L’incontro tra Miguel Ángel Martín e Dante Alighieri potrebbe apparire, a prima vista, come un accostamento improbabile. Da una parte uno degli autori più radicali della scena fumettistica europea, da sempre interessato ai territori della deformazione, della tecnologia, dell’alienazione e delle ossessioni del corpo; dall’altra uno dei pilastri della letteratura occidentale. Eppure, il volume pubblicato da Edizioni NPE dimostra quanto il dialogo tra questi due immaginari possa risultare naturale e sorprendentemente fertile. Un’edizione che non si limita ad accompagnare il testo con delle immagini, ma prova a mettere in comunicazione due diverse idee di Inferno, separate da sette secoli e unite da una medesima attenzione per le contraddizioni della natura umana.
Questa non è una semplice edizione illustrata della prima cantica della Commedia. Né, tantomeno, un volume che possa essere liquidato come l’ennesima rilettura grafica di Dante. L’Inferno affidato alle matite di Miguel Ángel Martín è piuttosto l’incontro fra due visioni del mondo lontanissime nel tempo ma sorprendentemente compatibili nella loro capacità di interrogare le zone più oscure della natura umana.
Tra gli autori che più hanno contribuito a ridefinire l’immaginario del fumetto contemporaneo, Martín ha costruito negli anni una poetica fondata sul corpo, sulla deformazione, sulla sofferenza, sulle pulsioni e sulle contraddizioni dell’individuo contemporaneo. Non stupisce quindi che, chiamato a confrontarsi con il poema dantesco, abbia scelto di privilegiare proprio quegli aspetti che da sempre abitano il suo lavoro. Come ha raccontato nell’intervista concessa a Lo Spazio Bianco, la sua lettura dell’opera nasce da una constatazione semplice quanto efficace: l’Inferno è un luogo senza tempo. Al di là dei riferimenti storici e politici propri dell’epoca di Dante, ciò che emerge dai versi è una rappresentazione della natura umana che continua a mantenere una forza sorprendentemente attuale. È da questa consapevolezza che prende forma l’intero progetto.
Fin dalle pagine introduttive appare evidente come l’operazione editoriale di Edizioni NPE non voglia limitarsi a offrire un’edizione illustrata del testo. Ad aprire il volume troviamo infatti una breve ma significativa Nota dell’editore di Nicola Pesce, che chiarisce una scelta apparentemente secondaria ma in realtà rivelatrice dell’approccio complessivo all’opera. L’editore spiega infatti di aver voluto conservare nella stampa la porosità e la matericità delle tavole originali di Martín, lasciando visibili le tracce della carta e del gesto artistico invece di ricorrere a una pulizia digitale più invasiva. Una decisione che mira a restituire ai lettori l’autenticità del disegno e che rivela una particolare attenzione per la dimensione materiale dell’opera.
Più articolato e centrale nell’economia del volume è invece il saggio introduttivo di Andrea Grieco, significativamente intitolato It’s the Devil’s Way Now. L’autore parte dalla decisione stessa di pubblicare la sola cantica dell’Inferno, interpretandola non come una provocazione né come una semplificazione editoriale, ma come una precisa dichiarazione d’intenti.
Il testo di Grieco svolge un duplice lavoro. Da un lato colloca il progetto all’interno della lunga tradizione iconografica dantesca, richiamando artisti come Botticelli, Doré, Dalí, Go Nagai e Milo Manara; dall’altro individua con precisione ciò che distingue il lavoro di Martín da quello dei suoi illustri predecessori. Secondo Grieco, l’autore spagnolo piega infatti il poema alla propria sensibilità, privilegiando i demoni, i supplizi e le anime dannate, fino a trasformare la discesa infernale in un’esperienza che richiama il cinema horror, il gore e l’exploitation.
Ancora più interessante è la riflessione che riguarda la struttura profonda dell’opera. Grieco osserva come Martín elimini sistematicamente dalle proprie immagini gli elementi che rimandano alla redenzione e alla trascendenza, concentrandosi invece su un universo dominato dalla dannazione e dalla corruzione. In questa prospettiva l’assenza di Dante, Virgilio e dei messaggeri celesti non appare una semplice intuizione compositiva, ma una precisa presa di posizione interpretativa.
Una lettura che trova sorprendenti conferme nelle riflessioni dello stesso Martín emerse nel corso della nostra intervista.
Chi si aspetta una rilettura nel solco della grande tradizione illustrativa dantesca potrebbe rimanere spiazzato. Martín stesso ha dichiarato di non aver avvertito il peso di illustratori come Gustave Doré e di essersi sentito molto più vicino a un altro riferimento culturale italiano: il regista Lucio Fulci. Non si tratta di una provocazione gratuita. Anzi, probabilmente è una delle chiavi più efficaci per comprendere il libro.
Interrogato su questo aspetto, l’autore ha spiegato di aver trovato nel cinema di Fulci qualcosa che l’iconografia tradizionale non gli restituiva: corpi in decomposizione, visioni crude e disturbanti capaci di rendere tangibile l’orrore della dannazione. Per Martín, il mondo di Fulci appare addirittura più infernale di quello proposto da Doré. Una dichiarazione destinata a far discutere, ma che aiuta a comprendere l’estetica che attraversa l’intero volume.
