Quanto si sente parlare oggi della “Marvel”? Tra serie tv e film, il nome della casa editrice è spessissimo sulla bocca di tutti, all’interno di articoli, al centro di dibattiti sullo stato di salute del cinema e sul senso stesso di settima arte.
Eppure, prima di tutto questo ci sono soprattutto i fumetti, c’è un gruppo di creativi -scrittori e illustratori-, c’è un vero e proprio epos moderno che incessantemente, senza soluzione di continuità, dal 1963 regala avventure, costruisce miti, indaga la società guardando il mondo fuori dalla finestra.
Tutto cominciò così
Era il 1939 e Martin Goodman fondava la Timely Comics.
Goodman era già proprietario della Red Circle, casa editrice che pubblicava riviste pulp, e stava cercando nuove strade nel mercato del fumetto. Fu un proficuo incontro con i creativi dell’agenzia Funnies Incorporated (tra cui Bill Everett, il creatore grafico di Namor the Submariner e Daredevil) ad aprire la strada per diverse collane di successo, tra cui Marvel Mystery Comics (dove fu ospitato il primo crossover tra personaggi di diverse testate, ovvero Torcia umana e Submariner).
Tecnicamente, si definisce Golden age quel periodo che va dagli anni Trenta fino ai primissimi Cinquanta, quando i fumetti godettero di un incremento di popolarità e venne creato l’archetipo del supereroe; e Silver age l’arco di tempo dal 1956 al 1971, quando si verificarono una serie di circostanze che modificarono il panorama editoriale del fumetto.
Tra Golden age e Silver age si inserisce allora lo sviluppo di quello che sarà la Marvel futura: ovvero il passaggio della Timeley in Atlas Comics e poi nel nome definitivo (appunto, Marvel Comics), creando dal nulla vere e proprie icone della cultura popolare che da una parte preconizzavano, dall’altra influenzavano i cambiamenti sociali e culturali. Spider-Man, Captain America, Hulk, i Fantastici Quattro (il cui primo numero del 1961 viene fatto coincidere con l’inizio dell’universo Marvel) fanno parte ormai dell’immaginario comune, e furono gli artefici dell’inizio della Bronze age degli anni Settanta, che nasce idealmente dopo la crociata di Fredric Wertham -autore del celebre testo Seduction of Innocence, che produsse un’interrogazione presso il Congresso degli Stati Uniti a proposito dell’industria del fumetto, colpevole secondo l’autore di effetti dannosi sui bambini.
Da un grande fumetto derivano grandi intuizioni
Tanti eroi, tanti supereroi, che interagiscono nello stesso mondo, quasi sempre nella stessa città, influenzandosi l’uno con l’altro, perché quello che succede ad un personaggio influenza tutti gli altri e la realtà che lo circonda: è questa la geniale intuizione di Stan Lee, sceneggiatore, supervisore e direttore artistico della prima Marvel, dal 1963 con il primo numero di Fantastic Four, con i disegni di Jack Kirby; intuizione così rivoluzionaria che negli anni Zero ha addirittura riscritto la grammatica del grande schermo.
Un esempio di -serrata- continuity: in Captain America # 750, uscito nel settembre del 2023, Steve si reca nel cimitero per ricordare il suo amico Arnie Roth, rievocando un’avventura vissuta insieme (v. Captain America # 298, ottobre 1984). Nei quarant’anni trascorsi nella pubblicazione, niente è stato dimenticato, tutto fa parte della vita dell’eroe. Insomma, come la nostra, di vita, ma un po’ più colorata.
Da questa brillante intuizione nasce il Marvel Universe: una mole enorme di storie, personaggi, lutti, tragedie, nevrosi, intrecciate in una sola grande narrazione che le comprende tutte.
Di conseguenza, per far proseguire la storia la Marvel ha dovuto, nel corso di sessant’anni – e oggi ancor più che allora – proporre nuove rivelazioni e inventare nuove situazioni, così da mantenere i propri eroi sempre accattivanti.
