Leviathan Labs è uno studio e boutique publisher internazionale con sede nel Sud della Toscana. Fondata alla fine del 2019, questa realtà nasce dall’esigenza di un gruppo di scrittori, artisti e specializzati del settore editoriale e del fumetto di creare un “posto sicuro”, un’isola felice dove lavorare in un ambiente professionale rispettoso e inclusivo, che tutela i diritti e la proprietà degli autori.
Massimo Rosi, sceneggiatore ed editor, è stato il fondatore di Leviathan Labs ed è tutt’oggi uno dei componenti di questa realtà editoriale che nel mese di giugno 2026 ha annunciato un rinnovamento della propria identità con un punto fermo: il fumetto come centro della propria attività.
Con Rosi abbiamo parlato di questa novità e anche di tutta una serie di situazioni, problematiche e opportunità che i piccoli editori si trovano davanti nel mondo del fumetto italiano.
Ciao Massimo e bentornato su Lo Spazio Bianco.
Iniziamo dall’attualità: Leviathan Labs da pochi giorni ha annunciato un rinnovamento sia visivo che editoriale con un elemento però di continuità con il passato, ossia il fumetto come cuore dell’attività. Da che cosa è nata questa esigenza di rinnovo?
Intanto grazie per avermi accolto di nuovo sulle vostre pagine. Spero di riempirle bene. L’esigenza di questo rinnovamento è nata da un insieme di fattori che, a un certo punto, si sono incastrati quasi naturalmente. Uno dei momenti decisivi è stato sicuramente quello legato alla riorganizzazione di Star Shop dopo l’acquisizione da parte di Mondadori. Noi eravamo tra gli editori distribuiti in esclusiva e ci siamo ritrovati con mesi di materiale già realizzato, stampato e spedito che, almeno da quanto ci è stato riportato da negozianti e lettori, non è mai arrivato correttamente in fumetteria. È stato un danno importante, oltretutto nel periodo natalizio, che per un editore rappresenta uno dei momenti più importanti dell’anno. Al di là di quell’episodio specifico, però, per noi è stato il segno di un cambiamento molto più ampio del mercato. Io provengo dal mercato statunitense e negli ultimi anni abbiamo assistito a eventi che hanno modificato profondamente il settore: dalla bancarotta di Diamond alle difficoltà economiche globali, fino all’aumento dei costi di produzione e logistica. Ti faccio un esempio concreto: da quando esistiamo, i costi delle spedizioni sono aumentati di circa il 45%. Ci siamo resi conto che stavamo lavorando all’interno di un sistema in cui troppe variabili fondamentali sfuggivano al nostro controllo: distribuzione, fiere, tipografie, logistica. Ogni scelta strategica dipendeva sempre da qualcun altro. A quel punto ci siamo seduti attorno a un tavolo — io, Alberto, Lucrezia, Tobias, Daniel, Laura e Serenella — e ci siamo fatti una domanda molto semplice: perché le nostre storie, i nostri investimenti e le nostre proprietà intellettuali devono dipendere così tanto da decisioni prese da altri? Volevamo riportare il controllo il più possibile nelle nostre mani. Quando parlo di sostenibilità, infatti, non mi riferisco soltanto all’aspetto economico. Parlo soprattutto della sostenibilità del modello di lavoro. Vogliamo avere il controllo del nostro percorso editoriale, senza dipendere da meccanismi che inevitabilmente trattano ogni editore come uno dei tanti. In fondo è anche un ritorno alle nostre origini. Leviathan Labs era nata come studio creativo associato. Avevamo cercato di costruire questo modello collaborando con alcuni editori italiani e spagnoli, ma ci siamo presto resi conto che era molto difficile pianificare davvero il lavoro e condividere una visione comune. Da lì è nata la scelta di diventare editori: se non trovavamo un editore che rappresentasse la nostra idea di fumetto, saremmo diventati noi quell’editore. Oggi, dopo sette anni di attività editoriale e altri tre di esperienze precedenti come studio, ci siamo resi conto che il mercato è cambiato profondamente. Il post-pandemia, le guerre, la crisi della distribuzione americana, i cambiamenti nei mercati internazionali e le difficoltà che stanno vivendo tante realtà del fumetto dimostrano che è arrivato il momento di ripensare il modo in cui lavoriamo. Per questo abbiamo deciso di costruire un sistema che fosse davvero nostro: più controllabile, più sostenibile e più coerente con la nostra idea di fare editoria. Continueremo a pubblicare fumetti, che restano il cuore di Leviathan Labs, ma lo faremo attraverso una struttura che metta al centro la progettualità, il lavoro dello studio creativo e la possibilità di gestire direttamente il nostro percorso, senza lasciare che siano altri a decidere il destino delle nostre storie.
