Una settimana come tante: Mercurio Loi e l’elogio della ripetitività

non ha nessun mistero per le mani su cui indagare, né altri impegni di sorta. Mentre il suo assistente Ottone dedica sempre più tempo alla sua relazione con la giovane Diana, la settimana scorre lenta, inesorabile e ripetitiva, offrendo comunque materiale per la fervida mente del professore romano.

Un lavoro di sottrazione

Mercurio-Loi-12_cover_Recensioni ha dimostrato più volte che il lato action in Mercurio Loi è poco importante, risicato, spesso lasciato intuire dietro le quinte. Con Una settimana come tante, albo n. 12 della testata Bonelli, questo approccio raggiunge forse il suo apice, il grado zero dell’azione nel modo convenzionalmente inteso.

Le riflessioni e le peregrinazioni per le strade di Roma, corpus centrale nelle storie precedenti, trovano stavolta una sublimazione in un Mercurio particolarmente sfaccendato. È una situazione ancora differente da quella di L’uomo orizzontale, dove l’inazione del protagonista era da intendersi come una sua precisa scelta; stavolta il perdigiorno di Bilotta è intrappolato nella routine priva di sbocchi di una settimana particolarmente monotona, dalla quale vorrebbe in parte uscire e in parte farsi condurre, cercando al suo interno uno stimolo.

Routine: ricchezza e dannazione

Come spesso accade nella serie, Alessandro Bilotta si concentra su situazioni ordinarie per suscitare una riflessione mai scontata, anzi ambivalente.
È il caso di questo dodicesimo numero: inizialmente Mercurio Loi è oppresso dal ripetersi costante e con minime variazioni della routine giornaliera, tra un libro che non riesce mai a leggere, i pasti preparati dal domestico Leone, pedinare Ottone nei suoi appuntamenti sentimentali e le passeggiate notturne.

Mercurio-Loi-12_1_Recensioni Ma lentamente scopre una doppia faccia di questa sorta di eterno ritorno in versione quotidiana: da una parte la reiterazione di un dato evento può servire ad approfondirlo e capirlo veramente, attraverso l’esperienza del fatto stesso.
Dall’altra, l’abitudine può essere anche pericolosa, perché potrebbe farci dare per scontati degli elementi o delle persone, fino a non accorgersi nemmeno della loro eventuale assenza.
Non manca, in questo contesto, un dosato uso dell’ironia da parte di Bilotta nel gestire l’andamento narrativo, tramite alcune scenette volutamente sopra le righe e di leggeri contrattempi.

Noia, possibilità di approfondimento e rischio di perdere di vista qualcosa a cui siamo abituati: tre conseguenze provenienti dalla stessa causa, analizzate dallo sceneggiatore attraverso esempi calzanti che si innestano nel “flusso di coscienza” della storia.

La trama sembra girare a vuoto, specie verso la metà, quando il gioco della ripetizione è ormai svelato ma ancora manca una chiave di decodifica utile. La sfida è quella di servire ai lettori un racconto che cerca di avvicinarsi alla vita reale piuttosto che alle regole narrative che vorrebbero un preciso meccanismo di inizio-svolgimento-conclusione innestato su un’avventura con una determinata direzione. Una settimana come tante offre invece quanto promette il titolo stesso, una sequela di episodi quotidiani, con piccoli imprevisti e la sensazione di loop privo di significato e rotta.

Un “caso”, comunque, se vogliamo c’è: il mistero delle persone che tutte le mattine corrono sotto la finestra di Mercurio trova una sua spiegazione finale, ma come al solito rifugge il metodo deduttivo o l’indagine in senso stretto, avendo nella sua risoluzione un pretesto meramente funzionale alla tematica dell’albo. In quest’occasione sembra in realtà fornire anche i presupposti del prossimo numero, ma è senz’altro presto per trarne maggiori conclusioni.

I comprimari della vicenda non aiutano il professore in questa settimana fin troppo lineare: Leone lo disturba per faccende casalinghe di poco conto e prepara piatti troppo raffinati, Ottone sembra sempre più restio nel seguire Mercurio nelle sue missioni notturne, preso com’è dalla sua storia d’amore, e l’amico colonnello Belforte non è in servizio, mancando quindi di fornire al protagonista l’abituale sponda per le sue avventure.

Perfino gli incontri con un suo compare della società segreta in cui milita si rivela essere una seccatura più che un modo per rendere più ricchi questi giorni, per quanto le sue preoccupazioni – inascoltate dall’indomito docente – preludano a eventi che potrebbero rivelarsi importanti in futuro, come a dire che anche negli elementi più innocui possono nascondersi germi di avventura.