Il risultato è un Inferno profondamente fisico. Le tavole di Martín rinunciano quasi del tutto alla dimensione contemplativa o monumentale che caratterizza molte celebri interpretazioni del poema. Al centro della scena non troviamo il viaggio di Dante e Virgilio, ma le anime dannate. Lo stesso autore ha spiegato di aver scelto consapevolmente di non rappresentare i due protagonisti, concentrando invece l’attenzione esclusivamente sui dannati. Non si tratta di una decisione casuale, ma di una precisa chiave di lettura: far sentire il lettore dentro un vero Inferno. Una scelta che si rivela probabilmente la più significativa dell’intero progetto.
Privato dello sguardo del pellegrino e della guida virgiliana, il lettore non osserva più l’Inferno dall’esterno: vi è immerso. Non esiste alcuna distanza di sicurezza tra chi guarda e ciò che viene rappresentato. Martín elimina ogni mediazione e costringe il lettore a confrontarsi direttamente con la sofferenza, la deformazione e l’orrore.
In questo senso il suo lavoro appare molto meno interessato alla dimensione narrativa del poema che alla sua capacità evocativa.
Le immagini non illustrano semplicemente i versi: li interpretano. Talvolta li amplificano, talvolta li deformano attraverso la sensibilità dell’autore, ma sempre mantengono un rapporto di dialogo con il testo. È un equilibrio delicato, perché il rischio di sovrastare Dante con una personalità artistica tanto forte era concreto. Martín, invece, riesce quasi sempre a evitare la trappola dell’autocompiacimento. Il suo stile resta immediatamente riconoscibile, ma non appare mai arbitrario.
Laddove altri illustratori hanno privilegiato l’aspetto simbolico, allegorico o spettacolare dell’Inferno, Martín sembra interessato soprattutto alla dimensione esistenziale della dannazione. I suoi corpi non sono semplicemente puniti: sono consumati, corrotti, privati di qualsiasi possibilità di riscatto. È un approccio che trova un’inattesa consonanza con alcune sensibilità contemporanee e che contribuisce a spiegare perché questa edizione riesca a parlare anche a lettori lontani dalla tradizione dantesca.
Non sorprende allora che, alla domanda su quale personaggio della Divina Commedia si troverebbe maggiormente a proprio agio nel mondo contemporaneo, Martín abbia risposto senza esitazioni: «Le anime dannate». Una battuta solo in apparenza provocatoria. Approfondendo il concetto, l’autore ha richiamato le grandi tragedie del Novecento e il modo in cui la tecnologia ha trasformato la morte e la sofferenza in fenomeni di scala industriale. In questa prospettiva, l’Inferno non è un luogo confinato nelle profondità dell’aldilà, ma una possibilità costante inscritta nella storia umana.
Naturalmente non tutte le scelte iconografiche avranno lo stesso impatto su ogni lettore. Alcune tavole appaiono più efficaci di altre e in certi passaggi la forza dell’immaginario martiniano finisce talvolta per appiattire le differenze tra i diversi gironi, riportando tutto all’interno di una medesima estetica della sofferenza. Ma si tratta di limiti fisiologici in un’operazione che fa della coerenza autoriale uno dei propri punti di forza.
Ciò che resta, al termine della lettura, è soprattutto la sensazione di aver assistito a un incontro autentico tra due autori. Non un illustratore chiamato a decorare un classico, ma un artista contemporaneo che dialoga con un’opera fondativa della cultura occidentale senza timori reverenziali e senza scorciatoie.
L’Inferno di Miguel Ángel Martín non sostituisce quello di Dante, né pretende di aggiornarlo. Piuttosto, ne mette in evidenza alcuni aspetti che continuano a interrogarci ancora oggi: il rapporto tra colpa e punizione, la fragilità dell’essere umano, la persistenza del male e la difficoltà di immaginare una via di salvezza.
Forse è proprio per questo che il volume risulta così convincente. Perché, come suggerisce sia la lettura proposta da Grieco sia quella offerta dallo stesso Martín, l’Inferno continua a sembrarci familiare non tanto per ciò che racconta del Medioevo, quanto per ciò che continua a raccontare di noi.
E forse non è un caso che, alla nostra ultima domanda — «Se Dante bussasse oggi alla tua porta chiedendoti di mostrargli l’Inferno contemporaneo, dove lo porteresti?» — Martín abbia risposto semplicemente: «Dentro sé stesso, nella sua stessa natura. L’Inferno sarà sempre con noi».
Una conclusione che, più di molte analisi, restituisce il senso profondo di un volume capace di mettere in dialogo due immaginari lontani eppure vicini nel loro modo di interrogare il male, il corpo e la natura umana.
Abbiamo parlato di:
Inferno
Miguel Ángel Martín
Edizioni NPE, 2026
312 pagine, cartonato, colori – 55,00€
ISBN: 9788836273102