Nel concreto, quali saranno e le differenze e le novità rispetto alla “vecchia” Leviathan Labs? Come sarete strutturati in termini di figure professionali e di organizzazione lavorativa?
Paradossalmente, quello che all’inizio percepivamo quasi come uno svantaggio oggi è diventato il nostro punto di forza. Tutti noi, prima ancora di essere editori, siamo professionisti del fumetto: sceneggiatori, disegnatori, coloristi, letteristi. Ognuno ha già un ruolo ben definito e una competenza specifica all’interno di Leviathan Labs. La differenza rispetto al passato nasce proprio da qui: se fino a oggi una parte molto importante del nostro tempo era assorbita dalla gestione della casa editrice, da adesso vogliamo invertire le proporzioni. Il nostro obiettivo è dedicare la maggior parte delle energie alla creazione di nuove opere e alla loro produzione, collaborando anche con editori terzi, soprattutto internazionali. In Italia e in Spagna continueremo naturalmente a pubblicare direttamente le nostre opere, ma il focus sarà sempre di più quello di uno studio creativo che sviluppa proprietà intellettuali, serie e progetti destinati anche ad altri mercati. Già oggi lavoriamo in questa direzione. Per esempio stiamo collaborando con l’editore americano Wise Acre Comics sulla loro nuova linea horror, per la quale io e Alberto Massaggia realizzeremo una miniserie di sei albi. Allo stesso tempo continuiamo a lavorare con il mercato francese attraverso partner come Comics Initiative e altri interlocutori internazionali, mettendo a disposizione non solo il nostro catalogo, ma anche le nostre professionalità. In fondo è questo il nostro vero mestiere. Io sono prima di tutto uno sceneggiatore. Alberto Massaggia è un disegnatore. Tobias Meier è un letterista. Abbiamo coloristi, grafici e stiamo ampliando ulteriormente la squadra con nuovi soci e professionisti, tra cui Roberto Vezzali per la sceneggiatura e Federico De Luca per il disegno. Anche dal punto di vista editoriale ci sarà una scelta molto precisa. Leviathan Labs diventerà sempre più una realtà specializzata nel grimdark. Fantasy, fantascienza e horror continueranno a convivere, ma saranno accomunati da un’identità visiva e narrativa ben riconoscibile: più oscura, più materica, più adulta. Vogliamo che un lettore riconosca immediatamente un fumetto Leviathan, indipendentemente dalla serie. Questo comporterà anche una progressiva evoluzione del catalogo, che in passato era volutamente più eterogeneo e vicino al modello americano, mentre oggi punta a costruire un’identità molto più definita. In sostanza, Leviathan Labs torna a essere prima di tutto ciò che era nata per essere: uno studio creativo, uno studio di produzione e di sviluppo di proprietà intellettuali. L’attività editoriale rimane centrale, ma diventa uno degli strumenti attraverso cui valorizzare il nostro lavoro, non più l’unico fulcro della nostra attività. Parallelamente stiamo iniziando a investire anche nel settore audiovisivo e cinematografico, ma di questo magari parleremo più avanti.
Leviathan Labs, a livello identitario, si è sempre posta in un territorio di confine, come hai detto prima: siete uno studio di creativi e una casa editrice che pubblica fumetti da voi creati, senza però disdegnare di portare sul mercato italiano (e non solo) opere internazionali per voi meritorie di pubblicazione. Questa sorta di identità multiple che cosa significano tanto in termini di forza quanto di fatica (di coordinamento, di più attività contemporanee, etc.) per voi?
