Già vincitrice del Premio culturale Tezuka Osamu nella categoria Nuove Proposte, la sensei Yamamoto Miki è stata ospite a Ravenna dell’edizione 2026 Coconino Fest, presentando in anteprima il suo libro How are you?
Dotata di uno stile artistico molto originale che si discosta dai tradizionali canoni del linguaggio fumettistico giapponese, la mangaka nelle sue opere tratta spesso il tema della famiglia e della percezione nella società contemporanea della figura femminile.
In Sunny, Sunny, Ann!, titolo acclamatissimo a livello internazionale e sua prima opera pubblicata in Italia, Yamamoto riflette su questi temi grazie al personaggio di Ann, prostituta che vive nella propria auto fuori da un paesino statunitense: la riflessione su famiglia, casa, ambizioni e libertà femminile diventano universali grazie all’ambientazione e a uno stile che è al tempo stesso minimale ma molto di impatto, con pennellate scure molto corpose che definiscono con delicatezza luoghi e personaggi.
Gli stessi temi sono presenti in How are you?: quando Lisa, una donna statunitense, viene improvvisamente abbandonata dal marito, stringe un forte legame con la figlia dei vicini Tsumi, mentre il suo rapporto con la figlia biologica va via via perdendosi. La perdita di identità, il senso di solitudine e la costruzione di affetti familiari esterni al proprio nucleo “biologico” sono i pilastri di una storia molto potente, resa con un segno molto intenso ed espressivo, attento alla recitazione dei personaggi e al rapporto tra di loro e con lo spazio che li circonda.
Grazie allo staff della casa editrice, abbiamo avuto la possibilità di reincontrare la mangaka e rivolgere a Yamamoto Miki una serie di domande sul percorso che l’ha portata a diventare una fumettista, sui temi delle sue opere e sulle sue ispirazioni e riferimenti.



Grazie mille per il suo tempo, Yamamoto Miki-sensei e benvenuta su Lo Spazio Bianco.
Come prima domanda vorremmo chiederle dei suoi inizi, quando ha iniziato a pensare di fare la mangaka e quale sia stato il suo percorso.
Grazie per avermi intervistata! Lavoro come mangaka in Giappone all’incirca dal 2009. Mentre studiavo all’Università di Belle Arti, ho continuato a creare le mie opere. Mi piacevano moltissimo i manga, ma in famiglia mi era vietato leggerli, quindi lo facevo sempre a casa di amici o in altri luoghi.
La mia prima opera è stata Bakudan ni ribon (Un fiocco sulla bomba), realizzata nel 2009 come progetto di laurea. L’idea è nata dopo aver visto una pubblicazione che trasformava in libro il film d’animazione La Piccola Russia di Gianluigi Toccafondo. Ho pensato che mi sarebbe piaciuto creare qualcosa di simile. Per questo motivo, inizialmente non volevo fare tanto un manga quanto un’opera composta da una sequenza di immagini, una per pagina, attraverso le quali si sviluppava la storia. Ho provato a pubblicare quest’opera (dal titolo Rotkäppchen, NdR), ma per circa due anni non sono riuscita a trovare un editore. Poiché non seguiva propriamente il “formato manga”, tutte le case editrici me l’hanno rifiutata. Perciò, per il lavoro successivo ho adottato un formato verticale e l’ho realizzato secondo le dimensioni tipiche del manga. Quell’opera era Sunny Sunny Ann! ed essendo stata riconosciuta come rientrante nel “formato manga”, ha ricevuto un premio della rivista di manga Morning ed è stata poi pubblicata. Da allora ho pubblicato diversi volumi. Nel frattempo ho continuato il mio percorso accademico e, dal 2016, insegno presso la mia università di provenienza, portando avanti contemporaneamente l’attività di autrice.
Nel panorama del manga contemporaneo, il suo stile è molto particolare: quali sono gli autori, le autrici e gli stili che la hanno ispirata? A noi pare di averci visto elementi di un fumetto giapponese più underground, quello di riviste come Garo, ma anche molto fumetto occidentale.
