Una stanza buia, piena di sedie e tavoli rovesciati, su cui sono appollaiate delle gazze, il loro bianco che emerge dallo sfondo scuro. E poi, una ragazza dai capelli corti che ansima, in mezzo al caos : due vignette dopo un’altra ragazza le si avvicina e la aiuta a rialzarsi, mentre la prima ridacchia quasi stravolta. Infine, le due escono dall’edificio, dopo che la prima ha lanciato un ultimo piatto contro un muro, e si allontanano nella notte.
Si apre così Cannon, l’ultimo lavoro dell’autrice australiana, oggi trapiantata a Montreal, Lee Lai, pubblicato come la sua precedente opera d’esordio da Coconino Press: una serie di tavole, un episodio, quattro vignette ciascuna, dal ritmo rapido e al contempo meditativo, che ci presentano un episodio cardine della storia, ma di cui ancora non sappiamo niente, perché accaduto dopo nella vita della sua protagonista, Lucy detta Cannon.
Proprio come le quattro vignette che scandiscono ogni tavola, anche la vita di Cannon è cadenzata da una routine piuttosto rigida: il lavoro come sous chef in un ristorante dai ritmi sempre forsennati e gestito da un proprietario viscido che conta sulla sua “solidità”; la cura in solitaria del nonno malato, un uomo cinese un tempo inflessibile e autoritario a cui la propria figlia ha voltato le spalle; le serate a guardare film horror con la scrittrice Trish, amica di lunga data molto concentrata su sé stessa; il jogging con in cuffia audiolibri su meditazione e mindfulness. E di tanto in tanto, intorno a sè, la comparsa di misteriosi uccelli che osservano la situazioni in cui si trova a vivere, senza emettere suoni.
Nel raccontare la vita della protagonista, Lee Lai esplora principalmente i confini, le difficoltà e gli inciampi delle relazioni umane, della capacità (o forse sarebbe meglio dire incapacità) di comunicare e prima ancora di compiere scelte. Essendo per carattere e per circostanze esterne portata a non riuscire a esternare le proprie emozioni e a dire no, Cannon si ritrova a vivere in una pressione crescente a cui non riesce a dare sfogo e a essere alla mercè di decisioni altrui: il suo capo, sicuramente il personaggio più negativo del racconto, la costringe a lavorare più del dovuto, affidandosi a lei per ogni cosa, facendole continue avances non richieste; sua madre non le risponde al telefono, lasciandola sola nell’affrontare la malattia di un nonno a cui non interessa avere rapporti con il mondo esterno; la sua migliore amica la inonda con le sue insicurezze e relazioni andate male (ignorando, più o meno volutamente, l’interesse che Cannon ha per lei) arrivando addirittura ad attingere dalla sua vita per trovare ispirazione per il suo prossimo romanzo. E quando Cannon potrebbe riuscire ad aprirsi con qualcuno (una nuova collega che mostra nei suoi confronti un genuino interesse) si ritrova incapace di comunicare veramente.
Lavorando attentamente e mai artificiosamente sui personaggi, Lee Lai crea un mondo credibile che le permette, proprio come in Stone Fruits, di parlare di rapporti interpersonali con una prospettiva interessante, capace di osservare relazioni e interazioni in maniera tridimensionale, muovendosi naturalmente tra momenti più seri e intensi e altri più leggeri e distesi. Ad esempio, nel rapporto tra Trish e Cannon: entrambe infatti sono esposte nelle loro debolezze e nei loro difetti, cosìcche i singoli personaggi e i loro legami risultino credibili e non manichei. Ed è proprio Lai a esplicitare questo concetto nell’intervista che ci ha concesso a Lucca Comics 2025:
“Penso che Cannon e Trish siano entrambe manifestazioni delle mie ansie riguardo all’essere un’amica, perché, in un certo senso, Trish è “l’amica cattiva”, giusto? Ma, allo stesso tempo, anche Cannon è un’amica cattiva, perché non difende se stessa né esprime le proprie preoccupazioni. Ed è qualcosa che dobbiamo imparare a fidarci di fare con gli amici: se c’è un problema, lo dici e lo affronti insieme. Cannon lo evita completamente. Sono entrambe buone e cattive amiche, in modi diversi; si mettono alla prova e si aiutano a crescere.”