Credo che la fatica non derivi tanto dalla nostra identità multipla. Quella, anzi, è quasi un vantaggio. La vera fatica oggi è fare l’editore indipendente. Se sei una realtà piccola o di medie dimensioni e non hai alle spalle un grande gruppo o capitali importanti, lavori in un sistema che molto spesso scarica su di te tutti i rischi. Penso alla distribuzione, alla logistica, ai rapporti con i retailer, ai costi di produzione che continuano ad aumentare. È un ecosistema che, invece di sostenere chi prova a crescere, finisce spesso per mettergli continuamente degli ostacoli davanti. Chi ha una forza economica e contrattuale diversa riesce naturalmente ad assorbire queste difficoltà. Un editore indipendente, invece, ogni errore, ogni ritardo, ogni aumento dei costi lo sente direttamente sulla propria pelle. Ed è questo, secondo me, il vero problema del mercato di oggi. Paradossalmente, quindi, la nostra identità “ibrida” è una delle cose che ci aiuta di più. Essere contemporaneamente uno studio creativo, una casa editrice e lavorare su più mercati ci permette di non dipendere completamente dall’andamento di un solo Paese. Certo, significa anche investire molto di più: servono più tempo, più energie, più persone e inevitabilmente anche più risorse economiche. Ma offre una flessibilità che, negli anni, si è rivelata fondamentale. Ci sono stati momenti in cui il mercato italiano era in grande difficoltà e il lavoro che stavamo facendo in Spagna ci ha letteralmente permesso di continuare a crescere. Ho sempre scherzato dicendo che, in certi periodi, la Spagna pagava i debiti dell’Italia… ma fino a un certo punto era davvero così. Lo stesso vale per il lavoro sulle licenze internazionali. Collaboriamo con realtà negli Stati Uniti, in Francia, in Brasile, in Giappone e in altri mercati. Questo significa avere più possibilità di sviluppare i nostri progetti e, allo stesso tempo, distribuire il rischio. Se un mercato rallenta, non è detto che rallentino anche tutti gli altri. Naturalmente tutto questo richiede un coordinamento molto più complesso. Devi conoscere mercati diversi, parlare con interlocutori diversi, adattarti a culture editoriali differenti. Però è anche ciò che ci permette di essere molto più resilienti. In fondo Leviathan Labs è sempre stata questo: uno studio creativo che usa l’editoria come uno degli strumenti per portare le proprie storie nel mondo, non un editore che lavora esclusivamente all’interno dei confini del mercato italiano. Oggi questa identità è ancora più definita e, paradossalmente, è proprio ciò che ci permette di affrontare con maggiore serenità un periodo così complicato per tutto il settore.
L’hai già accennato: Leviathan Labs non è attiva solo in Italia, ma anche su altri fronti internazionali, primo fra tutti quello spagnolo. Che cosa comporta per voi in termini di programmazione e di ideazione di storie rapportarvi con mercati diversi e pubblici diversi? Ovviamente, se questa diversità la percepite…
In realtà Leviathan Labs non è mai stata una realtà esclusivamente italiana. È nata internazionale perché internazionale è sempre stato il mio percorso. Fin da quando avevo diciannove anni il mio obiettivo era lavorare nel fumetto fuori dall’Italia. Dopo gli studi alla Scuola Internazionale di Comics mi sono trasferito prima a New York e poi a Toronto, inseguendo il sogno di scrivere per il mercato americano. Successivamente ho vissuto anche in Svizzera, sono tornato in Italia per insegnare alla Scuola Internazionale di Comics di Firenze e, poco dopo, mi sono trasferito a Malaga, dove ho iniziato la mia esperienza con Amigo Comics e Karras Studio. In tutti questi anni ho avuto la fortuna di confrontarmi con editori, autori e lettori provenienti da Paesi diversi. È un’esperienza che inevitabilmente ha plasmato anche il modo in cui oggi pensiamo Leviathan Labs. Mi piace pensare che i nostri fumetti abbiano un respiro internazionale, ma una sensibilità profondamente europea. Non cerchiamo di imitare il fumetto americano, quello francese o quello giapponese: cerchiamo di prendere il meglio da ciascuna tradizione per costruire una nostra identità. Anche per questo, ad esempio, mi piacerebbe contribuire a riportare in Italia un’idea di fumetto popolare