In questo senso, Fantastic Four fu qualcosa di dirompente e davvero mai visto per le edicole e i giovani dell’epoca: personalità strabordanti dalle pagine, personaggi che piangevano per una gravidanza, si addoloravano per un cuore infranto, facevano scherzi tra di loro e la mattina appena alzati facevano colazione con latte e caffè.
Anche il fatto di non indossare delle maschere aveva un’importanza fondamentale: i Fantastici Quattro erano una famiglia di scienziati ed esploratori, eroi loro malgrado, quindi i loro volti erano l’unica immagine capace di restituire quello che erano fondamentalmente: esseri umani.
Da lì in poi, è stato un florilegio di invenzioni, intrecci, misteri, colpi di scena, collegamenti tra testate: un serbatoio enorme, infinito di storie sempre con un occhio vigile sugli sviluppi più attuali alle modalità di racconto. Non dimentichiamo che negli anni Sessanta Peter Parker affrontò le dinamiche delle rivolte nelle università e la diffusione della droga, negli anni Settanta i Fantastici Quattro avevano tra i loro alleati il primo supereroe di colore, Pantera nera aka T’Challa, sovrano di uno stato africano, negli anni Ottanta Capitan America aveva tra gli amici una coppia di omosessuali, negli anni Zero una coppia di uomini si sposava davanti ad un altare, e così via.
La forza della Marvel sta prima di tutto nella sua direttiva principale, ovvero il cambiamento e l’aderenza alla (ciclicità della) realtà; ma poi, ovviamente, nell’intelligenza, nella bravura dei suoi architetti.
Grazie a scrittori come Brian Michael Bendis, Mark Millar, Jonathan Hickman, e oggi Al Ewing, Chip Zdarsky e Jed MacKay, la Marvel ha dimostrato di sapersi rinnovare pur restando fedele a sé stessa, riuscendo soprattutto a conservare la storia dei suoi personaggi ma, allo stesso tempo, a trovare il modo di azzerare il background necessario, così che le loro avventure possano essere lette senza dover conoscere quasi settant’anni di narrativa precedente.
Ma è proprio questa la grandezza del Marvel style: cambiare tutto per non cambiare niente.
Se negli anni ’80 a cambiare erano stati i costumi dei supereroi (sotto la direzione dello storico editor-in-chief Jim Shooter, Spider-Man indossò una tuta nera, Hulk tornò grigio, Capitan America gettò via il suo iconico costume bianco rosso e blu, Thor fece crescere la barba e indossò una nuova armatura, e così via), negli anni Zero e ‘10 il costume resta uguale ma cambia la persona che lo indossa.
Questo a favore anche di un atteggiamento di inclusività che ha sempre contraddistinto la casa editrice, fin da quando ha mostrato al pubblico quel supereroe con la pelle nera, e che oggi continua con un Captain America che non è più -o almeno non solo- il wasp Steve Rogers ma anche l’afroamericano Sam Wilson, e soprattutto con due Spider-Man, il classicissimo Peter Parker e l’innovativo, appassionante portoricano afro-americano Miles Morales.
Se gli anni Dieci, allora, sono stati caratterizzati da frenetici restart sotto il brand di Marvel NOW! (ovvero, rinumerare le serie dal n.1, per far salire a bordo più nuovi lettori possibili attirati dai “nuovi inizi”), gli Anni Venti hanno segnato invece un ritorno ad una serialità più classica, anche grazie ad una numerazione che accanto ai “nuovi numeri 1” affiancava una numerazione “legacy”, ovvero che teneva conto di tutti gli albi usciti indipendentemente dalle nuove stagioni. Tra il 2018 e il 2020 è partita allora una nuova “fase” editoriale, denominata appunto Marvel Legacy, e le principali testate degli eroi Marvel si sono assestate su determinate coordinate narrative, con scrittori che hanno cercato di dare coesione all’Universo più ricco e coinvolgente del fumetto. Sono proprio queste le storie che analizzeremo.
(1-continua)






