Topolino #3295: Lo scatto di soppiatto

Topolino #3295: Lo scatto di soppiatto

Fotografare è porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore. È un modo di vivere. ((Il mondo di Robert Doisneau.))
– Henri Cartier-Bresson

Giusto settimana scorsa temevo che il #3295 sarebbe stato un numero mediocre al pari del #3294 salvato solo dalla conclusione di Orgoglio e pregiudizio, e invece la redazione riesce a proporre storie di buona qualità e forse non è un caso che il sommario sia costituito da appena 5 fumetti rispetto ai 6 canonici dell’ultimo periodo. In questa ricchezza spicca il nuovo racconto della serie La storia dell’arte di Topolino.

Su e giù per Parigi

L’azione si svolge a Parigi nel 1931: il fotografo Mickey Mouseau e il suo amico Pippus La Cloche, appassionato automobilista (più o meno) sportivo iniziano la storia alla ricerca di un buon modo per realizzare una foto pubblicitaria proprio su un’auto sportiva. I guai, con l’epigono di Pippo, arrivano ben presto, insieme con il licenziamento, così Mickey decide di arricchire il suo portfolio di scatti presi un po’ di soppiatto in giro per la città, foto che ne raccontano la vita attraverso gli attimi. La vicenda viene complicata da un ladro imprevisto che ruba il portfolio di Mickey che sarebbe dovuto servire al fotografo per provare a ottenere un lavoro presso il più prestigioso studio fotografico di Parigi.
E’ evidente come nella storia a farla da padrone sia la passione di Roberto Gagnor per la fotografia e per un certo modo di cercare e costruire gli scatti, basato più sull’ispirazione del momento che non su una particolare ricercatezza e composizione. In questo senso la materia si presta ottimamente per essere rappresentata al meglio con una storia dal ritmo serrato che si prende i momenti di stasi esattamente negli istanti degli scatti di Mickey, rappresentati con una colorazione in bianco e nero per riprendere le fotografie dell’epoca. Detto ciò, avere un articolo di approfondimento, come avvenuto per le storie precedenti, sarebbe stato dunque molto utile, in particolare per il lettore più giovane.
Da rilevare, poi, l’ottima prova di Luca Usai, il cui stile risulta particolarmente dinamico ed efficace nella gestione delle espressioni probabilmente grazie all’esperienza acquisita per la sua collaborazione a Duck Tales.

Carpe diem

A sinistra Mickey Mouseau, a destra Robert Doisneau

Henri-Cartier Bresson è stato uno dei più grandi fotografi francesi, se non del mondo, del XX secolo. Definito l’occhio del secolo, è considerato pioniere del fotogiornalismo e teorico dell’istante decisivo. Fu una foto di Martin Munkacsi vista nel 1931 a far scattare in Bresson la passione per la fotografia: e così inizia a girare per la città per catturare gli istanti della vita dei parigini.
Non è l’unico che inizia quest’opera creativa. A seguirlo in questo percorso arriva Robert Doisneau, fotografo parigino omaggiato da Gagnor ne Lo scatto di soppiatto.
Doisneau aveva lavorato per anni come fotografo ufficiale della Renault: scatti sostanzialmente statici e perfetti, con poche divagazioni, come ad esempio la fotografia di un’operaia al lavoro. La collaborazione con la nota azienda automobilistica terminò nel 1939, dopo l’ennesimo di numerosi ritardi. Trovò ben presto lavoro presso la Rapho, agenzia fotografica per la quale lavorò per tutto il resto della sua carriera.

L’interpretazione di Luca Usai (a sinistra) dello scatto di Robert Doisneau (a destra)

E questo cambio di lavoro da anche una svolta decisiva alla sua carriera e alla sua ricerca artistica. Doisneau, però, non cerca a tutti costi l’arte né la perfezione tecnica, ma qualcosa di più semplice e diretto, come racconta egli stesso in questo passo:

Quello che io cercavo di mostrare era un mondo dove mi sarei sentito bene, dove le persone sarebbero state gentili, dove avrei trovato la tenerezza che speravo di ricevere. Le mie foto erano come una prova che questo mondo può esistere. ((Robert Doisneau: la meraviglia del quotidiano.))

