Abbiamo avuto l’occasione di intervistare Danijel Zezelij durante l’ultimo Salone del libro di Torino, per parlare con lui della nuova serie animata e del suo approccio alla comicità e ai suoi libri.
Grazie di essere con noi. Il tuo approccio alla tavola è qualcosa per cui, in un certo senso, la definizione di fumetto risulta un poco stretta. Non si tratta infatti di semplice storytelling, ma l’immagine, la tua peculiare interpretazione del bianco e nero, il testo compongono qualcosa che è anche altro. In questo tuo ultimo lavoro, Guerra giusta, ad esempio, alcune meccaniche e strumenti fanno pensare alla poesia, a partire dal concetto stesso di ossimoro, all’uso di Shakespeare a meccaniche di ripetizione, metafore, sospesi… com’è il tuo approccio ad un simile progetto e come hai maturato l’esigenza di quest’ultimo volume?
Quello di Guerra giusta è stato un processo abbastanza lungo, perché io avevo questa idea di base che era una storia abbastanza breve, ovvero lo scontro tra la ragazza, Vanja, e il un ragazzo con lo stesso nome. Poi c’era il gioco dell’hockey e questo suo modo di raccogliere le mostrine che portano i soldati. Partendo da queste cose cercavo il modo di aggiungere di più, di costruire un ambiente più ampio, più aperto.
Poi è arrivata la coincidenza di tutto quello che sta succedendo proprio ora in questi anni, in questi giorni. In generale secondo me non è una buona idea fare un commento diretto, immediato, su quello che sta succedendo. Non era mia intenzione farlo, perché per me è necessario avere una certa distanza temporale dagli avvenimenti per poterli commentare. Ma comunque le guerre c’erano già, poi c’è stata la guerra in Croazia, l’ex Jugoslavia, che per me è stata anche un’esperienza importante, sicuramente anche formativa in un certo senso.
Quindi la mia è stata soprattutto una reazione a tutto questo, e così la storia è stata costruita a livelli, partendo da un’idea. Io spesso parto proprio da un’immagine, da una scena, come se si trattasse di un breve film nella mia testa. C’era questa immagine di alcuni ragazzi molto giovani che giocano ad hockey sul ghiaccio, che è un gioco violento, estremamente violento, dove le regole non sono così rigorose. Quelli che partecipano sono praticamente bambini, hanno dieci, undici, dodici anni. E questo sport violento è diventato un divertimento praticamente normale: una cosa estremamente violenta diventa una cosa normale ed entra nel quotidiano come se nulla fosse e questo è un po’ quello che succede in una situazione di guerra.
Prima parlavi prima di distanza: Guerra giusta non ha una collocazione precisa, non viene dichiarato un tempo o un luogo preciso. Potrebbe essere ambientato in qualsiasi paese, forse europeo.
Sì, infatti il luogo della storia non è un posto preciso. Potrebbe corrispondere a tanti posti, così come la città potrebbe essere una città di oggi oppure una città di un futuro vicino. Oppure anche di un passato molto vicino. E volevo proprio che fosse così.
Guerra giusta riprende due personaggi che vengono da una storia del passato, dai tempi del Grifo. Perché questa scelta e questo ritorno? Cosa rappresentano per te?
Quella era una storia, se mi ricordo bene, di dieci o forse dodici pagine, che rappresenta un po’ il nucleo da dove è nata l’idea per realizzare questo graphic novel. Diciamo che a quel nucleo iniziale, che è quasi uguale, si sono aggiunte varie cose, come queste tre figure prese dal Macbeth di Shakespeare, le streghe, che ne citano direttamente alcuni dialoghi. E poi c’è tutto questo continuo gioco di ossimori, perché praticamente il concetto di ossimoro mi sembra rappresenti molto bene i nostri tempi.
Il fumetto è solo una delle forme d’arte e di creatività con cui ti confronti. Che cos’è che ti spinge o ti guida quando decidi di esprimere qualcosa attraverso il fumetto invece di altri medium? Cosa c’è nel fumetto che ti permette di fare qualcosa che non riesci o non fai in altre opere?
Ogni forma creativa ha le sue regole. Io mi sento a casa soprattutto nel formato del fumetto, anche se ho realizzato anche delle animazioni. Lì però il processo è molto diverso e per me è sempre più difficile farlo, perché i tempi di lavoro sono molto lunghi e il processo diciamo che è troppo lento per me. E poi c’è un’altra forma che non ha un nome preciso per definirla, io la chiamo live painting più live music, che è un tipo di performance dove metto insieme la pittura dal vivo con la musica dal vivo. È un esperimento che ho iniziato intorno alla fine degli anni 90 con l’idea di provare a mettere la pittura allo stesso livello della musica dal vivo, collegandole con una linea narrativa, perché questo è il mio interesse principale: raccontare storie tramite le immagini.
Quello che cerco di creare, in questa cosa che definisco sempre un esperimento, è una performance narrativa in quello che faccio. A volte dipingo una sola immagine, a volte una sequenza, come abbiamo fatto ieri sera a Sericraft con Ramon Moro, che è un musicista che suona la tromba. Ho composto una serie, una sequenza di immagini che per me ha sempre una storia dentro e sono altre forme per raccontare le storie tramite immagini.
Il tuo bianco e nero è estremamente connotato è la tua cifra stilista, evocativo, sporco: come hai evoluto questo stile peculiare?
Per me il bianco e nero, ma soprattutto il contrasto tra luce e l’ombra, è sempre stata una forma di pittura. Io sono partito dalla pittura barocca. Ho studiato all’Accademia di Belle Arti di Zagabria, ho imparato le tecniche che usavano i maestri del barocco. In quella estetica c’è sempre un elemento di dramma, c’è sempre un elemento di scontro, di contrasto tra le forze opposte e questa è una cosa che mi interessa anche nelle storie e quindi questa mi sembra la forma giusta per raccontare queste storie, raccontandole tramite questi contrasti tra luce e ombra.
