Intervista a(b)braccio a Lorenzo Palloni

Intervista a(b)braccio a Lorenzo Palloni
Come diventare autore di fumetti, fondare un’associazione culturale che è quasi una casa editrice e inventare un drink di successo: tutto questo nell'intervista a Lorenzo Palloni rilasciataci durante Lucca Comics & Games 2018!

Cosa c’è di più umano del raccontare storie? Il mondo del fumetto è un ambiente professionale, regolato da leggi di mercato, concorrenze, gerarchie e persino tasse. Ma il suo solo aspetto fondamentale sono le storie: raccontate e disegnate da autori che si divertono, si impegnano, si arrabbiano, si imbarazzano e sono, insomma, umani.

Con un abbraccio e qualche domanda si prova a ricordarlo.

Lorenzo Palloni, aretino classe 1987, si diploma alla Scuola Internazionale di Comics di Firenze nel 2009. Ha pubblicato illustrazioni, pin-up e racconti in prosa; ha vinto premi come sceneggiatore e autore unico; è stato inserito in due annual internazionali Youngblood e ha collaborato al progetto RAR – Risate AntiRazziste promosso dall’Unione Europea. È uno dei fondatori dell’Associazione Culturale Mammaiuto, autore unico delle serie Mooned ed Esatto. Per il mercato francese ha scritto The Corner per i disegni di Andrea Settimo, uscito in Italia per Rizzoli Lizard e grazie a cui ha vinto nel 2016 il Premio Boscarato come miglior sceneggiatore italiano, L’île (Editions Sarbacane, 2016) e La Louve (Editions Sarbacane, 2017). Nel 2018 ha pubblicato presso Shockdom il fumetto Instantly Elsewhere, realizzato a quattro mani con Martoz.
Da un paio di anni vive e lavora a La Spezia, dove ha partecipato alla fondazione dello Studio Traccia insieme ai colleghi Mammaiuto.

mooned-8-1_Interviste

Ciao Lorenzo! Come è iniziata la tua carriera di lettore e autore di fumetti?
Quando ero piccolo mia mamma non voleva comprarmi fumetti, perché secondo lei erano poco formativi e molto violenti. Io però avevo visto un film, The Toy con Richard Pryor, in cui si vede un bambino maneggiare un fumetto di Superman. Avrò avuto sei-sette anni, e ho cominciato a insistere: volevo leggere fumetti. Alla fine riuscii a farla capitolare e mi comprò i primi Spider-Man. Erano quelli di DeMatteis e Mark Bagley: veramente bui, buissimi. Probabilmente è stato lì che ho sviluppato il mio gusto per il nero!
Topolino l’ho provato a leggere, quando ero piccolo, e per un periodo l’ho anche collezionato, ma non mi ha mai attirato tanto. Ricordo dei bellissimi episodi noir di Tito Faraci su Mickey Mouse Mistery Magazine – quelli erano incredibili. In effetti ho letto pochi fumetti per bambini: ho saltato tutta quella fase e probabilmente è stato uno sbaglio, perché ora non mi sento in grado di scrivere qualcosa per ragazzi.

Esatto_Interviste C’è stato un momento in cui hai deciso di diventare autore di fumetti?
Subito. Ho sempre avuto voglia di raccontare per immagini. Nei miei disegni di bambino i personaggi si muovevano, facevano più cose nello stesso disegno. A sei anni, nel mio primo tema, scrissi “io farò la scuola di comics di Firenze e diventerò un fumettista”. È stato l’obiettivo di una vita, non mi sono dato altre possibilità.

Passiamo a un periodo successivo e importante della tua vita: i Mammaiuto. Come sono nati?
Checco Frongia era mio insegnante alla scuola di Comics, e lì ho conosciuto anche Samuel Daveti, che è il presidente dei Mammaiuto, e Giorgio Trinchero. Con loro avevo fatto una storia breve per un antologico, Fascia Protetta, ma in realtà li conoscevo a malapena. Li vedevo come “già autori”, anche se al tempo avevano solo venticinque anni. Loro inizialmente erano in Double Shot, un’associazione culturale che credo abbia avuto la sua importanza; poi, per divergenze creative, hanno deciso di provare a dar vita a un nuovo collettivo.
Ricordo che ero al mare e dal nulla mi è arrivata una telefonata di Sam: “vuoi far parte di questo collettivo?”. Erano tutti più grandi, più esperti di me… loro sapevano raccontare, io a ventidue anni effettivamente non sapevo neanche cosa volesse dire. Dopo il panico iniziale, il mio primo lavoro un pochino più interessante per i Mammaiuto, è stato Mooned, ora uscito anche per Shockdom. In effetti, l’idea di base dei Mammaiuto è sempre stata quella di “raccontare storie”, e la qualità è migliorata di anno in anno. Siamo nati nel 2011, e non so quando finiremo! Dei tanti obiettivi che avevamo, praticamente tutti si sono avverati… l’ultimo sarebbe aprire una scuola Mammaiuto, ma se ne parlerà fra molti anni.
Non saremo mai editori, credo, perché di base siamo tutti autori. Il fatto che siamo in self area lo dimostra: siamo davvero autoproduttori, produciamo le nostre cose e non produciamo quelle degli altri, a parte pochi casi come Il paese dei tre santi di Bizzarri e Nardella.

