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Cronache tedesche: Antonia Kühn, forme e colori della famiglia

27 Luglio 2026
Al Salone del Libro di Torino abbiamo incontrato l’autrice in occasione dell’uscita di "Genitori Gonfiabili", edito da Diabolo Editore.
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Tra le numerose voci femminili della scena fumettistica tedesca, Antonia Kühn si è fatta notare da pubblico e critica con la sua opera prima, Lichtung (per Reprodukt), che è stata rapidamente tradotta in vari paesi, tra i quali l’Italia, dove è stata pubblicata da Diabolo Edizioni con il titolo La Radura. Attraverso uno stile in bianco e nero e toni di grigio, che si ispira ai lavori di Anke Feuchtenberger ma con un tocco di delicatezza del fumetto francese e un’atmosfera sospesa di sogni infantili, la storia racconta l’elaborazione da parte di una famiglia della perdita della madre. Muovendosi attorno all’assenza generata dal lutto, Antonia Kühn riscrive le dinamiche familiari alla ricerca di un nuovo equilibrio in un momento di tensione, e in questo contesto definisce il carattere dei personaggi e le relazioni che si instaurano tra di loro. Nel 2024 l’autrice è tornata alla graphic novel con Aufblasbare Eltern (sempre per Reprodukt), in cui il tema della famiglia viene invece affrontato con toni diversi: le vicende dei protagonisti, rappresentati come animali antropomorfi, oscillano tra drammi, ansie, gioie e scoperte della quotidianità di una famiglia patchwork, sviluppando il racconto in piccoli episodi caratterizzati da uno stile più leggero e sintetico.
In occasione dell’uscita del volume in Italia, per Diabolo Edizioni con il titolo Genitori Gonfiabili, abbiamo intervistato Antonia Kühn per parlare del suo percorso artistico, delle sue opere e dei temi che le attraversano.

Ciao Antonia e grazie per il tuo tempo. Come prima cosa, per presentarti al pubblico italiano, ci piacerebbe che ci parlassi del tuo rapporto con il fumetto, di quando hai iniziato a pensarlo come carriera e di quale è stato il tuo percorso.
Ho iniziato studiando cinema, però, quando sono arrivata al secondo semestre, mi sono resa conto che fare un film significa sì raccontare una storia, ma comporta anche tantissimo lavoro tecnico e finanziario. Mi sembrava semplicemente qualcosa di troppo grande per me. Così ho pensato: “Aspetta, per fare un fumetto, per raccontare una storia, ti bastano un foglio di carta e una penna”. Mi piaceva moltissimo questa idea, è una cosa così semplice, non richiede nessuno sforzo tecnico rispetto a tante altre forme di racconto. Così sono passata dal cinema al fumetto.

Leggevi fumetti già da bambina o sono arrivati più tardi? E quali sono gli artisti e le artiste che ti hanno più ispirato durante la tua formazione?
Sì, leggo tantissimo. Ho degli autori preferiti, ma sono sempre curiosa di scoprire nuovi fumetti. Ogni volta che vedo una nuova pubblicazione, la prendo e la leggo.
Mi affascina sempre la quantità di voci diverse che si possono incontrare attraverso i fumetti. Non sono particolarmente legata a uno stile specifico, né al colore o al bianco e nero, ma amo semplicemente questo linguaggio. Ogni volta resto stupita da quanto bene funzioni e da quanto mi senta vicina agli autori e alle autrici che leggo. Se dovessi dire alcuni di quelli che mi piacciono di più, visto che siamo in Italia, direi Gipi. Amo i suoi libri e grazie a lui ho iniziato a esplorare più a fondo la scena del fumetto italiano, penso ad esempio a Coconino Press. È una realtà completamente diversa da quella tedesca, ma affascinante. E anche il lavoro che fa Riccardo con Diabolo edizioni è molto bello. Se ci penso, ogni giorno scopro nuovi autori di fumetto, è un panorama vastissimo. Mi interessa molto anche la scena del fumetto francese: mi piace moltissimo Dominique Goblet, il cui lavoro si colloca al confine tra fumetto e pittura.
In generale per me è difficile trovare un autore o un’autrice preferiti.