Come accennavo prima, ho cercato in una certa misura di avvicinarmi al formato del manga, ma ancora oggi mi viene spesso detto che il mio stile non è propriamente “manga”. In parte continuo a sperimentare, con spirito giocoso, per capire fino a dove si possa estendere ciò che chiamiamo manga. Dopotutto, il manga non è nato all’improvviso da un giorno all’altro: si è formato gradualmente a partire da diversi media che raccontavano storie attraverso le immagini, trasformandosi a poco a poco fino ad assumere la forma che conosciamo oggi. Non credo che il manga nella sua forma attuale sia l’unica soluzione possibile; dovrebbero esistere molti modi diversi di raccontare una storia. E, così come i pionieri del passato hanno proceduto per tentativi ed errori, penso che senza nuove sfide non possano nascere nuove forme espressive. Il motivo per cui nutro un forte interesse anche per gli albi illustrati è che mi permettono di apprendere modalità espressive che non si trovano nei manga. Inoltre, mi piacciono anche i manga underground e i fumetti occidentali, perché vi percepisco in modo più diretto ciò che gli autori desiderano esprimere, e perché questa intenzione si riflette nello stile stesso del disegno. Durante questo viaggio in Italia, inoltre, sono riuscita a procurarmi una rivista che pubblicava un fotoromanzo costruito interamente con fotografie. Avevo sentito dire che in Italia esistono questi “fumetti fotografici” e desideravo vederne uno di persona. In generale, ciò che mi interessa è l’insieme delle possibili combinazioni tra immagini e parole attraverso cui si possono raccontare delle storie.
Sempre parlando di stile, i suoi tre fumetti per ora pubblicati in Italia, ovvero Sunny Sunny Ann e How are you? per Coconino e Un figlio eccezionale per Bao Publishing hanno tutti un approccio diverso: nel primo la gestione della pagina è molto libera e il tratto molto corposo, nel secondo la struttura è fatta di piccole variazioni, nel terzo la composizione è più classica, il tratto più delicato, e ha usato il colore. Cosa guida la sua ricerca artistica? Lo stile per lei è il modo di riflettere il contenuto delle storie, per somiglianza o per opposizione?
Un cantante che mi piace diceva: «Un grande cantante è colui che riesce a far capire ciò che sta cantando anche a chi non comprende le parole del testo». A volte penso che nei manga esista qualcosa di molto simile. Quando leggo un’opera davvero eccellente, anche senza riuscire a leggere i dialoghi, solo osservando i disegni riesco a cogliere ciò che l’autore vuole esprimere. Nelle mie opere ho sempre riflettuto sullo stile grafico più adatto a ciascuna storia. In Sunny Sunny Ann!, per esempio, la forma delle vignette è costantemente irregolare: volevo creare una sensazione di slancio e leggerezza, come se il vento attraversasse le pagine. Anche l’acconciatura e il vestito di Ann sono stati disegnati in modo volutamente esagerato, come se fossero sempre sferzati dal vento.
In How are you?, invece, ho scelto di stampare il libro con inchiostro verde anziché nero. Per Un figlio eccezionale, ho cambiato addirittura i materiali e gli strumenti utilizzati, cercando uno stile visivo più caldo e accogliente. Sembra che molti lettori giapponesi abbiano trovato quest’ultimo stile molto più accessibile e facile da apprezzare, e anche questo è stato per me un aspetto interessante. Chi ha iniziato a leggere le mie opere da Un figlio eccezionale spesso fatica a credere che i lavori precedenti siano stati realizzati dalla stessa autrice. Questo mi ha fatto pensare che il mio stile precedente non corrispondesse a ciò che generalmente ci si aspetta da una donna che disegna fumetti. In un certo senso, questa reazione ha reso evidente proprio tale aspettativa.
Nei suoi fumetti ci sono vari temi ricorrenti, primo tra tutti quello della famiglia: nelle sue storie le famiglie sono tutto meno che perfette, e dietro una presunta perfezione (o ricerca di questa) nascondono drammi, difficoltà, piccole cattiverie. E nonostante questo riescono a trovare un proprio equilibrio. In questa narrazione c’è anche una critica a un certo tipo di società, diciamo conservatrice, che proprio nella famiglia vede il suo baluardo, spesso in maniera ipocrita? E c’è anche il tema della famiglia non come legame di sangue, ma come qualcosa che si costruisce con l’amore e il rispetto. Come ha riflettuto su questo tema e come ha costruito la sua narrazione a proposito di ciò?
La famiglia è davvero, per me, qualcosa di misterioso e difficile da comprendere. Nelle relazioni umane esistono, grosso modo, due categorie: quelle che possiamo scegliere, come gli amici o il partner, e quelle che ci vengono assegnate e che non possiamo scegliere, come la famiglia e i parenti. Naturalmente le esperienze individuali variano molto, ma io ritengo pericoloso assumere che i rapporti familiari siano necessariamente positivi e farne il fondamento della società. Violenze sessuali, abusi e maltrattamenti all’interno della famiglia sono realtà che esistono e dimostrano che i familiari non sono sempre persone di cui ci si possa fidare. Quando anch’io mi sono trovata ad affrontare problemi legati alla mia famiglia, ho capito quanto le cosiddette “questioni familiari” siano completamente invisibili dall’esterno. Ciò che accade all’interno di una casa è una vera e propria scatola nera: anche vivendo nella porta accanto, è impossibile conoscerne davvero la situazione.
