A Lucca Comics abbiamo intervistato Gipi, autore della copertina del numero di lancio della nuova rivista La Fine del Mondo e di Masterpiece Card Series Volume I: Gipi – Walker per Tomodachi

Partiamo subito con La fine del mondo: come sei stato coinvolto in questo progetto ideato e curato da Maicol & Mirco?
Io sono amico di Maicol, quindi quando lui ha iniziato a immaginare sta roba mi ha subito chiesto se volevo essere della partita. Io mi ricordo l’importanza che avevano le riviste di fumetto quando ero giovane e il fatto che non ce ne fosse nessuna era una cosa molto brutta. Quindi, sia per amicizia, sia per questa ragione gli ho detto che gli avrei dato una mano se serviva. Che poi vuol dire semplicemente dargli una storia e che poteva dire che c’ero anch’io sulla rivista.

La copertina è tua, quindi possiamo dire che la tua immagine è la presentazione ufficiale di questo progetto.
Quella è stata una scelta sua e io ne sono stato lusingato.
Tu ormai hai fatto tutto: autore di fumetti, di cinema, hai fatto Bruti e adesso c’è anche un nuovo progetto presentato a questa Lucca, una storia muta strutturata in carte, Walker.
Dario Moccia con Tomodachi mi ha coinvolto in questa scomposizione di una storia a fumetti, che era una storia che era rimasta in casa mia e altrimenti non sarebbe mai uscita. Quando loro mi hanno proposto di farla in questo formato strano, per il quale abbiamo separato le vignette e poi io ho scritto dei testi per accompagnarle, ho pensato che poteva essere una buona forma. Poi era una storia molto misteriosa quindi si prestava davvero a prendere nuove forme e anche, come ho invitato alcuni ragazzi a fare, dopo averla letta nell’ordine che io gli ho dato, provare a rimontarsela pure, a giocarci proprio.
A me piacciono tutti gli esperimenti e poi loro sono molto bravi.
Ci ha colpito questa cosa che ci dicevi anche prima: con Tomodachi c’è un pubblico molto giovane rispetto ai tuoi normali lettori. Com’è la tua relazione con questa nuova ondata?
Per me è straordinario per due motivi: il primo è che mi piacciono le persone giovani, mi entusiasma sempre averci a che fare, li adoro. L’altro è che non credo ci sia niente di peggio per un autore che avere lettori che invecchiano e muoiono.
Tra l’altro, incuriositi da questo lavoro, immediatamente sono andati verso lo stand Coconino per prendersi i miei libri. Mi chiedevano da quale cominciare e allora gli facevo qualche domanda e li indirizzavo verso un libro o un altro provando a immaginare i loro gusti. Il giorno dopo avevo già tanti messaggi su Instagram che mi dicevano: Ho letto La Terra dei figli, bellissimo!
È una roba che mi dà veramente carburante per lavorare, perché la cosa più brutta per chi racconta storie è essere vecchi e scollegarsi completamente dal mondo. Io non racconto storie per me stesso, ma perché spero che le legga qualcuno.

Tra le tue nuove esperienze di quest’anno, oltre a queste che abbiamo citato, ci sono i tuoi nuovi video. Potremmo dire che anche questo è stato un tuo approccio a un certo tipo di modernità?
È stata una roba veramente scioccante per me, per vari motivi. Primo, sono diventato youtuber a 61 anni, che è una roba incredibile. Ho iniziato a fare video perché mi rompevo troppo i coglioni a lavorare da solo e dovevo inventarmi qualcosa per quando mi alzo e Devo disegnare la pagina del western!, ma poi penso che posso inventarmi qualche cazzata, effetti speciali, comporre le musiche… quindi ho provato a fare questo mischione, però non avrei mai immaginato la risposta che ho avuto a questa roba. Un affetto scioccante per me.
E anche lì, da ragazzi molto giovani, ma soprattutto da tanti che vogliono fare questo mestiere. Non pensavo, ma devo essere sincero speravo, che in mezzo alle stronzate, alle gag, potessi riuscire a trasmettere un pochino di esperienza che potesse essere utile ai disegnatori più giovani. La risposta è stata incredibile. Ho passato questi tre giorni a Lucca e credo di aver incontrato almeno 800 persone che mi hanno chiesto di continuare a fare video.