e accessibile, capace di arrivare davvero a tutti. È una tradizione che il nostro Paese ha avuto per decenni e che, salvo poche eccezioni, abbiamo progressivamente lasciato andare. Dal punto di vista organizzativo, lavorare su più mercati significa semplicemente moltiplicare tutto. Hai più distributori, più editori, più partner, più autori e molte più fiere da seguire. Il lavoro cresce in maniera esponenziale. Ma crescono anche le opportunità. Confrontarsi con pubblici diversi significa capire che ogni mercato ha le proprie sensibilità, i propri gusti e perfino il proprio modo di leggere i fumetti. È un esercizio continuo che ti obbliga a metterti in discussione e, allo stesso tempo, arricchisce enormemente il tuo modo di raccontare. Devo dire che, da questo punto di vista, il mercato italiano resta probabilmente quello più complesso, soprattutto per alcune dinamiche distributive e commerciali che all’estero vengono affrontate in maniera molto diversa. Aver lavorato in contesti differenti ti permette anche di osservare queste differenze con maggiore lucidità. Alla fine, però, la multiculturalità è sempre stata una ricchezza. Io sono sempre stato una persona piuttosto nomade e Leviathan Labs riflette esattamente questo percorso. Sì, lavorare su più mercati significa raddoppiare il lavoro, ma significa anche raddoppiare le opportunità, gli stimoli e, soprattutto, le soddisfazioni. È una complessità che affrontiamo volentieri, perché è diventata parte della nostra identità.



Tra le nuove serie annunciate dalla “nuova” Leviathan Labs ci sono anche dei ritorni e delle conferme, come The Barbarian King, Giallo e il Leviathan Verse. Ci saranno delle differenze in queste vostre proprietà intellettuali rispetto al passato o il cammino scelto è quello della continuità?
Per quanto riguarda The Barbarian King e il Leviathan Verse, la parola chiave è continuità. Sono due proprietà intellettuali sulle quali abbiamo investito molto e che seguono una pianificazione precisa, quindi non avrebbe senso stravolgerle. Il loro percorso proseguirà esattamente nella direzione che avevamo immaginato fin dall’inizio. Questo non significa che non ci saranno novità. Stiamo lavorando anche sull’aspetto editoriale, studiando nuovi formati e nuove edizioni che possano valorizzare ancora di più queste serie, magari con versioni pensate anche per i collezionisti e disponibili esclusivamente attraverso Leviathan Labs. Ma, dal punto di vista narrativo, rimarranno perfettamente coerenti con quanto fatto finora.
L’unico progetto che cambia davvero è Giallo. Avevamo sempre detto che la serie si sarebbe conclusa con il dodicesimo numero, e quella conclusione rimane. Allo stesso tempo, però, ci siamo accorti che l’idea alla base di Giallo aveva ancora tantissimo potenziale e meritava di evolversi, piuttosto che fermarsi. Per questo nasce Giallo Presenta, una nuova collana di graphic novel autoconclusive. Ogni volume sarà una storia unica, di circa 110-120 pagine, con un inizio e una fine, ambientata in Italia e costruita attorno a quel tipo di atmosfera, di mistero e di tensione che hanno sempre caratterizzato la rivista. L’obiettivo è trasformare Giallo in un marchio capace di ospitare storie e autori diversi, mantenendo però una forte identità comune. Ogni libro sarà indipendente dagli altri, così un lettore potrà iniziare da qualsiasi volume senza dover seguire una lunga serialità. Il primo titolo di questa nuova collana sarà Il buon raccolto, realizzato da un duo di autori trevigiani, e arriverà il prossimo anno. Credo che questa evoluzione sia il modo migliore per far crescere il progetto: da una parte rispettiamo la conclusione della serie originale, dall’altra apriamo la porta a nuove storie, nuovi autori e nuove interpretazioni, senza perdere l’identità che Giallo si è costruito in questi anni.
Nell’estate 2025 siete stati la prima realtà editoriale, nonché una delle poche a farlo pubblicamente, a dichiarare che non avreste partecipato all’edizione di Lucca Comics. Vista l’importanza dell’evento lucchese anche da un punto di vista di ritorni economici e di vendite per gli editori, che cosa vi ha spinto a questa decisione e soprattutto alla necessità di metterla in campo chiaramente per tutti i lettori?