Diventa, allora, curioso come la sua foto più famosa, il Bacio davanti all’Hotel De Ville, la cui versione disneyana chiude Lo scatto di soppiatto, non ha nulla di spontaneo, ma, come è costretto a dire lo stesso fotografo a causa di una coppia che decenni dopo diceva di essersi riconosciuta ma di non aver concesso il permesso per la foto, in realtà i due amanti sono Françoise Bornet e Jaques Carteaud che si erano messi in posa per Doisneau ((Il mondo di Robert Doisneau.)).

Come funziona una macchina fotografica

Camera oscura – via commons

La tecnologia ha fatto passi da gigante, riuscendo a compattare sempre più le fotocamere, ma sempre con una linea guida fondamentale: il principio della camera oscura. Descritta da Aristotele nel IV secolo a.C., venne successivamente studiata dall’arabo Alhazen, i cui trattati, giunti in Europa grazie alle traduzioni di Erazmus Ciolek Witelo, conosciuto come Vitellione.
Fondamentalmente una camera oscura è una scatola chiusa con un piccolo foro su una delle facce. Da questo foro entra la luce che va a colpire la parete opposta dove vengono proiettate le immagini che si trovano all’esterno della scatola, ma capovolte. La nitidezza delle immagini è inversamente proporzionale alle dimensioni del foro. Inoltre tutte le immagini risultano a fuoco, anche se ciò comporta che non si possano fotografare oggetti in movimento.
Ovviamente nelle macchine fotografiche il foro è stato sostituito da un obiettivo e da una serie di sistemi di controllo che permettono la messa a fuoco dell’immagine, l’apertura dell’ottica e il tempo di esposizione.
Quella che in qualche modo potremmo considerare come una sorta di prima macchina fotografica (o più correttamente sua antesignana) è la camera nota come daguerreotype costruita nel 1839 da Susse Frères, che però era un dispositivo abbastanza fastidioso da portarsi dietro. La prima miniaturizzazione arrivò, però, abbastanza presto quando nel 1913 Oskar Barnack costruì la prima Leica che utilizzava una pellicola da 35 mm per fissare le immagini. La commercializzazione di queste nuove macchine fotografiche arrivò, però, solo dopo la prima guerra mondiale: dopo una serie di test condotti tra il 1923 e il 1924, le prime Leica vennero vendute nel 1925.
Nel frattempo, nel 1860 Thomas Sutton aveva inventato un sistema di specchi mobili che permetteva di vedere qual’era l’inquadratura di un obiettivo. La scatola costruita da Sutton, in pratica una reflex, era particolarmente ingombrante, quindi anche il sistema si rivelava particolarmente utile per fotografare immagini in movimento, non ottenne mai il successo fino a che la ditta tedesca Ihagee non progettò nel 1932 il primo modello compatto di reflex, che venne successivamente commercializzato nel 1936. Praticamente coeva alla reflex della Ihagee c’è anche quella sviluppata tra il 1934 e il 1935 in Russia dalla Gosudarstvennyi Optiko-Mekhanicheskii Zavod.
Da allora a oggi la fotografia ha attraversato due nuove rivoluzioni: la miniaturizzazione estrema, che ha permesso di avere delle camere, anche di buon livello, come dotazione standard degli smartphone, e tutta una serie di software di post-produzione che permettono di ridurre i tempi del fotoritocco, una serie di tecniche di manipolazione digitale delle immagini sviluppate negli anni Sessanta del XX secolo da istituti e laboratori come il JET della NASA, il MIT, i laboratori Bell, l’università del Maryland e altri.
L’attenzione, dunque, è tornata come mai prima proprio alle idee di Bresson e Doisneau: la cattura dell’attimo e il racconto di una storia. Ricorda qualcosa?

La recensione completa del numero verrà pubblicata domenica su DropSea