Va detto che faccio tutto da solo. Tre camere montate e insonorizzate, musiche, effetti speciali, tutto da solo, dopo 14 ore di lavoro sulla tavola. È una bella mazzata. Però è anche vero che mi fa bene all’umore e l’umore poi si trasla sul lavoro. Quindi penso sia una cosa buona e devo continuare. Voglio continuare.
È inevitabile chiederti a che punto è il tuo fumetto western. Inoltre in tanti si sono affezionati al progetto e si chiedono se ci sarà Barbarone 2.
Barbarone 2 ci sarà per un motivo pratico e semplicissimo. La casa editrice che ha pubblicato Barbarone 1 è di mia moglie, quindi io mi sveglio la mattina e le dico: amore vuoi il caffè? E lei mi dice: no non voglio il caffè, voglio Barbarone 2. E questo tutti i giorni che Dio mette in terra. Quindi per forza lo dovrò fare.
Al western invece mancano una cinquantina di pagine che in teoria, facendo una pagina al giorno, potrebbero volerci 50 giorni. Ma poi tra cazzi, video, pazzie… ora faccio anche i dischi. Perché nei video metto le mie canzoni sceme e i ragazzi si sono affezionati e mi chiedono: ma dove la trovo?
Cercano Lungomare di Satana su Spotify, pensando che esista. Quindi mi ha chiamato un’etichetta discografica e mi ha detto: facciamo i vinili, paghiamo tutto noi. E quindi ora farà uscire anche un 45 giri che forse si intitolerà una roba tipo I miei più grandi successi di roba mai sentita da nessuno.
Insomma, sei partito dallo storytelling, cioè l’atto di raccontare, e a questo punto sei diventato tu stesso storytelling.
Sai, anche per via della conformazione fisica che avevo quando ero più giovane, secco secco, con l’orecchia a sventola, mi sono sempre ritenuto un character proprio adatto al racconto. Non avevo una particolare affezione per me stesso, vedevo questo stupido allo specchio con gli orecchioni, i denti marci e mi sembrava una buona roba da usare nella narrazione. E poi a otto anni, nove anni, ho iniziato a fare i filmini in Super 8 dove facevo il coglione.
La verità è che non ho mai smesso, poi alcune cose non le faccio vedere a nessuno, le faccio per me o per i miei amici e ci si ride tra di noi. Fare questi video, fare il personaggio doppio con la canottiera che fa Evil Gipi, queste stronzate sono la continuità naturale del mio approccio al divertimento. Mi diverto così, faccio il coglione, poi se riesco in quel formato magari anche a dire due robe utili o infilare due o tre frasi che possono essere un minimo antidoto all’opera di demoralizzazione dei giovani che viene fatta in continuazione da tantissime altre persone, mi fa piacere farlo.

Una domanda che stiamo facendo un po’ a tutti e un po’ provocatoria rispetto a quello che è successo in questi giorni a Lucca. Tu useresti mai l’Intelligenza Artificiale per i tuoi fumetti?
Sto cercando il paragone adatto perché mi vengono solo cose estremamente volgari.
È come se conoscessi la donna più bella del mondo, l’amore della mia vita, riesco a fare breccia nelle sue grazie, la invito a cena, va tutto bene e poi la faccio trombare da un altro.
L’uso dell’AI mi sembra un tale sacrificio di piacere. So che quello che dico è una roba novecentesca, ma la questione è che nell’espressione artistica si gode facendola la roba. Non è il risultato, è la vita che fai mentre lavori. Io sono così estremista che non riesco neanche a lavorare in digitale solo perché esiste Mela+Z o Control+Z per tornare indietro dopo un errore. Io non tollero l’idea che i miei errori possano essere rimossi da una macchina. Io voglio vedere che quel giorno mi girava il culo e quindi il personaggio del western l’ho disegnato peggio di come avrei potuto disegnarlo, perché quando riguardo le tavole io ci vedo la mia vita. Io non voglio vedere il lavoro di un chip.