mammaiuto_Interviste

A questo proposito… qualcuno in giro per il Lucca Comics vi definisce “i vecchi della Self Area”, e si lamenta dicendo che finché i vecchi non se ne andranno, in Self Area non ci sarà spazio per i giovani. Cosa ne pensi?
Cosa? Non puoi dirmi chi te lo ha detto, vero? Ma sono super d’accordo. Qui lo dico e qui non lo nego, secondo me Mammaiuto non dovrebbe stare in Self Area. Ma non possiamo stare neanche con gli editori, perché non vogliamo, perché non è il nostro posto, perché non ha senso. Dovrebbe esserci una zona grigia, per la “microeditoria”, che è self-publishing ma allo stesso tempo non lo è più. Sarebbe adatta a Mammaiuto, Delebile, forse già anche a Brace, Attaccapanni
Oggi l’editoria, in particolare la stampa con le tipografie online, costa molto poco e può raggiungere una qualità altissima. Noi siamo figli di quest’epoca: la Self Area ci va stretta, non dovremmo starci (ripeto, queste sono parole mie, sicuramente i miei colleghi di Mammaiuto mi uccideranno!). Ci vuole un qualcosa di differente che Lucca per ora non riesce a – o non ha intenzione di – offrire. Lo sento anche io lo scollamento fra quello che effettivamente siamo e il posto dove siamo.
Noi rappresentiamo una nuova fetta di mercato di fumetti che garantisce guadagni agli autori pari, se non superiori, a quelli delle maggiori case editrici italiane. Il fatto che riusciamo a doppiare l’offerta di alcuni editori è complesso da spiegare… però effettivamente è così. Ma senti… quindi siamo “vecchi”, eh? Chi è che l’ha detto di preciso?

Instantly_Elsewhere_Interviste Niente da fare, non farò nomi! Parlando invece di fumetti al di fuori dei Mammaiuto: ti è capitato di lavorare sia come autore completo sia in coppia con disegnatori. Quale delle due modalità preferisci?
Sono cose completamente differenti. Come autore singolo hai il totale controllo del mondo che vai a creare, dei personaggi che racconti… tutto quello che arriva su carta è uscito dalla tua testa, è il 100% te. Come sceneggiatore, invece, hai un livello di randomicità che è assolutamente alto: non sai che cosa ne verrà fuori. Tu suggerisci delle cose a un altro autore, che le rimastica e poi butta lì quello che effettivamente crede sia il modo migliore per raccontare quella storia. Lì c’è la sorpresa: ti arriva una pagina, e sai di averla scritta tu, però è un’altra cosa, è diventata un fumetto ed è bellissima!

Due domande a cui ti chiedo di rispondere con due parole al massimo. Autoproduzioni o editoria, e perché?
Autoproduzione. Libertà.

The_Corner_fr_Interviste Italia o Francia, e perché?
Francia. Potenza.

Ultima domanda, la classica delle interviste abbraccio: qual è il tuo momento imbarazzante?
Ce ne sono tanti… il più recente è di un paio di giorni fa. Qui a Lucca, aperitivo Feltrinelli: io e Francesco Guarnaccia ci imbuchiamo, spacchiamo tutte le bottiglie di vino – nel senso che ce le beviamo! – e facciamo amicizia con i ragazzi di Feltrinelli. Finché i capi cominciano a salutarci: “Ah ma voi siete gli imbucati! Ahah!” È stato imbarazzante all’inizio, ma poi è diventato divertente.
Poi c’è la storia di quando ho inventato il Grapperol: nel 2015, io e Guarnaccia eravamo a una festa della Aperol a Treviso. Spumante finito. C’era l’Aperol, c’era la grappa: inventiamo questo drink e lo diamo in giro, dicendo che si chiamava Grapperol. Un successo incredibile! A Treviso, per un paio d’anni la gente ha continuato ad andare nei bar a chiedere il Grapperol. Ancora me ne vergogno un po’.

Intervista eseguita dal vivo il 2/11/2018

Clicca per commentare

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna su