“Stalattite” di Cammello: trovare la strada tra città capovolte e ragni giganti

“Stalattite” di Cammello: trovare la strada tra città capovolte e ragni giganti
Nel suo ultimo fumetto Pablo Cammello racconta una storia che riflette sui punti di vista, le polarizzazioni, i rapporti famigliari e il linguaggio.

Stalattite-CoverPer scrivere di Stalattite, l’ultimo fumetto di , è difficile scegliere da dove cominciare. Partiamo dalla scommessa alla base del libro: raccontare una storia ambientata in un mondo capovolto, in cui il suolo sta sopra e il cielo invece in basso. Quella che ci troviamo davanti, fin dalle prime pagine, è una città in cui gli abitanti si muovono su ponti, carrucole e funivie, appesi sul vuoto, con edifici i cui tetti puntano verso il basso. Le immagini sono d’impatto, anche per l’utilizzo di linee storte, pesanti, che delineano edifici e personaggi come se si stessero sciogliendo sotto (o sopra?) la luce rossa di un sole stanco.

L’intera atmosfera porta a pensare a un mondo “dopo”, a una distopia in cui, per motivi che si perdono nel mistero, l’umanità si è trasferita su strade appese verso il cielo. Ma non c’è questo al centro della storia di Cammello: l’ambientazione fa da sfondo a un racconto sui punti di vista, sulle prospettive, le relazioni famigliari, la difficoltà di comunicare.

Temi di questa portata non devono spaventare, non subito almeno: per chi conosce già Cammello, è importante sottolineare che l’autore non ha perso la propria vena ironica e incline al paradosso. In ogni pagina è evidente come l’autore si sia divertito a immaginare i dettagli di un mondo capovolto, a ipotizzare le conseguenze di questo stravolgimento, a giocare con gli opposti. Infatti in Stalattite tutto appare polarizzato: sopra e sotto, chi vive con i piedi ben piantati verso il cielo e chi invece è appeso a testa in giù, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

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Se c’è una particolarità dell’umorismo surreale di Cammello, questa è la sua capacità di spingere il paradosso sempre un po’ più in là, finché non diventa una faccenda terribilmente seria: la rivalità (o sarebbe meglio chiamarla incomprensione) tra dritti e capovolti si conclude in sacrifici violenti, le assurde notizie delle webnews si traducono nel potere che le agenzie di informazione hanno di decidere che cosa è vero e che cosa è falso, e una madre nerd che parla solo nella lingua dei videogiochi si mostra per il genitore assente e alienato che è. C’è molta satira nel fumetto di Cammello, come in ogni buona distopia.

L’universo disegnato dall’autore prende sicuramente di mira la polarizzazione dei nostri tempi, che domina soprattutto nel web, ma a mio avviso la questione centrale del fumetto, presa nella sua struggente difficoltà, è quella del linguaggio. O, meglio ancora, del bisogno e dell’impossibilità di comunicare, di farsi capire, senza mai riuscire ad arrivare all’altra persona. C’è una lettera, scritta dal protagonista, che compare in momenti diversi durante l’intero sviluppo della storia: è un tentativo di spiegarsi, di chiarire la propria posizione, che quindi spera in un riavvicinamento dell’altra persona, ma è anche una sorta di diario, che mostra sentimenti e sensazioni del protagonista davanti a un ribaltamento di prospettiva:

Mi sembrava all’improvviso di capire la funzione di tutti quegli oggetti… Come se avessi di colpo imparato una nuova lingua…

I personaggi, insieme a lettori e lettrici, capiscono man mano che le posizioni opposte descritte da Cammello non sono poi così diverse. Tuttavia, Stalattite va oltre il classico racconto sulla scoperta dell’altro, sul ribaltamento di prospettiva che porta a rivedere la propria posizione (un filone narrativo già battuto, da Pocahontas ad Avatar) e pone al centro l’incolmabile abisso linguistico che separa i due schieramenti: la comunicazione fallisce insieme alle possibilità di confronto e viene il sospetto che, più che alla differenza di linguaggio, le ragioni di questa incomprensione vadano attribuite alla mancanza di ascolto.

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Anche graficamente questa incapacità è resa molto chiaramente: i balloon di certi personaggi sono riempiti con scarabocchi indecifrabili, una tecnica  già vista in (con il quale Cammello condivide anche altro, come vedremo), ma anche in Gipi, con la differenza che quest’ultimo la utilizza più spesso per descrivere dei mormorii confusi, lontani, poco articolati, mentre in Cammello siamo davanti a un’altra lingua, che viene anche urlata nel tentativo di farsi capire.

Quello che il protagonista intraprende è un viaggio inaspettato in cui impara un nuovo modo di guardare e, quindi, di esprimersi e che porta la distopia a incontrare il racconto d’avventura: come Alice scende nella tana del Bianconiglio, così Natan “sale” e scopre i misteri del soprasuolo. Non voglio ripercorrere l’intera trama, con il rischio di togliere piacere alla lettura del fumetto, quindi mi limito a citare il personaggio più particolare di questo mondo di sopra: l’Arcangelo.

L’incontro è solo in apparenza poco collegato con il resto della storia: l’Arcangelo è una creatura disgustata dalla precarietà della realtà, dalla deperibilità della materia e che quindi cerca conforto nella perfezione delle idee. Disegna quadri su tela, fiducioso che la rappresentazione perfetta di un oggetto sia migliore dell’oggetto stesso. Questo incontro è l’occasione per Cammello di proporre una vera e propria dichiarazione di poetica:

– Una linea deve sapere dove vuole andare… Come un trapezista sopra una fune non può permettersi incertezze.

