FIP #27: Speciale Eisner Award 2020

FIP #27: Speciale Eisner Award 2020
Uno speciale “First Issue Presenta” che analizza alcuni dei fumetti candidati agli Eisner Award 2020 di prossima proclamazione.

Gli sono i premi Oscar del mondo del fumetto americano. Intitolati a Will Eisner e consegnati ogni anno alla San Diego Comic-Con, le candidature vengono votate da autori e addetti ai lavori del panorama dei comics statunitensi.
Quest’anno la convention di San Diego non si terrà a causa dell’emergenza Covid-19, ma i premi verranno assegnati lo stesso e le votazioni sono già state effettuate.
Mentre vi rimandiamo qui per leggere l’intero elenco dei candidati nelle varie categorie, in questa puntata del nostro spin-off di
First Issue analizzeremo alcune delle serie e delle opere candidate agli Eisner per questo 2020.

Eisner Awards 2020

Marvel Comics

Doctor Doom

Doctor Doom v01Candidato a “Miglior nuova serie”

Del Doctor Doom di Christopher Cantwell e Salvador Larroca avevamo già parlato in una puntata di First Issue, e non sorprende ritrovarlo nella cinquina di candidati per la miglior nuova serie. La trama costruita da Cantwell, dopo un primo numero ricco di spunti ma ancora nebuloso, si è andata a definire seguendo due binari. Da una parte si ha la caccia all’uomo, in cui Victor von Doom si ritrova in fuga come un comune criminale, spogliato della sua caratteristica armatura, costretto a chiedere aiuto a alleati antichi (Morgana LeFay) e a scontrarsi con nuovi nemici (Adam Bashear, A.K.A. Blue Marvel), mentre a sua volta deve cercare una donna che potrebbe cambiare la sua esistenza. Dall’altra si ha una storia di macchinazioni politiche, che vede Simkarya tramare contro Latveria per poterne prendere il controllo, riportando addirittura in scena una vecchia linea regnante esiliata dal paese: una trama intrigante che riesce in questo modo a svincolarsi in parte dal personaggio e ad affrontare tematiche legate alla realpolitik del nostro mondo.
Come già constatato nel primo numero, Cantwell ha bene in mente chi sia Destino e in pochi numeri è capace di mostrarne ogni lato: la debolezza umana, che si manifesta nella voglia di una vita diversa, viene piegata dalla boria sconfinata, la strenua convinzione nelle proprie capacità e nel proprio ruolo salvifico per il suo popolo combaciano con una crudeltà e una freddezza chirurgiche. Lo scrittore trascina il personaggio in uno dei punti più bassi della sua storia, per poi farlo risorgere in maniera ancora più forte e terrificante. Tutto il cast di comprimari, pur ottimamente caratterizzato (in particola modo Kang, Morgana LeFay e Adam Bashear), serve soprattutto ad esaltare le caratteristiche positive e negative del monarca est europeo, facendolo assurgere ancora una volta al ruolo di miglior villain della Casa delle Idee.
L’arte di Salvador Larroca si conferma altalenante: se in alcuni frangenti, soprattutto quelli più statici il disegnatore crea delle scene di grande impatto, in cui i personaggi si stagliano in tutta la loro potenza e fisicità, nei momenti più dinamici Larroca commette errori a volte grossolani, con passaggi di scena e movimenti che avvengono in maniera repentina e innaturale. Nonostante piccole sbavature e un cast di personaggi affascinanti ma a volte troppo trascurati rispetto al protagonista, la trama e il protagonista fanno di Doctor Doom una delle serie migliori e più interessanti dell’attuale parco testate Marvel.
Emilio Cirri

DC Comics

Naomi

NaomiCandidato a “Miglior miniserie”

