Dei, eroi e supereroi, identità, epica ed etica (parte 4 di 5)

Dei, eroi e supereroi, identità, epica ed etica (parte 4 di 5)
Dei, eroi e supereroi sono protagonisti di racconti di epoche lontanissime fra loro, eppure non di rado le loro avventure ci mettono di fronte alle stesse questioni di senso, che hanno mantenuto il loro valore attraverso i secoli. In questa pare, indaghiamo sul concetto di Giustizia.

Quale Giustizia

Nei precedenti articoli abbiamo visto come le vicende di eroi e supereroi mettano in luce tensioni fra i principi che fondano le culture e le società nelle quali quei racconti nascono. Fra quelle tensioni, una è particolarmente interessante, poiché chiama in scena l’umanità ordinaria: quella che riguarda la giustizia. Nella misura in cui eroi e supereroi incarnano desideri, il loro rapporto con la Giustizia è una finestra spalancata sulla fondamentale questione delle relazioni fra mezzi e fini.

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Frank Miller, Jim Lee, All Star batman and Robin, , RW Lion.

La tensione fra giustizia, razionalità e vendetta è il cuore di molti racconti supereroici e, per esempio, la determinazione di Bruce Wayne, che da ragazzino giura di vendicare i genitori e da adulto diventa , assomiglia non poco a una manifestazione dell’hybris. O, per ricollegarci ai ragionamenti precedenti, delle trame del Fato, perché quell’omicidio apre la porta al percorso che trasformerà il piccolo Bruce in Batman.
A questo punto, solleviamo esplicitamente un dilemma classico: quanto c’è di “giusto” nel risparmiare il al termine di ogni battaglia? Quanto c’è di “giusto” nel ridere insieme al Joker dopo che questi ha paralizzato Barbara e vessato Gordon?
Altri esempi non mancano. In Requiem per la giustizia di , Hal Jordan, Atom e Freccia Verde vanno spesso vicinissimi a superare il limite autoimposto, con Freccia Verde che alla fine lo oltrepassa da solo uccidendo Prometheus. E non è la prima volta che Oliver Queen uccide qualcuno. E se fosse giustizia proprio uccidere chi ha ucciso?

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Roy Thomas, Greg Tocchini, Odissea, Marvel, Panini Comics.

Nel mondo greco arcaico spesso era così. Pensiamo alla conclusione dell’Odissea: Ulisse fa strage dei Proci, nessuno viene risparmiato. Uccide anche Leode, l’aruspice che pure aveva consigliato ai pretendenti di contenere la loro arroganza e non aveva compiuto atti di violenza o arroganza (la sua morte è quindi un’accusa verso le forme di complicità morale, messe sullo stesso piano di quelle materiali?). Ordina anche l’uccisione di tutte le ancelle che hanno compiaciuto i Proci.

Odisseo crea un nuovo ordine, cancellando col sangue tutto ciò che ha insidiato il vecchio. Tuttavia, questa strage apre la porta al rischio di una spirale di vendetta ragionevolmente senza fine, poiché i parenti dei maggiorenti itacesi sono pronti a prendere le armi per vendicarli. Per evitarlo, serve l’intervento divino: ecco Atena – la dea protettrice di Odisseo – che ferma tutto e disinnesca la faida infinita. La riconciliazione umana non può darsi, perciò interviene il divino. Idea attorno al quale ruota molto pensiero tragico. Prendiamo Eschilo, Persiani: c’è un’idea di giustizia “colpo su colpo” che porta soltanto morte.

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Nicolò dell’Abate, Morte di Turno, 1540, Gallerie Estensi.

Secoli dopo, Virgilio arriva al finale dell’Eneide sul piano umano, un finale voluto dal Fato, sì, ma di cui sono protagonisti gli uomini, con le loro norme, le loro vendette e le loro emozioni. Prima gli dei intervengono per decidere le sorti dello scontro che si sta protraendo eccessivamente, senza che un guerriero prevalga sull’altro; poi si fanno da parte e il poema si conclude lasciando ampio spazio all’agire umano.

er l’epoca nella quale sono ambientati i fatti è normale che Enea uccida Turno, rifiutando di risparmiarlo, dopo aver scorto il balteo di Pallante, morto sotto i colpi dello stesso Turno. Il re dei Rutuli, com’era usanza (termine che traduce uno dei significati di “nomos“), ha spogliato il cadavere dell’avversario e ne ha conservato parte dell’equipaggiamento come bottino di guerra e segno d’onore, ignaro che l’atto sarà per lui fatale. Quando vede l’oggetto che gli ricorda l’amico morto, il figlio di Venere si infuria e viene meno alla pietas, eppure allo stesso tempo rispettandola: non la segue perché uccide con efferatezza colui che ne invoca la pietà; la asseconda perché vendica l’alleato, adempiendo alla promessa fatta a Evandro, padre di Pallante.