La nostra scelta di non partecipare a Lucca Comics & Games, così come a molti altri eventi italiani, non è nata da un problema con Lucca in sé. Tengo a precisarlo, perché sarebbe una lettura sbagliata. È stata piuttosto una riflessione sul modello fieristico nel suo complesso e sulla sua sostenibilità, soprattutto per gli editori indipendenti e di medie dimensioni. Negli ultimi anni abbiamo visto aumentare in maniera molto significativa i costi di partecipazione alle fiere. Oggi uno stand di dimensioni contenute può arrivare a costare diverse migliaia di euro, e credo sia legittimo chiedersi se questo modello sia ancora sostenibile per realtà che investono ogni anno nella produzione di nuovi fumetti, nel pagamento degli autori e nella crescita del proprio catalogo. Il punto, però, non è soltanto economico. È anche una questione di servizi e di condizioni di lavoro. Quando un editore trascorre dieci ore al giorno dietro uno stand, dovrebbe poter contare su servizi adeguati. Mi riferisco a cose molto concrete: una connessione internet affidabile per lavorare, spazi e servizi dignitosi per chi è presente in fiera per quattro o cinque giorni consecutivi, un’organizzazione che tenga conto anche delle esigenze di chi quella manifestazione la rende possibile. Faccio un esempio molto semplice: durante l’ultima edizione abbiamo perso quasi ottocento euro di vendite perché i POS hanno smesso di funzionare a causa della saturazione della rete telefonica. Sono episodi che possono capitare, ma che dovrebbero far riflettere su quanto sia importante investire anche nell’infrastruttura di un evento di queste dimensioni. Avendo lavorato anche in altri Paesi, mi capita inevitabilmente di fare dei confronti. In Spagna, in Francia o in Belgio ho trovato modelli che, pur con le loro differenze, mettono spesso maggiore attenzione alle condizioni di lavoro di editori e autori. Ed è proprio questo il punto della nostra scelta. Abbiamo deciso di fermarci un anno e di investire quelle risorse in altri progetti, per capire se esistono modi diversi di incontrare i lettori e di far crescere Leviathan Labs. Non volevamo lanciare una protesta, ma aprire una riflessione. Credo che le fiere debbano continuare a essere il cuore del nostro settore, ma vorrei che tornassero a essere prima di tutto luoghi di lavoro, di confronto e di costruzione di nuove collaborazioni. Il rischio, altrimenti, è che diventino sempre più eventi da vivere per il timore di restarne esclusi, piuttosto che occasioni realmente utili per chi i fumetti li crea e li pubblica. Per noi non è la presenza a una singola fiera a definire il valore di un editore. A definirlo sono le storie che racconta, i libri che pubblica e la capacità di continuare a costruire qualcosa, ogni giorno, indipendentemente dal calendario degli eventi.
In Italia questo è un argomento che spesso nessuno affronta, ma forte della vostra identità internazionale ti chiedo: qual è il modello di sostenibilità su cui si basa Leviathan Labs? Detta diversamente: come riuscite a pagare voi stessi e i vostri collaboratori? Siete arrivati a un modello di business stabile o questo rinnovamento punta anche a un rafforzamento e a una crescita economica della vostra realtà? In altre parole… facciamo due conti in tasca a Leviathan…
Questa è una domanda che mi fa particolarmente piacere, perché nel nostro settore si parla pochissimo di come si sostiene economicamente una casa editrice. E invece credo sia un tema importante, soprattutto per chi vuole capire cosa significhi davvero fare editoria indipendente. La prima cosa che posso dire è molto semplice: oggi i soci del direttivo di Leviathan Labs non percepiscono uno stipendio per il lavoro editoriale e gestionale che svolgono. Ma non è una conseguenza del caso. È una scelta. Abbiamo deciso che, in questa fase della nostra crescita, le risorse della casa editrice dovessero andare prima di tutto a chi lavora con noi. Autori, disegnatori, sceneggiatori, letteristi, coloristi, grafici, impaginatori, designer e collaboratori esterni vengono retribuiti. Lo stesso vale per chi ha lavorato all’interno dello studio, come il magazziniere che abbiamo avuto per un certo periodo, perché crediamo che il lavoro e la formazione abbiano sempre un valore e vadano riconosciuti. Gli unici che, almeno per il momento, hanno scelto di non percepire uno stipendio per il lavoro editoriale sono proprio