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[KALPORZ] PAUL McCARTNEY, “The Boys of Dungeon Lane” (Capitol, 2026)

14 Giugno 2026
di
[KALPORZ] Tra folk onirico, pop lisergico e rock sabbioso il nuovo disco dell’ex Beatle è un tuffo nel passato che non suona mai nostalgico.

Navigare nei ricordi senza abbandonarsi alla nostalgia

Liquidare la nostalgia come un’annosa fuga nel passato per sfuggire a un presente divenuto insopportabile è uno degli assiomi più sprecati e al tempo stesso meno veritieri che ci siano. The Boys of Dungeon Lane, il nuovo album di Paul McCartney, ci indica le molteplici strade attraverso cui la fuga nei ricordi, una scelta così comune e al tempo stesso così impervia da abbracciare e da affrontare, possa condurci viva voce nel presente senza che questo venga ingabbiato o accantonato. Quando, infatti, la malinconia è radicata in una fitta e lanuginosa ragnatela di connessioni con l’attimo in cui si sta vivendo, il viaggio che ci lancia verso il domani è molto meno inquieto e frustrante di quanto potrebbe essere altrimenti.

The Boys of Dungeon Lane è un disco non banale. Nasce come un nuovo modo – l’ennesimo – per McCartney di fare i conti col passato senza paura di citarsi o d’incensarsi. Questa volta Paul sembra non darci un punto di partenza chiaro: la giovinezza più lontana incrocia le riflessioni attuali e necessarie di chi sta per compiere gli 84 fino a quando i due sé in questo immaginario sentiero diacronico non divengono un punto unico nel tempo e nello spazio. Il titolo del disco, per esempio, unito alla sua copertina, rimanda a una strada che a Liverpool McCartney percorreva insieme al fratello Mike e a George Harrison quando erano tutti ragazzini. La storia compositiva di McCartney, in fondo, è un perenne tuffo nel passato: da “Penny Lane” a “Let It Be” – dall’universale al personale, dal barbiere pronto a radere un altro cliente al ricordo della madre scomparsa prematuramente che gli compare in sogno – pare che tutto ciò che faccia essere Paul quello che è oggi possa esistere davvero solo in quelle canzoni e in quegli istanti che rivive in esse.

Una ginnastica mentale che è un nuovo punto di partenza

In molti brani di Dungeon Lane, infatti, è il vero e proprio ritorno con la mente ai luoghi esatti in cui è cresciuto a ricondurre Paul a una pacificazione col presente e con la sua carriera, come se tutto ciò che ha scritto lo facesse quasi sentire in colpa di avere dei ricordi così vividi e ingombranti. Sembra assurdo scriverlo, e forse non è questo quello che sfiora la sua mente; tuttavia, il tono con il quale si immerge nella sicura quiete dei ricordi è quello di chi sa che tutto ciò che puoi cambiare per davvero non è il futuro ma il passato, che si può modellare e ripercorrere come meglio si crede.

Dungeon Lane, però, non è un esercizio prettamente nostalgico e tedioso: per McCartney rappresenta, anzi, la ginnastica mentale che gli serve per comporre un nuovo capitolo del suo percorso artistico. Per lui il comprendere chi sia oggi, a quasi 84 anni, passa attraverso il riflettere su cosa lo ha condotto fin qui e su cosa lo mantiene così energico e ispirato.

Questi 14 brani, prodotti dal giovane Andrew Watt, già al lavoro con Lady Gaga, Justin Bieber, Miley Cyrus e poi, negli ultimi anni, anche con Elton John e Rolling Stones, fanno rivivere i ricordi, personale e musicali, di McCartney nel presente. Non a caso The Boys of Dungeon Lane è puntellato alle sue basi da ciò che più ha segnato la vita artistica di Paul. Il tributo alla sincera e perenne amicizia con John Lennon pervade la commovente “Days We Left Behind”, una ballata pop onirica e romantica dove Paul chiude la porta in faccia ai rimpianti proprio quando stanno per bussare alla sua porta: “‘Cause nothing stays the same / And no one needs to cry”, canta, non più sfiduciato ma piuttosto speranzoso. Ringo è ospite nella intrigante “Home to Us”, dove vengono portate alla nostra attenzione una serie di immagini vivide nelle quali, in un continuum temporale oserei dire spensierato, l’Inghilterra di sessant’anni fa e quella di oggi sembrano convivere nello stesso istante.