È comunque evidente lo scarto rispetto all’Iliade e all’Odissea: l’eroe uccide il nemico, ma non infierisce sul cadavere, il popolo autoctono si fonde con i troiani e da questo reciproco accettarsi nascerà Roma, prodotto virtuoso dell’integrazione.

Torniamo a Gotham. Lasciare in vita il Joker, ben sapendo che evaderà da Arkham e ucciderà di nuovo, quindi non mettere un punto alla spirale di violenza sulla scia dei poemi omerici e dell’Orestea, non è ingiustizia e addirittura empietà nei confronti delle vittime e dei loro cari? Non è egoismo imporsi un limite, mantenere la propria coscienza pulita, quando altri soffrono? Se l’eroe è colui che si sacrifica ed esce dalla comunità (l’Eracle di Euripide ne è esempio lampante), allora perché Batman non compie il sacrificio ultimo e non abbraccia fino in fondo l’eroismo uccidendo il Joker?
Anche in ottica di umanesimo, dunque su un piano più umano che superumano (oltreumano?): veramente un uomo lascerebbe in vita il Joker? Non agirebbe piuttosto come Achille che vuol fare strage del corpo di Ettore, reo di aver ucciso l’amico Patroclo? È davvero un eroe chi vuole restare al di qua del confine e non sacrifica sé stesso superando quel limite? È un eroe buono forse, ma in quale misura la bontà coincide con la giustizia e con l’eroismo?

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Come abbiamo visto, Enea ha sulle proprie spalle il dovere della vendetta e, in quanto assoluzione di quel dovere, uccidere Turno non è una colpa. Risparmiando Joker, Batman è empio nei confronti di quella stessa gente che vuole proteggere?

Forse, il punto è che Batman non ha un’Atena sulla quale contare per evitare l’escalation incontrollata dell’odio. L’autonomia umana comporta la responsabilità verso il futuro, così che si debbano valutare e scegliere le azioni non solo in base ai loro effetti sul presente e sul passato (eliminare il villain), ma anche verso il futuro. Che cosa accadrebbe della Giustizia e dell’Equità allorché si pretendesse di gestirle con gli stessi mezzi dei villain? Uguale prassi implica uguale struttura di Potere, a partire dall’impunità e dall’assenza di responsabilità, e l’autonomia guadagnata diventa presto proprietà di chi possiede il Potere. Ancora, su questo punto Superman: Red Son è esplicito al limite del pedagogico.

Ma proprio il caso di Achille solleva un altro punto: il condottiero dei Mirmidoni uccide Ettore e fa strazio del suo cadavere, accusandolo della morte di Patroclo. Vero che quest’ultimo aveva ignorato i consigli di prudenza del giovane amico – ricordiamo che Patroclo era il più anziano dei due e che Achille era ancora privo di barba, quindi alla soglia dell’età adulta -, ma il rifiuto di Achille a vendicare la sua morte, solo perché l’amico aveva agito in maniera irragionevole, sarebbe suonato alquanto bizzarro nell’accampamento acheo (ricordiamo che nella società greca antica i comportamenti erano fortemente influenzati da quella che noi chiamiamo “cultura della vergogna”, secondo la quale chi non segue i modelli attesi si espone al biasimo della comunità).
La sua ferocia è senza freni, ma del tutto male indirizzata: come ricordato, a causare la morte dell’amico di una vita fu infatti Apollo ed è quindi contro di lui che Achille dovrebbe scatenare la sua ira, anziché contro un suo mero strumento occasionale.

Ettore condivide questo sguardo sulle cose, come mostra il fatto che non accusa Zeus di averlo abbandonato nello scontro fatale quando il Padre degli dei, che pure lo ama, confronta il peso della anime dei due combattenti e accetta il verdetto della bilancia. Fuori dalla portata degli uomini, gli dei restano al di sopra di tutto, le loro azioni guidate da valori e obiettivi che non tengono conto della vita umana: qui più che mai si è tentati di leggerli, anacronisticamente, come metafora delle forze create dall’uomo e che l’uomo non è tuttavia in grado di gestire per il bene collettivo.
Nel mondo dell’Eneide, invece, le azioni divine non passano ugualmente inosservate né sono accettate con rassegnazione: Turno avverte l’abbandono degli dei e cade nello sconforto, si arrabbia con loro e capisce che è finita.

Continua…

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