoviamo con i nostri progetti, rinunciando, per consapevolezza o inadeguatezza, a capire perché proprio “quella” situazione e non altre costituiscano la realtà.

Nei casi peggiori, una banale permutazione di lettere trasforma il Caso in Caos, mutando l’Ordine del Piano in Incubo, in una sorta di regressione cosmogonica che destruttura il Kosmos frutto delle nostre aspettative e fatiche, che a volte marca semplicemente l’irruzione della realtà “dura” nelle nostre rappresentazioni del mondo. Ma, nel profondo, l’individuazione di qualcosa che chiamiamo Caos, porta con sé anche la domanda sull’esistenza di un ordine a noi sconosciuto, entro il quale anch’esso acquisti un ruolo e un senso, si manifesti come la “giornata storta”, che segna la vita di una persona, o nella forza distruttrice della Fenice, per cercare ancora una volta un parallelismo nel mondo del fumetto.

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Tom King, Mikel Janin, Batman 49, DC Comics, RW Lion.

In questa prospettiva, nell’universo in cui esiste Gotham City, il Joker incarna esattamente quella permutazione da Caso a Caos, mentre l’Enigmista, Bane (sia quello scritto da King sia, in maniera meno plateale, quello di Knightfall) incarnano la deriva paranoico-ossessiva del Kosmos, che nutre ogni teoria del complotto.
Punto per noi importante, Batman non è definito attraverso la contrapposizione al Joker: questa idea è solo una velleità del villain, ossessionato dalla ricerca di uno status ontologico autonomo e che proietta sul suo avversario la propria insicurezza identitaria di fondo.

È questa la visione utilizzata tanto nella run di Tom King (vedasi in particolare Batman #48-#49) quanto in Morte della Famiglia (Scott Snyder, Greg Capullo, Batman #13-#17, 2012), storia in cui il Joker vuole togliere di mezzo gli alleati di Batman perché li considera minacce alla propria posizione privilegiata (egemonica?) nel cuore e nella vita dell’eroe. Con una piccola forzatura, potremmo anche considerare il suicidio del Joker ne Il ritorno del Cavaliere Oscuro come tentativo di catturare l’attenzione dell’avversario e farlo addirittura sentire in colpa, chiedendogli quindi di portarne, in forma di rimorso, la memoria dentro di sé. Il Joker, dunque, come Caos che cerca un riconoscimento nel Kosmos, un luogo stabile, immutabile e perenne.

Batman, invece, costruisce la propria identità attraverso il confronto con un Kosmos strutturato e in continuo divenire, un campo di forze mutuamente interagenti, che coinvolgono sia la sua dimensione sociale sia la sua dimensione interiore. Batman, che, teniamolo sempre a mente, è “il più grande detective del mondo”, ha la capacità di creare modelli mentali del contesto nel quale agisce, delle situazioni che si trova ad affrontare. Il suo Bat-armamentario sarebbe pura gadgettistica da fiera tecnologica, senza quella capacità che, a sua volta, è uno strumento al servizio di una visione etica che genera una missione: “Io sono Batman. Proteggo la città, salvo le persone, indago sui crimini, difendo l’innocente, correggo il colpevole”, come sintetizzato in Cos’è successo al Cavaliere Oscuro? (Neil Gaiman, Andy Kubert, 2009). Batman è un precipitato di disciplina e forza di volontà, che si esprimono nella cura con la quale prepara non tanto le singole missioni quanto la propria persona: esemplari, in questo senso Torre di Babele (Mark Waid, Howard Porter, Steve Scott, JLA #43-#46, 2000) e il progetto che porta alla creazione di Brother Eye, il sistema di sorveglianza che gestisce informazioni su tutti i meta umani della Terra. Come riesce a trasmettere anche al figlio Damian, d’altra parte, “la vittoria sta nei preparativi“.

Continua…

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