Autrice dirompente, voce radicale e necessaria nel panorama del fumetto italiano contemporaneo, Fumettibrutti (alias Josephine Yole Signorelli) è stata ospite del Trapani Comix per raccontare non solo il suo percorso artistico, ma soprattutto quello umano. Attraverso le sue opere, ha saputo dare forma e dignità a esperienze spesso invisibili, portando in primo piano tematiche legate all’identità di genere, alle persone trans e alla comunità LGBTQIA+.

Ciao Josephine e grazie per il tuo tempo. La prima domanda che vorrei farti riguarda il tuo nome da artista. “Fumettibrutti” è un nome che incuriosisce subito. Come e quando è nato questo pseudonimo? Cosa significa per te oggi?
I nomi che mi hanno accompagnato per la vita e che continuano ad accompagnarmi, in realtà io non li ho scelti, mi sono caduti addosso. Ma questo vale per qualsiasi nome: sia quello assegnato alla nascita, sia quello che ho adesso anche sui documenti, e anche questo d’arte. Anche perché quando io ho cominciato a disegnare in un certo modo – perché volevo raccontare delle storie – mi sembravano semplicemente brutti. C’è, ad esempio, un libro di Filo Sottile che si chiama La mostruositrans, che esplora il concetto del brutto anche legato, secondo me, all’identità del genere, alla sessualità. Questo è un modo, non so come dire, per far esplode l’argomento, lo arricchisce, un modo in cui la mostruosità, il brutto ti può far vedere le cose da un altro punto di vista. E, secondo me, i miei fumetti avevano bisogno di questo punto di vista, e non l’ho fatto neanche apposta, in un certo senso ho cominciato a disegnare così ed è venuto così.
Lo scorso 21 novembre sei stata protagonista al Premio Ciampi, dove ti è stato assegnato il Premio “Piero Ciampi a Fumetti”, insieme a una targa che riconosce il tuo stile originale e il tuo impatto nel panorama del fumetto contemporaneo italiano. Che emozioni hai provato nel ricevere questo riconoscimento? Com’è stato vivere quel momento?
Io ero assolutamente felice e orgogliosa anche perché Piero Ciampi è stato un cantautore per me importante. E mi fa piacere che ci sia finalmente un premio da qualche anno sulla sua figura. In più, mi sono avvicinata all’associazione, al premio, la prima volta nel 2018 per una mostra, per realizzare una tavola a fumetto su una sua canzone, e da allora è un rapporto che è rimasto. Sono rimasta in contatto e quindi quando mi hanno detto che mi avrebbero dato il premio per il fumetto io ero molto felice perché non sono cose scontate al giorno d’oggi.
Nel tuo lavoro c’è sempre una forte componente autobiografica. Quanto è difficile mettersi a nudo, e quanto invece è liberatorio?
Se fosse difficile penso che non l’avrei fatto; perché la possibilità di raccontare se stesse ti dà in automatico un superpotere che ti permette anche di non provare vergogna. Ecco, il rapporto con la vergogna nella mia scrittura è sicuramente fondamentale, perché se mi fa provare vergogna allora è la cosa giusta da scrivere. Sicuramente una tecnica che mi ha accompagnata negli anni è stata questa del provare vergogna nel libro, nella scrittura e che poi mi sembra che mi abbia fatto scrivere anche delle cose che mi avrebbero interessato anche se non le avessi scritte io; quindi, sarei stata una mia lettrice forse.
Nei tuoi lavori hai affrontato temi legati al corpo, al sesso, all’identità e al genere con una forza e una semplicità rare. Ti sei mai chiesta se c’è un tema che vorresti abbracciare in futuro diverso da quello autobiografico?
Allora in realtà io ho già fatto un fumetto adattamento di un altro libro, La separazione del maschio di Francesco Piccolo. Mi piaceva molto anche usare quel libro come inizio per quest’altro percorso.
Uno, ad esempio, dei miei artisti preferiti per non citarne tanti altri è Guido Crepax e lui ha raccontato le storie di Valentina per tutta la sua vita, fin quando poi non si è messo a fare anche adattamenti di altre opere. Prendendo esempio da lui (come qualsiasi regista che non prende un soggetto originale, magari prende il libro, un’altra opera, anche un videogioco, e la trasforma nella sua opera) io ho pensato che vorrei fare lo stesso un giorno. Infatti ho in mente degli adattamenti e mi farebbe piacere anche occuparmi – sempre ovviamente con le mie tematiche, con il mio spirito, col mio disegno – anche di trasformare le opere degli altri in opere mie.

Parlando, invece, della tua ultima graphic novel, Tutte le mie cose belle sono rifatte, la presenza del parlato, del testo è molto più presente rispetto ad altre opere, da cosa è nata questa diversa impostazione?
In realtà è stato molto naturale, nel senso che io ho sempre scritto per me stessa dei diari a fumetti; e avevo ritrovato anche questo primo fumetto fatto alle superiori che era una specie di manga in cui raccontavo quello che mi sta succedendo in quel momento. E devo dire che probabilmente, proprio perché leggevo ancora più fumetti di quanti ne leggo oggi, ho ritrovato in quel giro di scrittura una possibilità nuova di cambiare il punto di vista su quello che mi era successo. Mentre gli altri libri ho messo in scena delle cose che mi sono accadute, qui invece ho deciso di usare una voce un po’ più diaristica e mi sono divertita molto e penso che ne scriverò un altro così.