i soci del direttivo. Preferiamo reinvestire quelle risorse nella crescita della struttura e nelle persone che contribuiscono ogni giorno ai nostri progetti. Noi veniamo pagati soltanto per il nostro lavoro creativo, esattamente come qualsiasi altro autore che collabora con Leviathan Labs. Io percepisco il mio compenso come sceneggiatore, Alberto come disegnatore, Tobias come letterista e così via. Prima ancora che editori, siamo professionisti del fumetto. Anche da questo punto di vista abbiamo cercato di costruire un modello il più possibile corretto. Oggi riusciamo generalmente a garantire anticipi compresi tra i 2.000 e i 2.500 euro per albo e, oltre a questo, riconosciamo royalties che mediamente si attestano tra il 25% e il 30% del venduto. Crediamo che chi crea un’opera debba partecipare anche ai risultati che quell’opera ottiene sul mercato. Il nostro modello di sostenibilità, però, non si basa soltanto sulla vendita dei fumetti. Una parte importante arriva dalla distribuzione, che oggi ci sta dando risultati particolarmente positivi in Spagna e che stiamo riorganizzando anche in Italia grazie alla collaborazione con Libro Co., un modello che riteniamo possa essere più sostenibile rispetto al passato. Un’altra componente fondamentale sono i crowdfunding attraverso Verkami. Li utilizziamo soprattutto per i progetti più importanti e, fino a oggi, hanno superato di molto le aspettative, arrivando in alcuni casi a raccogliere anche quattro volte l’obiettivo iniziale. Questo ci permette di investire ancora di più nella qualità dei libri e nella retribuzione degli autori, anche perché no autori, no libri, no Leviathan. Accanto all’attività editoriale c’è poi tutto il lavoro dello studio creativo. Organizziamo corsi di formazione, collaboriamo con Confartigianato sul territorio, ospitiamo stagisti, sviluppiamo nuovi progetti e mettiamo le nostre competenze a disposizione anche di realtà esterne. È proprio questo il punto del nuovo Leviathan Labs. Non vogliamo essere semplicemente una casa editrice che vende libri. Vogliamo costruire uno studio creativo capace di sviluppare proprietà intellettuali, lavorare con partner internazionali, fare formazione e creare valore attraverso attività diverse ma complementari. Sarebbe bello poter dire che oggi viviamo facendo gli editori, ma non sarebbe vero. Oggi viviamo facendo gli autori e scegliendo di reinvestire continuamente nella crescita della nostra casa editrice. Il rinnovamento che abbiamo annunciato nasce anche da questo: costruire un modello sempre più solido che, un domani, permetta anche ai soci del direttivo di essere retribuiti per il lavoro editoriale che svolgono. Ma finché dovremo scegliere tra pagare noi stessi o pagare chi lavora con noi, continueremo a scegliere la seconda strada.
Pur essendo una realtà internazionale e che guarda molto anche all’estero, un paio di anni fa hai deciso di rafforzare il legame con il tuo territorio di origine e di stabilire lo studio principale di Leviathan nel grossetano, instaurando anche una serie di collaborazioni e sinergie con le realtà amministrative ed economiche di quel territorio. Come è nata questa scelta?
In parte l’ho già accennato nella risposta precedente: è nata anche da una serie di circostanze personali. Io e mia moglie Lucrezia vivevamo in Spagna e avevamo deciso di costruire lì una parte importante del nostro percorso. Poi è arrivata la pandemia. Durante il Covid stavamo completando tutte le pratiche per ottenere il NIE, il numero identificativo per gli stranieri che, di fatto, corrisponde al codice fiscale spagnolo. Con il blocco degli uffici tutto si è fermato e ci siamo trovati davanti a una scelta: aspettare chissà quanto, rimanendo in una sorta di limbo, oppure tornare temporaneamente in Italia. Abbiamo scelto la seconda strada. A quel punto, però, mi sono fatto una domanda molto semplice: se dobbiamo ripartire, dove vogliamo farlo davvero? Dopo aver vissuto in città come New York, Toronto, Firenze, Bologna e Malaga, mi sono reso conto che le grandi città italiane non erano più quello che cercavo. Così siamo tornati in Maremma, che è il luogo dove sono cresciuto, dove vivono la mia famiglia e gli amici con cui condivido un pezzo importante della mia vita. È la mia casa. All’inizio doveva essere quasi una soluzione temporanea. Poi, invece, ci siamo accorti che qui c’era uno spazio che valeva la pena costruire.