Il tema dell’incomunicabilità viene rappresentato dall’autrice grazie alla sua bravura nel far recitare i personaggi, non solo nelle loro espressioni facciali, ma anche e soprattutto nei gesti minimi dei loro corpi, ai quali vengono dedicati spazi e attenzioni: il tratto di Lai, più morbido rispetto a Stone Fruit, definisce i personaggi attraverso fisicità e movimenti diversi, che ne tratteggiano la personalità senza usare le parole, che mettono in evidenza i rapporti che si creano tra di loro senza essere esplicitati.
Il segno della maturità e della consapevolezza di Lai sta però nel saper utilizzare ogni elemento del linguaggio fumettistico per trattare il tema centrale del libro: la sovrapposizione dei balloon, con quelli di Cannon che vengono spesso coperti da quelli degli altri personaggi, è un espediente semplice e chiaro per visualizzare cosa sia l’incomunicabilità; l’uso del colore rosso in momenti ben precisi serve invece a rappresentare il non detto, quella rabbia covata da Cannon che non si esplicita mai, se non nel guardare film horror e splatter che facciano da valvola di sfogo, fino al momento di rottura, quello che crea una narrazione annodata tra inizio e parte centrale; infine, l’uso dell’elemento fantastico, quello delle gazze mute che invadono gli spazi (interiori, ma in questo modo resi tangibili) di Cannon, quando questa tensione diventa troppa, e che fungono sia da elemento metaforico misterioso, mai totalmente decifrabile, sia da elemento di rottura della realtà: qualcosa che serve quindi a rompere il ritmo di una storia in cui l’azione è minima.
A ravvivare lo scorrere del fumetto è sicuramente la scelta della suddivisione delle tavole, quelle quattro vignette (o meno) che danno un ritmo sostenuto alla vicenda e fanno immergere a pieno nell’esistenza della protagonista senza indugiare troppo in momenti morti.
Sebbene il centro tematico della storia sia chiaro, Lee Lai espande il racconto su altri binari sfruttando le caratteristiche dei personaggi: si parla quindi anche di relazioni sentimentali e sessuali, di omosessualità e mascolinità tossica, di appropriazione culturale e stereotipi razzisti, di seconde generazioni e rapporti con le proprie radici. Ognuno di questi elementi ha un momento per essere affrontato, con una prospettiva delicata e rispettosa su questioni reali e molto sentite in questo momento storico, soprattutto da una generazione che rifiuta lo stato delle cose senza interrogarle.
In particolare Trish, il personaggio che insieme a Cannon è il vero co-protagonista della storia, permette a Lai di riflettere sul valore dell’arte e della scrittura, sull’etica delle scelte di cosa scrivere e cosa no (soprattutto quando si parla di elementi autobiografici), sul valore del successo e su quello delle mode del momento: il suo confronto con la editor Joyce, donna bianca di mezza età che in lei vede più una casella da riempire (“scrittrice bisessuale sino-americana”) che una voce intrinsecamente interessante, racconta bene alcune logiche nella produzione culturale del nostro tempo, sempre in bilico tra racconto genuino del reale e necessità di creare un prodotto.
Cannon rappresenta così una conferma del talento di Lee Lai, una prova cristallina della sua maturazione come fumettista e narratrice. Una storia coinvolgente, divertente ed emozionante che, senza didascalismi, ci racconta di come la comunicazione autentica sia una forma di cura per gli altri: un messaggio che può sembrare rivoluzionario, visti i tempi in cui viviamo.
Abbiamo parlato di:
Cannon
Lee Lai
Traduzione di Alice Amico
Coconino press, 2025
304 pagine,brossurato, bianco e nero e rosso – 24,00 €
ISBN: 9788876188138