Con Naomi, Brian Michael Bendis e David F. Walker riescono nel difficile compito di trasformare le origini apparentemente banali e sin troppo comuni di una nuova giovane supereroina in una narrazione avvincente e moderna.
Il presupposto è l’eterna metafora dell’età adolescenziale vista come periodo in cui si impara a conoscere se stessi e il proprio posto nell’universo. Traslato in ottica supereroistica e fantascientifica, il lettore segue progressivamente le scoperte della giovane Naomi sulla propria provenienza da un’altra Terra, un retaggio che soddisfa il suo irrefrenabile desiderio di sentirsi speciale. Il cognome della protagonista (che richiama Dwayne McDuffie, talentuoso sceneggiatore afroamericano di fumetti – principalmente DC Comics – e televisione, prematuramente scomparso nel 2011), il colore della sua pelle e le sue stesse origini sono anche un chiaro simbolo non solo dell’accettazione in generale ma anche di inclusività.
Nata all’interno dell’etichetta Wonder Comics, creata da Bendis in seno alla DC e destinata a un pubblico di adolescenti, questa miniserie ha il suo punto di forza nella potenza e immediatezza del messaggio di fondo ma anche nel ritmo veloce e nei dialoghi particolarmente ispirati, quest’ultima caratteristica saliente dello stile dello sceneggiatore di Cleveland (come ben rimarcato qui): tutte caratteristiche che ben si adattano alla fruizione dei lettori di riferimento. Pecca principale della sceneggiatura è la conclusione sin troppo rapida della vicenda rispetto alla costruzione solida e interessante della trama.
Lo stile di Jamal Campbell, la sua colorazione fresca e la costruzione dinamica delle tavole, contribuiscono infine a rendere questa miniserie (ancor più delle altre testate della linea Wonder Comics) un buon punto di partenza per insinuarsi in angoli inesplorati dell’universo DC e scoprire personaggi e tematiche affascinanti.
Giuseppe Lamola

Harley Quinn: Breaking Glass

Harley Quinn - Breaking GlassCandidato a “Miglior pubblicazione per adolescenti”

Con Harley Quinn: Breaking Glass, graphic novel che si rivolge principalmente a un pubblico di adolescenti, l’autrice Mariko Tamaki riscrive e modernizza le origini della storica compagna del Joker, Attraverso il punto di vista di una giovanissima Harleen Quinzel, appena trasferitasi a Gotham City, quello che si dipana nel corso dei nove capitoli nei quali è suddivisa la storia è un racconto di formazione dalle basi solide e in grado di interfacciarsi con discreta efficacia con il target di giovani a cui è destinato.
Il desiderio di indipendenza e di trovare il proprio posto nel mondo, lo scontrarsi con le difficoltà della vita e la tenacia nell’affrontarle, la ricerca di una causa in cui credere: sensazioni che contraddistinguono il periodo dell’adolescenza e che vengono incarnate alla perfezione dalla protagonista. Questo, insieme al familiare contesto scolastico nel quale si svolge la gran parte delle vicende e a una vivace scrittura dei dialoghi, garantisce un alto livello di immedesimazione e coinvolgimento da parte di un giovane lettore che tali sensazioni le sta plausibilmente sperimentando in prima persona nella propria vita.
Sul suo cammino verso l’autoaffermazione, Harley si trova poi a doversi confrontare con una serie di problematiche sociali mai così attuali come in questo periodo storico. La discriminazione, l’enorme divario sociale e le ingiustizie da esso derivate, l’ambientalismo sono tutte tematiche che l’autrice tratta, non senza una certa vena nichilista, nel corso dei capitoli. Spesso lo fa in maniera un po’ semplicistica, è vero, ma senza risultare mai pedante e, anzi, riuscendo anche a far riflettere in più di un’occasione.
L’evoluzione della protagonista viene sottolineata anche a livello grafico da una colorazione che, da una semplice e fredda bicromia iniziale di bianco e nero con sporadici accenni di rosso, inizia ad assumere sfumature di colore sempre diverse, fino a intense deflagrazioni di cromatismi in alcune delle sequenze finali. Per il resto, i disegni di Steve Pugh si distinguono per un tratto fotorealistico che pone molta enfasi sull’espressività dei personaggi, sottolineata dal frequente impiego di primi piani e piani medi, ma senza per questo rinunciare ad ornare di dettagli gli sfondi.
Marco Marotta

The Dreaming

The DreamingCandidato a “Miglior serie regolare”