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In entrambi i tuoi fumetti, ovvero Lichtung (La Radura) e Aufblasbare Eltern (Genitori Gonfiabili), pubblicati in Germania per Reprodukt e in Italia per Diabolo, parli di rapporti familiari, sebbene in maniera molto diversa. Cosa ha guidato la tua scelta nei confronti di queste tematiche?
Quando ho realizzato il primo libro non sapevo che la famiglia sarebbe diventata il mio tema principale: me ne sono resa conto solo iniziando il secondo. Evidentemente, per qualche motivo, è un argomento che sento profondamente mio, ma vedremo se sarà così anche con il prossimo libro.
Credo però che la famiglia sia un tema estremamente affascinante, perché è da lì che veniamo. La famiglia è ovunque: nasciamo in una famiglia e, forse, un giorno ne costruiamo un’altra.
La famiglia d’origine resta sempre con noi, ma a me interessa anche capire se sia davvero possibile lasciarsela alle spalle. Io sento che la mia è sempre presente dentro di me, non posso semplicemente sfuggirle o lasciarmela dietro. È un legame molto forte e per questo mi accompagna sempre.

Sembra quasi che si parli di fantasmi.
Sì, in un certo senso, anche perché le cose non sono mai completamente chiare. Abbiamo categorie come figli e genitori, ma negli spazi bianchi che ci sono in mezzo succedono tantissime cose. È proprio questo che mi piace esplorare nelle mie storie.

Come dicevo, i due volumi hanno molte differenze, sia nei toni che nella realizzazione. La Radura racconta la storia di un lutto, la perdita improvvisa di un genitore, e si focalizza su chi resta e sull’idea stessa del ricordo, della memoria. Come è nata quella storia?
Penso che sia anche una storia sul silenzio che esiste nelle famiglie quando accadono eventi difficili. Credo che ogni famiglia abbia la propria storia e che in ogni famiglia succedano delle cose. Ciò che mi interessa è osservare come i membri di questo gruppo affrontano queste esperienze, come riescono o meno a conviverci. Nel mio primo libro qualcuno muore e improvvisamente tutto l’equilibrio si rompe. Quello che mi interessa è vedere come la famiglia riesca, alla fine, a ritrovare quell’equilibrio e come affronti quel vuoto e quel silenzio.
Per quanto riguarda i personaggi, parto spesso da alcuni tratti di persone della mia famiglia, ma poi costruisco figure completamente nuovi.

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A proposito di equilibrio, penso che il libro sia profondamente toccante. Come hai trovato il giusto equilibrio nel raccontare un tema così difficile? È una materia molto profonda e dolorosa, ma riesci a trattarla con grande delicatezza.
Grazie, mi fa davvero piacere sentirlo. In entrambi i libri lavoro su livelli diversi. Nel primo c’è il livello del sogno accanto a quello della realtà, e mi piace molto metterli in relazione: la storia è raccontata anche attraverso il punto di vista di un bambino, e mi sembrava una prospettiva interessante, perché lui guarda il mondo con uno sguardo tutto suo, forse ancora infantile.
All’inizio ha paura di fare domande, ma i bambini hanno anche questa straordinaria capacità di chiedere, sono curiosi e vogliono sapere. Non sono ancora pieni di idee preconcette.
Una volta qualcuno mi ha detto che il libro assomiglia quasi a una storia investigativa, perché il bambino cerca indizi e segue una pista. Mi sembrava il punto di vista giusto da cui raccontare questa storia: so che è un libro molto toccante, ma penso anche che il tema stesso sia molto duro e quindi non volevo renderlo divertente.
Nel secondo libro sono molto più ironica, ma è una cosa che è emersa naturalmente durante il lavoro. Per la prima storia sentivo che un approccio del genere semplicemente non avrebbe funzionato.

Il ruolo del giocattolo a forma di uccellino è molto interessante. È un parallelismo davvero curioso quello che ha con il protagonista.
Nel secondo libro utilizzo qualcosa di simile, con il mattoncino LEGO.
Mi piace dare a questi piccoli oggetti o figure una propria voce. A volte le persone mi chiedono cosa rappresentino: sono la sua voce interiore? Sono la sua coscienza? Sono qualcuno che la corregge? Preferisco lasciare che siano i lettori a decidere.
Queste piccole figure creano un ulteriore livello di riflessione sulla storia. Aggiungono un’altra voce, forse più neutrale, che semplicemente commenta ciò che sta accadendo.