– Ok, ma se il trapezista sbandasse durante il percorso rischiando di cadere… l’intero pubblico tratterrebbe il respiro con lui.

Il riferimento è al disegno storto, spigoloso e variabile dell’autore, ma coinvolge tanti e tante tra autori e autrici del panorama fumettistico italiano contemporaneo: penso a , Zuzu, , , , Regular Size Monster, Nova, Samuele Canestrari e l’elenco potrebbe continuare. Contro l’estetica della perfezione, del disegno fotografico e realistico, l’autore difende l’esitazione, la stortura, la linea che non sa ancora dove vuole arrivare. Dopotutto, se il sentiero è già tracciato, c’è qualcosa che rimane fuori, al di là delle perfette mura di cartone erette dall’Arcangelo. Che poi, sembra dirci l’autore, quel qualcosa potrebbe non essere così male e nemmeno così diverso.

Come si inserisce questo discorso nella storia? Cammello si è solo voluto ritagliare una parentesi per parlare del proprio disegno? Assolutamente no. Come l’Arcangelo chiude fuori dalla propria vita l’imperfezione, così la città si chiude al diverso. L’imprevisto viene evitato, ciò che genera dubbi viene nascosto o, quando si mostra in maniera inconfutabile, cancellato. Non mi lancerò in discorsi sulla gestione dello spazio urbano e sulla sua rappresentazione nel fumetto, (ne ho parlato qui), ma è importante notare cosa aggiunge Cammello a questo discorso: l’espediente del capovolgimento ci mostra una città in cui le esistenze sono quanto mai precarie, in cui è sufficiente un passo falso per cadere nel vuoto e, come se non bastasse, in qualsiasi momento si può venire attaccati da dei ragni giganti. Non è esattamente una situazione confortevole e, anzi, credo che la sensazione di “sospensione”, di essere “appesi”, descriva bene il presente di molte e molti di noi.

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Del resto, di dubbi Stalattite ne propone parecchi: dal finale aperto, al rapporto con la madre, fino al discorso che un certo messia (anzi, una messia) propone al protagonista. Questo passaggio è forse il punto più debole della trama: il personaggio critica duramente la società disegnata nel libro (e con essa, la nostra) e sembra proporre come alternativa il ritorno a uno stato di natura, che include l’accettazione dell’istinto bestiale che alberga in ogni essere umano. La critica è dura, d’impatto e, credo, condivisibile (tanto che è riportata sulla quarta di copertina), ma la soluzione proposta non viene articolata e si rimane incerti riguardo a ciò che questa messia enigmatica e carica di simbolismi volesse dire (tutt’al più che, quando poi viene mostrato effettivamente il suo stile di vita, non sembra molto differente dal nostro).

Relativamente al disegno, ci sono delle novità rispetto ai lavori precedenti dell’autore: qui Cammello utilizza una tecnica digitale insieme a un tratto decisamente più spigoloso, servendosi inoltre per la prima volta del colore. Questo colpisce per il contrasto tra il rosso e il verde, due toni che offrono un doppio vantaggio: se da un lato sono in netto contrasto tra loro, allo stesso tempo entrambi riescono a dare risalto alla città, ai suoi edifici neri e grigi. I due colori ricoprono inoltre un ruolo narrativo, corrispondono a due prospettive opposte, che si alternano sulla pagina proprio a seconda di chi è al centro della storia in quel momento.

ragno giganteL’autore ha scelto delle sfumature accese, quasi acide, che contribuiscono all’atmosfera post-apocalittica, fuori dal tempo; e non è certo un caso se troviamo la stessa coppia di colori tra gli sfondi del mondo post-tutto (Contin 2018) de I sopravvissuti di Hurricane e tra le pagine di Fingerless, l’ultima fatica di , un racconto horror-apocalittico in cui a un’invasione di inquietanti esseri venuti da un’altra dimensione corrisponde la totale cancellazione dei normali colori della città a vantaggio di un verde acido e di un rosso-fucsia che graffiano gli occhi.

Sono convinto che quando si parla di fumetto, si parli anche di molto altro. Stalattite racconta di noi sotto molti aspetti (io ne ho toccati solo alcuni), e lo fa attraverso ragni giganti, mondi sottosopra e sette angeliche. Mi viene in mente che nella seconda puntata di un bellissimo podcast, K-assandra, che racconta della condizione di chi oggi ha tra i venti e i trent’anni, si parla di insetti e ragni giganti, di fragilità e precarietà. Cammello sembra dirci che c’è molto da fare per migliorarci, per trovare il nostro posto nel mondo, e che questo non necessariamente deve opporsi al nostro prossimo. L’abisso linguistico che ci separa pare insormontabile, ma col tempo anche gli opposti trovano il modo per ricongiungersi (o almeno di provarci).

L’ultima citazione che propongo non può che andare ai romanzi di Don DeLillo, uno scrittore che al linguaggio ha dedicato la propria opera, e alla recensione che Claudia Durastanti (2021) fa del suo ultimo libro, Il silenzio. Riferendosi alla famosa frase attribuita ad Einstein, “Non so con quali armi si combatterà la Terza guerra mondiale, ma la Quarta guerra mondiale si combatterà con pietre e bastoni”, l’autrice scrive: la quarta guerra sarà una genesi, e si combatterà con le parole.

Abbiamo parlato di:
Stalattite

Coconino Press, 2021
200 pagine, brossurato, colori – 20,00 €
ISBN: 9788876185717

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