La premessa è molto semplice: come Neil Gaiman e Simon Spurrier hanno raccontato in The Sandman Universe #1, Sogno ha abbandonato il suo regno. Le conseguenze, ben più complesse, sono esplorate da Spurrier stesso nella serie The Dreaming, candidata agli Eisner Awards 2020 come Best Continuing Series.
Il primo arco narrativo, della lunghezza di sei capitoli, ruota attorno all’assenza del signore delle Terre del Sogno, solo parzialmente colmata dai vari personaggi, tutti ben caratterizzati sul piano linguistico. Infatti, si va dall’intermittente balbuzie di Abele all’ossequiosa e ricca prosa del bibliotecario Lucien, passando per la scurrilità di Dora, essere indefinito e chiave di volta del racconto.
L’andamento erratico della narrazione, che a prima vista può apparire disorientante, invita in realtà a girare pagina, perché spinge il lettore a cercare le risposte alle domande di volta in volta formulate, a partire da quelle più spontanee: dov’è finito Daniel (a.k.a. Sandman)? Perché se n’è andato e chi prenderà il suo posto?
La frammentazione e l’insinuazione continua del dubbio si rivelano appropriate per un regno, quello del sogno, che non ha confini e definizione precisi, come testimonia la grammatica spesso fluida delle tavole, visto che a più riprese le vignette non sono scandite da una griglia ma affiancate “al vivo”. Senza soffermarsi eccessivamente sull’onirico, evitando così di scadere in qualcosa di fumoso e ridondante, Spurrier inserisce nel fumetto temi concreti e attuali: alla demolizione della retorica dell’invasione, ostile allo straniero, si affianca la condanna della dittatura, mentre vengono analizzati gli effetti del vuoto di potere.
I testi taglienti, tra gli altri passaggi, mettono in evidenza onori e oneri che accompagnano la figura del capo, dando incisività a un’atmosfera talvolta rarefatta, creata dal tratto affascinante e suggestivo di Bilquis Evely. La disegnatrice brasiliana, solo in poche tavole sostituita da Abigail Larson, è brava a spaziare tra volti e corpi aggraziati ed entità ibride e deformi. I momenti di quiete sono rotti da sequenze d’azione in cui mostruosità e rabbia prendono il sopravvento, vere e proprie esplosioni di violenza, accentuate dall’uso di tonalità acide da parte di Mat Lopes. Il colorista impiega una palette cromatica piuttosto vasta per caratterizzare con varie sfumature il mondo sfaccettato in cui si svolgono le vicende, un mondo senza padrone ma interessante e in perenne trasformazione.
Federico Beghin

 

BOOM! Studios

Something is Killing the Children

something-is-killing-the-childrenCandidato a “Miglior nuova serie”

Qualcosa uccide i bambini ed Erica Slaughter è sulle sue tracce. Something is Killing the Children – testi di James Tinyon IV, disegni di Werther dell’Edera, colori di Miquel Muerto, portata in Italia da Edizioni BD – segue una serie di omicidi sanguinari di adolescenti nella provincia statunitense e si muove lungo percorsi (per ora) canonici del genere.
Lontano dalla la visionarietà e dalla densità della trilogia delle apocalissi di Tinyon (Memetic, Cognetic, Eugenic), l’intreccio si dipana secondo cadenze che alternano rarefazione diurna, con scene di dialogo che isolano frasi e gesti (come quella nel piccolo ristorante del #2) e frenesie notturne, nelle quali l’elemento orrorifico prende corpo. Così lo sguardo è diviso fra il giorno, allorché corpi e oggetti occupano uno spazio ben definito e regolare – marcato da colori e delimitato da linee precise – e la notte, quando l’oscurità avvolge i personaggi.
La canonicità dell’approccio al racconto che struttura i primi numeri della serie sta nella stereotipia delle situazioni, dei personaggi e delle loro relazioni: eventi terribili sconvolgono un paesino e gli abitanti cercano un capro espiatorio, che è di volta in volta l’istanza di “diverso” a disposizione – il ragazzo sopravvissuto, forse gay; la ragazza strana che viene da fuori. Poco a poco, quello che prende corpo pagina dopo pagina, con un ritmo trasmesso attraverso la costruzione delle tavole, che rallentano e accelerano il racconto, è la consapevolezza che qualcosa di inconcepibile è entrato nella realtà quotidiana.
Il “mostro” della serie è al momento l’orco classico delle fiabe, qualcosa che strappa i bambini dalla vita con violenza efferata.  Per l’eventuale distacco dai luoghi ricorrenti del genere dobbiamo attendere uno spostamento dello sguardo, ora focalizzato sull’orrore della strage di innocenti, che inizi a sfumare i contorni delle ragioni in gioco. In questo senso, notiamo che i primi numeri hanno dato molto spazio a personaggi di contorno, con allusioni a dettagli della loro vita che restano a noi ignoti, ma che si rivelano abbastanza importanti da influenzare i loro comportamenti.
Resta da scoprire il senso del mostro (“mostro”/”mostri”): se semplice avversario animato da meccanicismo naturalista (leggi: sopravvivenza), che resta scatola nera funzionale alla rivelazione del lato oscuro dei personaggi umani – come catalizzatore o proiezione -, o interlocutore paritetico nella generale dialettica narrante. Per ora, è una presenza nei racconti dei sopravvissuti che ha trovato il modo di muoversi fra la sua dimensione e quella della realtà ordinaria; un insieme di linee che graffiano l’oscurità in cerca delle proprie vittime.
Altrettanto aliena rispetto allo scenario umano della vicenda è la protagonista, Erica Slaughter: simbolo di questa sua alienità i suoi occhi enormi, inquietanti come aperti su un altro mondo – quello del “qualcosa” che uccide i bambini – e sulla consapevolezza che quel mondo e quello ordinario si stanno fondendo.
Nata come serie a lunghezza finita, SIKTC è diventata ongoing series, guadagnando tanto il tempo di sviluppare idee e spunti quanto il rischio di diluirli secondo i bisogni editoriali: in effetti, al termine del primo arco poco è stato sviluppato di ciò che il numero di esordio ci aveva offerto.
Simone Rastelli