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Un’ultima annotazione è d’uopo per i toni onirici che si rintracciano in alcuni passaggi della storia, quando il protagonista sente parlare alcuni animali e addirittura indovina i pensieri del muto Belforte. Che siano conseguenze delle ormai note allucinazioni indotte dalle misture chimiche a cui è stato esposto nelle avventure passate o frutto della sua fantasia tormentata, costituiscono in ogni caso un vezzo straniante utilizzato da Bilotta per destabilizzare tanto il lettore quanto il personaggio stesso. Interrogarsi sulla natura di queste “visioni” non appare più utile o calzante che cercare un’indagine di stampo classico negli albi della serie. È il significato di questi confronti che deve invece interessare.

L’unica obiezione che si può eventualmente muovere è che sono trovate superflue e le stesse sensazioni e concetti avrebbero potuto essere veicolati in maniera meno ermetica, dal momento che il lettore casuale potrebbe rimanere ulteriormente e definitivamente perplesso da una dissonanza così forte che, peraltro, non trova – perché, per sua stessa natura, non ne necessita – una spiegazione di nessun tipo.
Più innocua, come idea, è la scelta metanarrativa di mostrare cuoricini e uccellini attorno a Ottone e alla sua ragazza che, da semplice escamotage visivo per il lettore, diventano elemento che immagina di vedere anche lo stesso Mercurio.

La ripetizione nelle vignette

Mercurio-Loi-12_2_Recensioni ai disegni offre una prova di tutto rispetto, migliore di quella del terzo numero della serie. La rigidità con cui l’autore rappresenta le figure umane, e in particolare quella di Mercurio, si rivela funzionale per il mood stesso della storia, e trova compimento nell’insistita ripetizione della stessa posa in più vignette consecutive.
Le tavole si riempiono inoltre di dettagli per quanto attiene agli sfondi e agli edifici, e il volto del protagonista conosce maggiori dettagli di quanto accaduto nel precedente numero illustrato dal disegnatore barese.

Cifra stilistica distintiva dell’albo, ad ogni modo, risulta essere la rigida gabbia 2×3 mantenuta dalla prima all’ultima pagina, senza deroghe, a differenza di quanto visto negli albi precedenti nei quali spesso si ricorreva a inquadrature e vignette più alte che evocavano maggior verticalità. Meccanismo grafico analogo a quanto avviene nella maggior parte delle serie bonelliane e che qui comunica un ritmo ben preciso e una scansione narrativa che suggerisce prigionia e un iter senza scampo, ferreo.
Considerando la tematica della ripetitività che permea il numero, una soluzione del genere si rivela certamente funzionale e, in particolare, quando l’inquadratura viene reiterata per più vignette consente al lettore di essere trascinato in modo ancora più efficace nel gorgo della routine.

All’interno di questa griglia il disegnatore ha avuto modo di creare diverse soluzioni visive: il primo pranzo presentato nell’albo, per esempio, è composto da due pagine speculari, con primi piani nella prima striscia, piano lungo della tavola nella seconda, e di nuovo primi piani o mezzi busti; inoltre, la striscia centrale del pranzo sembra funzionare come una sola sequenza continuata dalla pagina sinistra a quella destra.
Anche la doppia tavola dell’incontro di Mercurio e Belforte sul ponte segue un meccanismo simile: la vignetta che apre il dialogo nella facciata sinistra richiama l’ultima di quella destra, per poi seguire un ritmo alternato fisso con le vignette della prima colonna dedicate ai messaggi del colonnello sulla lavagnetta portatile e quelle della seconda colonna riservate all’attesa che il messaggio stesso venga scritto, con un Mercurio stranamente monosillabico.

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Si segnala che Sergio Ponchione ha collaborato con Catacchio nella realizzazione dei disegni, elemento questo che rende evidente la coesione tra chi si occupa artisticamente della testata: ci si confronta e si fondono le idee. In particolare Ponchione aveva disegnato il sesto numero, nel quale abbondavano i giochi di simmetria nella gestione delle tavole, che si rivelano importanti anche in questa occasione.

I colori di Erika Bendazzoli, infine, appaiono un po’ piatti, coerentemente con l’atmosfera della storia, ma offrendo comunque un buon supporto quando si tratta di ricreare le ambientazioni notturne o le prime luci dell’alba.

Con Mercurio Loi, tra le altre cose, pare che Alessandro Bilotta voglia affrontare un discorso sul tempo e le sue possibilità: se in questo caso è un ragionamento direttamente conseguente del tema principale, non si fatica a rintracciare l’argomento temporale in alcuni aspetti di molti degli albi precedenti.

L’autore non ci vuole mettere in guardia sul non sprecare il proprio tempo o sul goderselo senza affanni, ma ci porta semplicemente per mano all’interno di questo lieve filosofare, con la stessa fascinazione che può provare il lettore e con un albo che per essere apprezzato al meglio richiede più riletture, proponendo anche in questo modo il concetto di ripetizione.

Abbiamo parlato di:
Mercurio Loi #12 – Una settimana come tante
Alessandro Bilotta, Onofrio Catacchio, Erika Bendazzoli
, luglio 2018
98 pagine, brossurato, colori – 4,90 €
ISSN: 977253232200480012

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