Il ricordo di George Harrison fa capolino nella dolce e incalzante “Down South”, un rock sabbioso e velenoso che sembra ricordare gli Anni Cinquanta in musica dai quali i primi Beatles tanto furono ispirati. Teatrale e avvincente è “Life Can Be Hard”, potente e barocca come il grande teatro musicale di Paul sa essere da sempre, e altrettanto brillante è il folk soffuso e poetico, degno dei suoi migliori album degli Anni Settanta e Ottanta, di “First Stars of the Night”. «I know my little world is still alright», ripete Paul più a se stesso che a noi, mentre la melodia e l’arrangiamento sembrano catapultarlo in un’altra dimensione. Il turbinante pop viscerale ed elettrico di “Mountain Top”, degno dei migliori Wigs degli ’80s, a tratti forse un po’ pomposa ma eccellente dal punto di vista lirico e sonoro, è tra i momenti più originali e incisivi dell’album, come lo è l’acida viscosità del blues rockeggiante di “Come Inside”, intenso e pugnace.

Consistenza e ambizione tra ballate romantiche e grintosi blues e rock

Mentre si guarda indietro in ciò che scrive, McCartney non può non farlo anche a livello musicale, e i riferimenti alle sue multiformi anime sono tanti e ovunque, anche se mai troppo evidenti: se Paul è sia quello delle ballate romantiche e orchestrali sia quello dei divertissement più leggeri e zuccherosi sia quello dei rock and roll incalzanti e sguaiati, nulla di queste sue essenze manca, infatti, in Dungeon Lane, ma ognuna di esse tenta di riattualizzarsi oggi con nuove forme e nuove inclinazioni, riuscendoci interamente, non con un’originalità esasperata, che non viene neppure particolarmente ricercata, ma con un’ambizione e con una consistenza più che buoni.

In questo senso “Never Know” è probabilmente l’episodio più evidente e più riuscito di quest’attitudine: è un brano che sembra provenire dai mid-’60s, un concentrato di puro pop appiccicoso e avviluppante arricchito da un arrangiamento particolarmente lisergico e stringente, dove la progressione degli accordi sembra strizzare l’occhio a certi passaggi di Rubber Soul o di Revolver ma la cui vena a tratti bluesy guarda parzialmente ai Wigs.

Uno degli apici del disco viene raggiunto con il brano che lo chiude, “Momma Gets By”, una ballata démodé e totalizzante, dove splendono le orchestrazioni di Giles Martin che guardano, ovviamente, a quelle del papà, quelle derive abbacinanti che tanto segnarono le fortune di una delle fasi più affascinanti e innovative della carriera dei Fab Four. The Boys of Dungeon Lane è senza dubbio uno degli album migliori di McCartney da trent’anni abbondanti a questa parte: non si spinge verso territori nuovi, non pretende di stupire e non cerca di essere neanche un punto di arrivo nell’infinita carriera dell’ex Beatle; tuttavia è forse proprio per questa sua vibrante ed essenziale schiettezza che, pur non raggiungendo i vertici dei suoi lavori solisti migliori, sa conquistare chi lo ascolta con gusto e con sincera abnegazione.

75/100

Di Samuele Conficoni. Pubblicato originariamente su https://www.kalporz.com/2026/06/paul-mccartney-the-boys-of-dungeon-lane-capitol-2026/.


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Kalporz scrive di musica, con una propria visione, dal 2000. È da sempre attenta alle novità, alle tendenze, alle scene emergenti, e gli piace raccontarle in modo originale, senza filtri e con cura. In particolare la sua curiosità musicale è alla ricerca delle “cose belle”, al di là dei generi.

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(Collaboratore esterno) Kalporz scrive di musica, con una propria visione, dal 2000. E' da sempre attenta alle novità, alle tendenze, alle scene emergenti, e gli piace raccontarle in modo originale, senza filtri e con cura. In particolare la sua curiosità musicale è alla ricerca delle “cose belle”, al di là dei generi.

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