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Genitori gonfiabili è invece più radicato nella quotidianità di una famiglia “patchwork”, segue le vicende di numerosi personaggi che cercano di far convivere esigenze diverse. E’ interessante perchè è una storia a episodi, i toni sono molto diversi (a volte divertenti, altre molto tesi, quasi drammatici), mentre la struttura della tavola molto più regolare e decisa rispetto al precedente. Come è nata quest’opera?
Quando ho iniziato a vivere in una famiglia allargata (o per meglio dire, patchwork), ho cominciato a disegnare la sera dei piccoli fumetti di una pagina su ciò che era successo durante la giornata. Credo fosse il mio modo di registrare quello che stava accadendo e di aiutarmi a rendermi conto che stavo creando una nuova famiglia. Ero ancora molto triste per la perdita della mia famiglia originaria, quando si era disgregata, ma quando nuovi partner e nuovi figli si uniscono, non puoi semplicemente sederti attorno a un tavolo e creare un progetto per una nuova famiglia: inizi semplicemente a viverla.
Ho realizzato questi piccoli resoconti per me stessa, quasi come un diario o un verbale di ciò che succedeva nella mia vita: i bambini si spostavano continuamente tra le case dei loro genitori e io volevo conservare quei momenti, rifletterci sopra e osservare come stavamo crescendo insieme.
In seguito ho mostrato questo materiale al mio editore e insieme abbiamo esplorato il modo in cui avrebbe potuto diventare un libro completo. Il risultato finale è piuttosto diverso da quel diario iniziale. Ha una propria struttura narrativa, ma credo che sia meno una storia inventata attraverso l’immaginazione e più una storia nata direttamente dalla vita stessa.

Sento un senso di urgenza in questa storia. Sembra qualcosa che avevi davvero bisogno di realizzare.
Quando ero nel pieno della costruzione della mia nuova famiglia, sentivo il bisogno di parlarne con altre persone, di condividere pensieri ed emozioni. È un tema molto importante in Germania: molti matrimoni finiscono dopo tre o quattro anni, ma quando cammini per strada vedi soltanto famiglie apparentemente felici. Questo argomento fa male e nessuno ne parla, per questo volevo mostrare la nostra famiglia, cosa siamo e come lo siamo diventati e come lo stiamo diventando. Ci sono aspetti tristi, ma ce ne sono anche di meravigliosi, perché stai creando qualcosa di completamente nuovo. In un certo senso può sembrare una rinascita.
I commenti che ho ricevuto sono molto vicini a ciò che speravo. Le persone mi dicono: “È proprio come la nostra vita” oppure “Conosco questa situazione”. E questa è una sensazione bellissima, rendersi conto che è normale, per esempio, avere inizialmente paura di un bambino che non è il proprio, che improvvisamente entra nella tua vita. Potresti non sentirti subito legato a lui come lo sei con tuo figlio biologico, perchè comunque è un estraneo che vive improvvisamente sotto il tuo stesso tetto: spesso ci si vergogna di provare queste emozioni, perchè nessuno ne parla. Cercavo libri che raccontassero questa esperienza e non riuscivo a trovarne nessuno. Così ho pensato: “Lo farò io”.
Credo che una graphic novel sia un formato molto adatto, perché una persona che sta vivendo la creazione di una famiglia allargata può leggerla da sola, in un momento privato. Attraverso la storia possiamo condividere queste esperienze intime.