Credo che la visione patriarcale che attribuisce uno status speciale alla famiglia d’origine sia un sistema problematico, perché tende a rafforzare rapporti di dominio tra genitori e figli o tra marito e moglie. La cosa importante, secondo me, è che un bambino possa incontrare nel corso della propria vita qualcuno di cui fidarsi davvero. Non penso che questa persona debba necessariamente appartenere alla famiglia in cui è nato. Attraverso le mie storie, vorrei continuare a esplorare proprio questa possibilità.
In Sunny Sunny Ann! abbiamo trovato interessante la riflessione sul concetto di casa: la protagonista vive in una macchina, è sempre in giro, e si crea quindi una dinamica tra interno ed esterno, con il corpo di Ann che congiunge i due spazi. Come ha lavorato sulla dimensione “spaziale” di questa storia, anche a livello di costruzione della tavola?
Ho preso la patente in Giappone quando avevo diciotto anni e ho iniziato a guidare: in quel momento ho avuto la sensazione che il mondo cambiasse completamente. Ho provato una sensazione di libertà nel poter andare ovunque, in qualsiasi momento e quando volevo. Ho anche pensato che, per molte donne la cui vita è spesso legata alla casa, l’auto potesse rappresentare una forma di fuga. Uscire, partire all’avventura comporta certamente dei rischi, ma per me è comunque meglio di una vita in cui non si può fare alcuna esperienza di avventura. Con l’intento di catturare proprio questo tipo di impulso e un mondo esterno in continuo mutamento, ho reso anche la composizione delle tavole più organica, dando maggiore importanza al movimento. In How are you?, al contrario, le vignette quadrate sembrano intrappolare la protagonista, mentre in Sunny Sunny Ann! anche le vignette stesse sono volutamente “irregolari”, con l’obiettivo di creare un’immagine più aperta e libera.
La protagonista rappresenta una donna libera, molto fisica, che vive le sue emozioni attraverso il corpo. In questi anni il fumetto ha presentato molte storie che parlano di corpi, in particolari femminili: nel suo caso, come ha costruito la protagonista e cosa rappresenta per lei la sua figura?
Ann risolve da sola tutti i problemi che derivano dall’avere un corpo femminile. Respinge senza esitazione gli sguardi unilaterali e la violenza, e se necessario risponde con la violenza stessa. Ann è, in un certo senso, una figura ideale che sembra risolvere in un colpo solo tutte le questioni che io stessa affronto e su cui mi arrovello ogni giorno. Inoltre, il periodo in cui stavo lavorando a questa opera coincideva con quello della ricerca del primo impiego. In Giappone esiste la pratica di svolgere un’attività di “job hunting” collettiva prima della laurea, e una volta scelto il posto di lavoro si tende a restare nella stessa azienda per tutta la vita. Gli studenti che non riescono a entrare in una buona azienda al primo tentativo vengono spesso considerati come se avessero fallito la propria vita. Io desideravo diventare mangaka, quindi era evidente che non avrei seguito quel percorso lineare. Tuttavia volevo mettere alla prova le mie possibilità, e per questo ho creato una protagonista che fugge in auto da una visione del mondo ormai superata e vive una vita libera. Credo che, nel rappresentare questa protagonista in modo attraente, stessi anche cercando di dare una forma di legittimazione alle mie stesse scelte.
How are you? è l’opera più lunga che abbia mai realizzato. Rispetto a lavori più brevi come Sunny Sunny Ann! e Un figlio eccezionale, quali sono state le differenze o le difficoltà principali nella creazione di questo manga?
Essendo un’opera lunga, ci sono stati naturalmente problemi legati al tempo e alla quantità di lavoro necessaria. Nel caso di una storia lunga, è necessario organizzare con attenzione anche i dettagli della struttura narrativa, e questo ha rappresentato un lavoro piuttosto complesso. Dopo aver disegnato l’intera storia in forma approssimativa fino alla fine, l’ho fatta leggere ad alcune persone e ho corretto le parti in cui c’erano incongruenze. Tuttavia, a differenza di altre opere, non c’erano vincoli come quello di dover mantenere una lunghezza simile per ogni capitolo, quindi il processo creativo è potuto procedere in modo molto più libero e vicino alle mie intenzioni.
Alla fine di How are you? è presente, in modo piuttosto insolito per un manga, un’appendice molto ricca e utile di commento all’opera. Quanto è importante per lei che il messaggio dell’opera venga recepito correttamente dai lettori? Quando crea, tiene conto dei lettori oppure lavora in modo relativamente indipendente dalla loro presenza?