 

New World

New WorldCandidato a “Miglior Graphic Novel – Novità”

La storia del “Nuovo Mondo”, quelle Americhe scoperte per caso da Cristoforo Colombo e colonizzate principalmente da spagnoli e portoghesi, è segnata da terribili tragedie come la tratta degli schiavi e i massacri dei conquistatori: ancora oggi il processo di comprensione, analisi critica e presa di coscienza di questi eventi non è del tutto concluso. Proprio da questa storia e dalla spinta verso una maggiore riflessione nasce New World di David Jesus Vignolli, alla sua seconda graphic novel per Archaia (imprint più autoriale di BOOM! Studios e spesso dedicato ai più giovani).
L’autore scegli di rappresentare gli intrecci e gli scontri tra popoli e culture con un racconto fantastico, in cui tre personaggi raccolgono in sé gli elementi che hanno forgiato la storia dell’America Latina: Iracema, una giovane indigena in lotta con gli invasori per proteggere il suo popolo, Amakai, giovane schiavo africano in cerca della libertà, e Bartolomeu, spirito di un marinaio portoghese tormentato dalla colpa di essere uno degli invasori e desideroso di redimersi. Tre figure necessarie anche a costruire la struttura narrativa dell’opera, che si configura come la più classica delle fiabe con piccole variazioni: abbiamo una principessa guerriera, un fido e coraggioso alleato, un aiutante sovrannaturale, un popolo in pericolo e persino un essere mostruoso celato sotto le spoglie di un conquistatore crudele. Intrecciando elementi storici e leggende, Vignolli crea un racconto sognante e sospeso che però non rifugge il confronto con la realtà, rafforzato anche dalle incursioni nel passato, quello della scoperta europea del continente americano da parte di personaggi realmente esistiti come Colombo, Magellano e Vespucci.
Anche lo stile dell’autore, fatto di linee sottili e minimali, che con pochi tratti delineano protagonisti e paesaggi, riesce nel duplice scopo di dare forma a un mondo fantastico in cui si scorgono dettagli realistici, dai vestiti dei portoghesi alle pitture corporee e gli abiti tradizionali degli indigeni. Particolarmente importante è il colore, che non solo restituisce la solarità e l’energia dell’America Latina, ma che sottolinea momenti topici del racconto, spesso stagliandosi per contrasto su un bianco immacolato: alcuni esempi possono essere le esplosioni di giallo che, insieme alle onomatopee, caratterizzano l’uso dell’arco magico di Iracema, oppure l’azzurro pallido che segna il momento di sconforto più profondo della ragazza, o ancora i mille colori del pappagallo, spirito guida che invita ad avere coraggio e speranza. Tutti questi elementi, uniti a uno storytelling chiaro e scorrevole, fanno di quest’opera un fumetto adatto a un vasto pubblico e capace di veicolare, attraverso un canovaccio solo all’apparenza semplice e tramite personaggi carismatici e ben definiti, messaggi e riflessioni importanti su un passato che non può essere dimenticato.
Emilio Cirri

Altri editori

Who Gets Called an “Unfit” Mother?

who-gets-called-an-unfit-motherCandidato a “Miglior racconto breve”