Io ho sessantun anni quindi questa cosa la sento particolarmente: non durerò ancora chissà quanto. Veramente vuoi spendere il tuo tempo al servizio di una macchina del cazzo, dove al limite puoi essere un committente? Io ho molto rispetto per l’AI, non mi fraintendete, ho rispetto per l’AI come artista, per la macchina. Io parlerei volentieri con una macchina che fa quella roba e che dice ho fatto questo perché ho rubato i disegni di Ceccotti, poi li ho rimontati in questa maniera. Avrei un confronto da artista a artista, ma chi usa quella macchina? Per me non è niente, è un committente. È la stessa cosa di quando mi chiedono di fare una copertina per un libro e mi dicono vorremmo questo e quest’altro. Poi il lavoro lo faccio io, sono io l’artista, non lo è il committente.
Io con l’AI ci ho giocato, non con la grafica perché il disegno per me è la vita. Ci ho fatto dei cortometraggi per me, per fare delle prove, anche molto elaborati, ho fatto una roba quasi tarkovskiana. Ci ho fatto il doppiaggio, le musiche. Poi l’ho guardata… e non mi ha dato niente. Credo che noi novecenteschi abbiamo una specie di sicura che ancora ci permette di avere delle emozioni che si muovono solo quando c’è il coinvolgimento di un essere biologico nella produzione dell’oggetto che vediamo. Non sono però così pazzo da pensare che questa cosa durerà. Credo che le nuove generazioni non avranno assolutamente niente del genere e che proprio per loro non sarà un valore che ci sia un umano o meno dietro il processo. Se ci pensi è anche giusto, perché altrimenti noi saremmo ancora a scrivere con i caratteri cuneiformi sulle tavolette d’argilla. Le cose cambiano, probabilmente per lo scrittore di caratteri cuneiformi l’idea del papiro era una roba per cui diceva mamma mia!. È anche vero che l’AI ha delle problematiche parallele ben diverse da papiro e tavoletta. Problematiche che riguardano per esempio la quantità di acqua necessaria per raffreddare quello che poi serve per fare i meme schibidi boppi. È straordinaria questa cosa per cui noi riscaldiamo l’oceano di 5 gradi per fare forza Napoli! Poi c’è il fatto che ruba un po’ tutto dalle persone e che quelli che sono i proprietari di queste industrie sono sostanzialmente degli psicopatici che porteranno il mondo alla fine.
Grazie per la disponibilità, Gipi!
Intervista realizzata il 1 novembre 2025 a Lucca Comics & Games.
GIPI
Gipi è nato a Pisa e vive a Roma. È uno dei fumettisti contemporanei più importanti a livello internazionale.
Il suo talento gli ha permesso di ricevere riconoscimenti in Italia e all’estero, tra cui spiccano le candidature al Premio Strega, il Premio Goscinny e il Premio Fauve d’Or al Festival International de la bande dessinée d’Angoulême e il Grand Prix de la Critique. I suoi libri, tradotti in tutto il mondo, sono pubblicati in Italia da Coconino Press: Esterno notte, Questa è la stanza, Appunti per una storia di guerra, S., LMVDM – La mia vita disegnata male, Unastoria, La terra dei figli. Quest’ultimo libro ha ispirato il film omonimo per la regia di Claudio Cupellini, prodotto da Indigo nel 2021.
Gipi si è dedicato anche al cinema e alla tv e, dopo aver realizzato cortometraggi e video indipendenti con la sua Santa Maria Video, nel 2011 ha diretto il suo primo lungometraggio, L’ultimo terrestre, prodotto da Fandango, in concorso alla 68a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e, successivamente, Il ragazzo più felice del mondo (Fandango), presentato a Venezia nel 2018.
Da sempre appassionato di giochi ha ideato e disegnato Bruti (Rulez, 2015), gioco di carte in stile medievale fantasy da cui ha tratto ispirazione per la sceneggiatura del libro Aldobrando (Casterman/Coconino Press, 2020), disegnato da Luigi Critone.
Gipi è tornato alla narrazione a fumetti nel 2019 con Momenti straordinari con applausi finti e poi nel 2022 con Barbarone sul pianeta delle scimmie erotomani (Rulez).
Al lavoro su un nuovo progetto western decide di portarlo avanti realizzando una nuova serie di video per Youtube dove, raccontando in maniera ironica il proprio processo creativo, fornisce consigli e strumenti di lavoro. A Lucca 2025 presenta per Tomodachi Walker, una storia muta rimasta inedita “scomposta” in un set di carte all’interno di un cofanetto da collezione