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Un’altra cosa che distingue molto il tuo nuovo lavoro dal precedente è la scelta di usare umani dall’aspetto animale per i personaggi. Come mai hai scelto questo escamotage? Per creare una distanza o per identificare meglio certi tipi di personaggio?
Credo che la protagonista inizi la storia desiderando di ricostruire quella che lei considera una famiglia “normale”. Ma, dato che i bambini vanno continuamente avanti e indietro, non funziona mai davvero. La vita familiare viene interrotta, per un fine settimana crei una famiglia, poi i bambini se ne vanno e a volte non li vedi per giorni. Alcune famiglie si alternano ogni due settimane, e questo è ancora più difficile, questo ricominciare da capo è estenuante.
Alla fine lei capisce che non può fingere di essere in una famiglia tradizionale. In situazioni del genere, le persone ti chiedono continuamente: “È tuo figlio? È tua figlia? Questo è il suo vero padre?” Non hai davvero voglia di spiegare tutto ogni volta.
In questo caso, per esempio, i due bambini hanno entrambi dodici anni e le persone notano subito qualcosa di insolito. Non sono gemelli, ma hanno la stessa età, quindi tutti si chiedono cosa stia succedendo. Così ho pensato: perché non renderlo evidente? Un personaggio è una volpe, un altro è un gatto. Capisci immediatamente che sono diversi e nessuno ti chiederà: “È davvero tuo figlio?”.
Dal punto di vista visivo, questo rende tutto chiaro, mentre emotivamente la storia parla di come, poco alla volta, riescano a crescere insieme come famiglia. Ed è questo ciò che conta davvero.

In entrambi i lavori ci sono però momenti in cui singole tavole si trovano immerse in un grande spazio bianco, una scelta di isolare un momento nello spazio e quindi nel tempo. Cosa ti riporta a questo tipo di scelta del racconto?
Voglio invitare il lettore a portare nella storia il proprio punto di vista. Nel secondo libro non volevo che sembrasse come un libro di testo scolastico, dove ogni domanda ha una risposta. Spero che, attraverso gli spazi vuoti, i lettori si sentano invitati a riflettere autonomamente.
Non sto cercando di risolvere ogni questione, sto semplicemente raccontando una storia e, alla fine, potrebbero esserci persino più domande rispetto all’inizio. Credo sia positivo lasciare questo margine.

Sei ormai attiva da vari anni nel fumetto tedesco. Come ti sembra si sia evoluto e si stia evolvendo il fumetto in Germania, soprattutto quello di autori e autrici autoctoni? Da una parte ci sono segnali incoraggianti, con molti nuovi autori e soprattutto autrici che emergono, dall’altra mi pare che si intravedano alcune difficoltà non solo a livello di mercato, ma anche a livello di sostenibilità di iniziative culturali, come testimoniano le difficoltà del Salone di Erlangen o la riduzione degli stipendi.
Sono molto felice del suo sviluppo. Quando ho iniziato, circa dodici o quattordici anni fa, studiavo ad Amburgo con Anke Feuchtenberger, che è stata un’insegnante straordinaria.
Il suo approccio non era limitato al fumetto. Insegnava la narrazione e credeva che ogni mezzo espressivo fosse utilizzabile. Allo stesso tempo era molto sincera. Ci diceva: “Non riuscirete a vivere facendo solo i fumettisti in Germania, quindi sviluppate le vostre capacità e assicuratevi di avere anche un altro lavoro”. Noi eravamo tutti scioccati, perché pensavamo che lei dovesse credere in noi! Ma penso che volesse semplicemente mantenerci con i piedi per terra e posso dire che, alla fine, aveva ragione.
Ancora oggi in Germania non è davvero possibile vivere esclusivamente facendo il fumettista, io lavoro anche come illustratrice e realizzo anche animazioni insieme a un’amica. È questo che mi permette di pagare le bollette. Ma la scena del fumetto sta sicuramente crescendo: si possono organizzare workshop e abbiamo anche una bellissima tradizione di letture di fumetti, dove proiettiamo le pagine su uno schermo mentre l’autore legge ad alta voce i dialoghi e la narrazione. Il pubblico ascolta la voce dell’autore mentre guarda le pagine vignetta dopo vignetta, e dopo, le persone acquistano i libri, fanno domande e se li fanno firmare. Un modello che funziona incredibilmente bene. In Italia non esiste, ma non posso che consigliarlo, perchè l’atmosfera è davvero meravigliosa.
A volte questi eventi si svolgono in piccoli cinema con grandi proiettori, con le persone completamente in silenzio. È un altro modo per introdurre i lettori alle tue storie, al tuo mondo e al fumetto come mezzo espressivo.
Un altro sviluppo positivo è che sempre più fumettisti tedeschi stanno creando libri per bambini. I genitori hanno capito che, anche se i loro figli non vogliono leggere libri tradizionali, leggono volentieri i fumetti, che diventano ponte verso la lettura. Nel complesso, penso che sia una scena molto viva e dinamica. Abbiamo festival ad Amburgo e il grande festival di Erlangen dove ci ritroviamo tutti. Sento davvero che la scena stia crescendo.
In generale, sul futuro sono sempre ottimista.
Come dicevo prima, per fare fumetti servono soltanto un pezzo di carta e una penna. Celebrano l’immaginazione e il racconto di storie. Condividere storie è incredibilmente potente e il fumetto è un mezzo molto potente.
In Germania adesso ci sono anche molti editori indipendenti e zine autoprodotte. Le persone stanno ricreando le proprie scene, pubblicano autonomamente e vendono il loro lavoro online o durante i festival di fumetto.
Penso che ci saranno sempre i fumetti, e che abbiano un modo unico di trascinare il lettore dentro una storia: la combinazione tra immagini e metafora rende l’esperienza incredibilmente immersiva.