Abbiamo iniziato quasi per caso a collaborare con Confartigianato, che in quel periodo stava sviluppando nuovi progetti legati al cinema, all’editoria e alle industrie creative. Ci siamo trovati subito in sintonia e da lì sono nate una serie di collaborazioni che continuano ancora oggi. Questo ci ha permesso di realizzare uno studio di oltre cento metri quadrati che non è soltanto la sede di Leviathan Labs, ma uno spazio condiviso da professionisti diversi. Ospitiamo stagisti, organizziamo corsi di formazione e collaboriamo quotidianamente con altre figure creative. All’interno dello studio, ad esempio, c’è un’area dedicata alla fotografia, dove lavora Ilaria, e condividiamo gli spazi anche con Riccardo, scenografo e props maker cinematografico, con cui ho avuto il piacere di collaborare anche su alcuni cortometraggi. È proprio questa l’idea che ci piace portare avanti: non creare semplicemente una casa editrice, ma costruire un piccolo ecosistema creativo capace di mettere in comunicazione professionalità diverse. La Maremma, dal punto di vista culturale, è un territorio complesso. Forse è meno strutturato rispetto ad altre realtà italiane, ma proprio per questo offre anche tante possibilità. È un terreno ancora fertile, dove si possono piantare semi nuovi e provare a costruire qualcosa che prima non c’era. Noi stiamo cercando di fare esattamente questo: creare opportunità, fare rete e dimostrare che anche lontano dalle grandi città è possibile costruire un progetto culturale con un respiro internazionale. E poi, lo ammetto, in Maremma si vive davvero bene. Dopo tanti anni passati in giro per il mondo, è stato bello scoprire che, forse, casa era il posto giusto da cui ripartire.
Massimo, grazie. E buona fortuna alla nuova vecchia Leviathan Labs!
Intervista realizzata via mail nel mese di giugno 2026
Massimo Rosi
Massimo Rosi, sceneggiatore ed editor, grafomaniaco e nomade (Pandemie permettendo). Fondatore dello studio e boutique publisher Leviathan Labs, Rosi è uno dei pochi sceneggiatori italiani a essere pubblicato da quasi dieci anni a livello internazionale in almeno sei diverse lingue. Nato a Livorno nel 1987, dopo aver conseguito gli studi artistici a Grosseto e in seguito alla Scuola Internazionale di Comics di Firenze e Reggio Emilia, lascia l’Italia, vivendo tra New York, Toronto e la Svizzera. A 24 anni pubblica il suo seriale a fumetti negli Stati Uniti con Titanium Comics e con Ardden Entertainment (attuale Scout Comics). Dal 2013 Massimo diventa uno scrittore molto prolifico: pubblica numerosi titoli in Inghilterra con Markosia Enterprises e Aces Weekly, in America con Action Lab, Scout Comics, Behmoth Comics e Caliber Comics, in Canada con Chapterhouse, in Argentina con Buengusto Ediciones ed in Italia con Double Shot e Leviathan Labs (di cui è presidente e fondatore). Nel 2019 firma il suo primo contratto con la major francese Editions Delcourt e la prima opzione per la sua serie FISHEYE con la produttrice Hollywoodiana Gina Matthews, per la quale verrà sviluppato un film (Rush, Isn’t that Romantic – Netflix). Mentre dal 2020 continua a pubblicare negli States, inzia anche a lavorare con la francese Komics Intitative e, grazie al lavoro sul titolo Foglie Rosse, con Lev Gleason in USA e Canada, inizia i lavori per il suo primo film sceneggiato assieme alla regista Audrey Cummings.