Durante il processo creativo è certamente possibile imparare dalle opere dei maestri, ma ritengo che sia necessario anche apprendere attraverso la teoria e la ricerca. Esistono già diversi studi molto utili, ma ho l’impressione che queste conoscenze non arrivino facilmente ai creatori. Tuttavia, nell’insegnamento e nella ricerca con studenti che si dedicano alla creazione artistica all’università, queste teorie e conoscenze applicabili alla pratica sono fondamentali. Quando studiavo, non esistevano molti riferimenti specifici sul manga, quindi mi sono spesso basata su teorie dell’albo illustrato, del cinema e della letteratura. Il manga, dal punto di vista della tecnica del disegno, è una forma d’arte con una soglia d’ingresso relativamente bassa e accessibile a molti, ma esprimere una storia non è affatto semplice. Rendere una narrazione chiara e trovare forme espressive efficaci è, invece, un processo complesso. Come si può vedere anche dalle esposizioni al MAR di Ravenna, i fumettisti tagliano e ricompongono continuamente le vignette, modificando composizione e disposizione dei dialoghi in modo molto preciso. Per questo ho inserito questo testo con l’intento che possa essere utile a chi cerca spunti sulla narrazione nel manga. Spesso, nelle interviste, gli autori rispondono solo a ciò che viene chiesto, lasciando informazioni frammentarie o trascurando punti importanti non esplicitamente richiesti. Per questo cerco di organizzare il mio pensiero in forma scritta il più possibile in modo autonomo.
How are you? si apre con una citazione di Fernando Pessoa. Leggendo l’ultima frase, mi è venuto in mente un film recentemente uscito in Italia, La grazia di Paolo Sorrentino, in cui uno dei temi centrali è la domanda: “A chi appartengono i nostri giorni?”. Anche nella sua opera si percepisce, in forma più discreta, una domanda simile. Qual è la sua risposta a questa domanda? E si tratta di uno dei messaggi dell’opera?
Vi ringrazio per avermi segnalato questo film, che non ho ancora visto, quindi non so se tratti davvero lo stesso tema. In How are you? c’è una scena finale in cui Natsumi intervista le persone del quartiere. In queste interviste emergono aspetti di Risa (Lisa in italiano, NdR) che Natsumi, da studentessa delle medie, non conosceva, e alcune persone suggeriscono cause o contesti diversi riguardo ai problemi che hanno colpito Risa. Man mano che il lettore prosegue nella lettura, si forma inevitabilmente una certa interpretazione della vita di Risa, ma il punto è che questa interpretazione potrebbe essere solo una prospettiva parziale rispetto all’intera esistenza di Risa. Attraverso la citazione di Pessoa, ho voluto suggerire che esiste uno spazio non rappresentato nel libro. È facile pensare che la sua vita sia stata una “tragedia”, ma in realtà è fatta di una complessità di giorni e esperienze che si accumulano, e nessuno può davvero giudicare come Risa abbia vissuto la propria vita. Anche le azioni di Natsumi, pur avendo avuto conseguenze negative, nascono dal fatto che nessun adulto attorno a lei ha davvero cercato di aiutare Risa. In questo senso, è stata proprio Natsumi, pur essendo una studentessa delle medie e quindi con mezzi limitati, a provare a intervenire. Natsumi dovrebbe essere condannata? Vorrei che i lettori affrontassero il libro esplorando molte possibili interpretazioni attorno a un singolo gesto o a una singola vita.
Intervista realizzata nel mese di giugno 2026
Traduzione dal giapponese di Paolo La Marca
Si ringrazia l’ufficio stampa, Paolo La Marca e la redazione Coconino Press/Doku per la disponibilità.
Yamamoto Miki
Mangaka, illustratrice e docente universitaria tra le più originali e raffinate della scena contemporanea giapponese. Laureata e dottorata presso l’Università di Tsukuba, dove attualmente insegna narrazione visiva, ha ricevuto importanti riconoscimenti, tra cui il Premio Tezuka Osamu per Sunny Sunny Ann! e il Premio Eccellenza al Japan Media Arts Festival per Un figlio eccezionale. Le sue opere si distinguono per la sensibilità con cui affrontano temi profondi – dalla solitudine alla maternità, dalla memoria alla ricerca di identità – e per uno stile visivo in continua evoluzione, che spazia dai manga a colori ai racconti illustrati senza parole. La sua attenzione all’interiorità dei personaggi e alla forza espressiva dell’immagine ha fatto di lei una delle voci più interessanti del manga d’autore contemporaneo. Coconino ha già pubblicato Sunny Sunny Ann!