The Nib
è un portale di satira, graphic journalism e fumetti politici attivo dal 2013. Nel corso di questi anni ha prodotto webcomic e riviste di livello sia giornalistico che artistico di notevole qualità, arrivando spesso a essere candidato agli Eisner Awards per la miglior short story. Quest’anno la nomination “quota The Nib” è andata a Who Gets Called an “Unfit” Mother? di Miriam Libicki, autrice di origini israeliane che vive a Vancouver, dove insegna alla Emily Carr University of Art and Design.
In questo breve racconto, l’autrice racconta la paura di perdere i propri figli dopo essere stata segnalata da una vicina al CFS – Child and Family Services (i servizi sociali canadesi), in seguito a un piccolo incidente avuto dal figlio. La terribile esperienza viene trasmessa con una grande intensità e onestà dall’autrice, che sfrutta la propria storia per riflettere sul funzionamento dei servizi sociali, usati come vere e propri armi che spesso colpiscono persone di ceto sociale più basso e minoranze etniche.
Libicki sceglie inquadrature strette, spesso dall’alto o dal basso, per creare un senso di claustrofobia che viene aumentato dallo spazio occupato dalle didascalie senza riquadro: in questo modo ogni tavola acquerellata con colori tenui e toni leggeri fa percepire il senso di impotenza e il dubbio lancinante di non essere una buona madre, oltre a contestualizzare la propria vicenda in un contesto più complesso e inquietante.
Emilio Cirri

The Menopause

The-MenopauseCandidato a “Miglior racconto breve”

Altra storia che affronta un tema importante per le donne, ma in maniera più leggera e scanzonata, è quella pubblicata sulla ricca e variegata rubrica di fumetto di Believer, The Menopause di Mira Jacobs (quest’anno candidata anche per la miglior graphic novel non-fiction con Good Talk: A Memoir in Conversations).
L’autrice affronta il tema della scoperta del corpo femminile, l’arrivo delle mestruazioni e la scoperta della menopausa, facendo passare tutto attraverso il confronto con il proprio padre. In questo modo Jacobs si inserisce in un discorso oggi più che mai sentito con un tono leggero ma non per questo superficiale, e lo fa usando uno stile inconfondibile: figure di carta statiche si stagliano su sfondi fotografici, mescolando realtà e atto creativo in un atto di collage che crea un cortocircuito interessante e sfida ancora una volta i limiti del fumetto.
Emilio Cirri

BTTM FDRS

bttm-fdrsCandidato a “Miglior Graphic Novel – Novità”

Darla si è appena trasferita in un palazzone di cemento armato senza finestre nel quartiere Bottomyards. È un’artista, una stilista pronta a sfondare nel mondo della moda. È accompagnata dalla sua amica Cynthia, sempre entusiasta e pronta a festeggiare. Ma il trasferimento non va come dovrebbe e il palazzo nel quartiere periferico su cui si investe per la rinascita diventa ben presto un luogo da incubo.
Lo scrittore Ezra Claytan Daniels e il disegnatore Ben Passmore realizzano un’opera che si potrebbe definire un gentrification horror, una storia splatter ambientata ai tempi della gentrificazione delle zone di periferia. Quello che si presenta come un survival horror grottesco e inquietante dal ritmo sostenuto e dalle ambientazioni da B-Movie offre ai due autori una base per dire altro.
Il fumetto permette di affrontare in maniera originale e laterale molteplici tematiche, dalle diseguaglianze sociali al razzismo, dalla superficialità di certi ambienti hipster-artistici alle follie delle teorie del complotto: lo stesso orrore nascosto nel palazzo nasce proprio dalle condizioni di disagio delle periferie.
La caratterizzazione di personaggi e ambienti passa non solo dalla costruzione di Daniels, ma soprattutto dal tratto di Ben Passmore, una specie di “cartoon Nickelodeon sotto acidi”: uno stile fatto di le linee curve e gommose, di dettagli minuti per realizzare sfondi su cui si stagliano personaggi definiti da pochi tratti caratteristici, l’entusiasmo molto indie con cui si mostrano scene splatter o semplicemente viscide e angoscianti. Tutto questo è inserito in una costruzione della tavola geometrica, sviluppata in orizzontale su non più di quattro vignette in cui lo storytelling si gioca tutto sulla scelta di inquadrature, sghembe nei momenti più concitati, ristrette in quelli più claustrofobici, allargate per mostrare la condizione disastrata dell’ambiente in cui si muovono i personaggi.
Insomma, BTTM FDRS è un fumetto intelligente e divertente, che si inserisce nella migliore tradizione indipendente di Fantagraphics.
Emilio Cirri

 

 

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