Qual è il tuo approccio al bianco e nero: parti dal bianco, disegnando con il nero, aggiungendo, o parti dal bianco “sottraendo” con il nero?
Tutte e due perché una cosa interessante che i pittori del metodo di pittura barocca non partono mai dal bianco ma partono da una base di color seppia su cui poi, aggiungendo i colori scuri o aggiungendo i colori chiari costruiscono una forma, un’immagine. Farlo con le luci e con le ombre è un altro metodo, ti cambia il modo di percepire le cose. Così ho preso questa tecnica che ho imparato usando olio su tela, e ho trovato il modo di fare una cosa simile sulla carta con inchiostro nero e acrilico bianco. Quindi uso tutte e due le cose, il bianco e il nero, allo stesso modo e a volte alcune immagini partono dal nero a cui aggiungo il bianco e escono fuori queste forme, queste luci, oppure a volte parto anche dal bianco. Comunque, a prescindere se io scelga di partire dal bianco o dal nero, questo metodo esclude l’uso della linea: praticamente è tutto costruito solo con le luci e con le ombre.
Tu hai un rapporto molto stretto e molto lungo con l’Italia. Qual è la tua percezione del fumetto italiano oggi?
Non conosco molto bene come sia la situazione del fumetto contemporaneo, anche mi arrivano alcune notizie, ci sono sicuramente tante cose che non ho letto. Credo però che ci sia tanta creatività, tanta energia nuova, perché il fumetto è una forma che comunque ancora sta cambiando. C’è un’evoluzione che continua. Quando io ho iniziato a fare il fumetto dicevano tutti che era una forma destinata a morire, che non durerà. Magari tiene ancora un altro anno, magari altri cinque anni poi finirà. Invece oggi mi sembra che ci siano più editori e più produzione di fumetti che mai. Anche quando sono arrivati i videogiochi, anche allora si diceva che i videogiochi avrebbero ucciso il fumetto, e invece non è stato così. Il fumetto rimarrà sempre il fumetto e questo è il bello, ma comunque tutti questi cambiamenti, tutte queste nuove cose… mi sembra che il fumetto assorba tutto e continui a crescere. È il suo bello e lo rende una forma ancora molto molto viva, piena di energia, dove c’è ancora tanto tanto da scoprire, da sviluppare.
Nel corso della tua carriera ti sei confrontato con editorie diverse, incluse le major americane, lavorando per esempio per la linea Vertigo e per la DC su Superman. Come è stato lavorare all’interno di una situazione chiusa come quella?
È stata un’esperienza per me molto importante, è stata una sfida, perché mi sono confrontato con un sistema di lavoro completamente diverso da quello che seguo quando lavoro sulle mie storie.
Ovviamente partivo da una sceneggiatura, ma in generale chiedevo sempre che nella sceneggiatura ci fossero solo i dialoghi e non molto di più, perché volevo la libertà di costruire le tavole a modo mio. Per me questo è molto importante, perché se la sceneggiatura è troppo precisa io non riesco a lavorare, devo vedere le cose con i miei occhi, e ho avuto la fortuna di lavorare con bravissimi editor e bravissimi scrittori.
Comunque è un altro sistema, un altro mondo. Si lavora tramite un editor che è un supervisore del progetto che a volte chiede correzioni, cambiamenti eccetera. Per me si trattare di uscire dalla mia comfort zone, ma questo fa sempre bene, perché così devi sforzarti a imparare cose nuove e diventano esperienze che alla fine ti portano qualcosa che poi magari ti porti dietro anche nei progetti personali. È sempre un processo, è importante continuare sempre a imparare cose nuove, imparare anche a usare strumenti nuovi. Per esempio mi sono sforzato di imparare a lavorare in digitale cinque anni fa, ed è stato molto difficile per me perché per tutta la vita ho lavorato su carta, lavoravo su vari materiali che non c’entrano niente con il digitale. Ma ho visto dei lavori in digitale che mi piacevano tanto e volevo imparare a usare questo attrezzo, questo strumento, magari per aprire delle porte che erano ancora chiuse.
Stai già lavorando su qualcosa di nuovo?
Sì, sto lavorando su una storia, però per me è difficile parlare di un progetto su quale sto lavorando, si tratta di un processo lungo. E poi sono anche un po’ scaramatico. Poi porto avanti più cose, a me piace, perché così non sto chiuso dentro un progetto unico e magari ho più possibilità di vedere le cose anche con un po’ di distanza. Il fumetto è un lavoro solitario e spesso sei chiuso in un spazio, ed è facile che possa succedere che non vedi più bene quello che stai facendo, a volte ci vuole un po’ di distanza per capire come continuare, come andare avanti.
Intervista realizzata dal vivo al Salone del Libro Torino il 17 maggio 2026.
Danijel Žeželj
(Zagabria, 7 dicembre 1966) è un fumettista, animatore, illustratore e grafico croato. Ha avuto a lungo una stretta collaborazione con l’Italia, a cominciare con l’editore Il Grifo, e ha pubblicato i suoi lavori e le sue illustrazioni in tutto il mondo, con una lunga parentesti nel mercato Americano con alcune collaborazioni con DC Comics. Dal 1997 realizza performance multimediali nelle quali combina live painting e musica dal vivo e realizza diversi lavori in animazione, tra i quali un corto pubblicitario per Nike con protagonista Francesco Totti, S.P.Q.R.