Grazie mille Antonia e alla prossima.

Intervista realizzata al Salone del Libro di Torino il 16 maggio 2026.
Si ringrazia Diabolo Edizioni per il supporto.

 

Antonia Kühn

Antonia Kühn è nata nel 1979. Ha studiato Design della Comunicazione a Kiel e Illustrazione all’Università di Scienze Applicate HAW di Amburgo, dove oggi ha un piccolo studio di animazione. Le sue opere sono state esposte più volte al Fumetto Comic Festival di Lucerna e al Comic Festival di Amburgo. Ha partecipato anche alla mostra Graphic Novel Exhibition alla Stihl Waiblingen Gallery.
La radura, il suo primo graphic novel, è stato pubblicato in Germania da Repodukt nel 2018 e in Italia nel 2020 da Diabolo Edizioni. Nel 2026 pubblica Genitori Gonfiabili, sempre per Diabolo (originariamente uscito in Germania nel 2024 per Reprodukt)

Emilio Cirri

Emilio Cirri

Nato a Firenze una mattina di Gennaio del 1990, cresce dividendosi tra due mondi: quello della scienza e quello dell'arte. Si laurea in Chimica e sogna di fare il ricercatore. E nel frattempo si nutre di fumetti e spera di poterne sceneggiare uno, un giorno. Il primo amore della sua vita è Batman, amico fedele dei lunghi pomeriggi passati a giocare in camera sua. Dai supereroi ha piano piano esteso il suo campo di interesse fumetto, sia esso italiano, americano, francese, spagnolo o giapponese. Nel tempo che non dedica ai fumetti, guarda film e serie tv, scrive recensioni e piccole storielle, e forse un giorno le pubblicherà su un blog o in qualche altro modo.

Paolo Ferrara

Paolo Ferrara

Nato a Bologna, classe 1977, svolge diversi mestieri e frequenta corsi di fumetto, teatro, doppiaggio e un Master in Tecniche della Narrazione presso la Scuola Holden di Torino. Insegna storytelling per varie realtà e associazioni e ha una cattedra di Storytelling per i Media presso IAAD Torino e Bologna.

Come freelance sceneggia (per cortometraggi, Mediaset, videogame per Tiny Bull Studios e qualche fumetto web), ha pubblicato opere di narrativa e narrativa per bambini ( Saga Edizioni, Epika Edizioni, La Strada di Babilonia, Delos Books, Milena Edizioni e Kalimat Group – editore degli Emirati Arabi Uniti- ).

Da più di 15 anni è conduttore e autore radio/podcast ( RadioOhm / SonoCoseSerie) e collabora come recensore e articolista per diverse riviste digitali e non (tra cui Lo Spazio Bianco).

È sceneggiatore della serie Chimere sull'app Jundo Comics e ha diversi progetti in arrivo in vari media: qualunque cosa pur di raccontare storie.

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