Il tuo successo e la tua notorietà anche oltre il mondo del fumetto hanno fatto di te una testimone ed una voce importante per il movimento LGBTQIA+. Ne senti la responsabilità (o anche il peso) e come gestisci questa situazione?
Non so se è giusto dire che ne sento il peso, ma sicuramente la responsabilità c’è. Devo dire che, negli anni, non è una cosa che mi ha pesato: cambiare un certo tipo di linguaggio o cercare di farmi capire o cercare di passare il microfono ad altre realtà. Secondo me, l’importante è capire che nel momento in cui tu vieni presa ad esempio non lo scegli da sola: non c’è un momento in cui tu ti puoi dare dell’attivista da sola. “Attivista” come “artista” come “stronza” non sono parole che ti puoi dire da sola, sono le altre persone a dirti così. E quindi anche nel mio caso, io ci sono capitata. Però, l’ho presa molto seriamente questa cosa. Quindi penso che ci sarò sempre, con i miei tempi, anche perché, ad esempio, tante cose che facevo prima sui social in questo momento non le posso fare perché (con le mie storie e molte delle cose che racconto scrivo e parlo) vengo anche shadowbannata dai social. In Italia, ad esempio, nonostante la legge sia quella dell’Unione Europea, noi, comunque, viaggiamo sull’app che ha lo statuto federale negli Stati Uniti. La legge a cui risponde Instagram è una legge degli Stati Uniti quindi è ovvio che, se negli Stati Uniti cambia l’aria, cambia anche sull’app che stai usando. E questo ovviamente è un ragionamento che bisogna fare anche nel momento in cui diventi famosa su delle app che fanno parte del contesto americano e quindi anche lì cercare di capire come raccontare cose sui social di persona. Ad esempio, io sto portando in giro il mio spettacolo, leggendo Tutte le mie cose belle sono rifatte e la possibilità di dire liberamente quello che penso o di poter semplicemente iniziare lo spettacolo dicendo “Palestina libera”, non sentendomi assolutamente in difficoltà – differentemente da quando vengo bloccata o segnalata dai social – devo dire che mi aiuta. È la mia nuova forma di espressione e mi sono resa conto che anche il pubblico che avevo sui social in realtà ha percepito questa cosa nonostante io non l’abbia ancora verbalizzata; quindi per me è una cosa importante.
Negli eventi organizzati nelle giornate del Trapani Comics sei stata una delle ospiti della conferenza “Raccontarsi e raccontare l’amore”. Come hai vissuto il confronto con Stefania Auci e con Francesco Cattani su questo tema così delicato così intimo?
Io e Francesco lavoriamo spalla a spalla tutto il giorno e parliamo di moltissime cose: di storie, di film, di libri, di fumetti ma soprattutto di amore. Ed è stato come farlo nel mio salotto di casa, praticamente abbiamo parlato con una nuova amica, perché non conoscevo di persona Stefania, non conoscevo il suo lavoro. Ed è bello quando ti senti a tuo agio nel parlare di qualcosa di cui ti rendi conto che ancora oggi molte persone, anche chi in teoria è libero di poterlo fare, non ne parlano, come se fosse solo qualcosa di adolescenziale e come se l’adolescenziale fosse brutto, una cosa brutta. Invece, io i miei sentimenti li esprimo, li verbalizzo; mi piace parlare, mi piace raccontare, mi piace chiedere a altri come farlo ed è una cosa che facevo anche con le “domande brutte” che facevo sui social e che non posso più fare proprio per il motivo che dicevo prima.

Un’altra conferenza alla quale hai dato un contributo importante è stata quella dedicata all’identità, offrendo la tua esperienza. Come pensi che lo Stato possa supportare le persone trans e le loro famiglie nelle situazioni in cui molto spesso si trovano?
Innanzitutto, bisogna cominciare dal fatto che magari non dovrebbero ostruire il nostro percorso, non dovrebbero permettere che ci siano un certo tipo di commenti o di offese gratuite nei nostri confronti. E questo già sarebbe tanto, perché è assurdo che io debba dire questa cosa. In realtà, il governo permette a certi commentatori e utenti del web di offendere liberamente. E non si tratta solo di insulti online: come ho raccontato in un video, dopo l’ascesa di Trump – un periodo in cui molte persone hanno creduto di poter finalmente dire tutto ciò che pensavano, senza filtri – sono stata insultata alla fermata del bus e la mia reazione è stata ovviamente di dispiacere, soprattutto perché le persone attorno a me non hanno detto nulla, non sono intervenute. E ho deciso di raccontarlo in un video, proprio perché, anche se non va sempre tutto male, non è nemmeno giusto non dire quando le cose a volte non vanno bene e in quel caso è andata così. Secondo me era proprio un momento in cui ci si sentiva liberi di poter esprimere qualsiasi tipo di opinione, mentre in realtà bisogna ricordarsi che siamo davanti a delle persone e che le persone non conformi al proprio genere non hanno a che fare soltanto con la chirurgia, con la terapia ormonale. Potrebbero essere molte di più di quelle che pensiamo, solo che magari non hanno la possibilità di venire fuori, perché la società le continua ad etichettare come persone sbagliate o persone che, appunto, stanno facendo una scelta o sono capricciose, ma non è così. E dobbiamo parlare sempre di più, abbiamo bisogno di più sportelli, proprio perché devono mettersi in ascolto con noi anche le istituzioni. Devo dire che aiuta molto che siano anche le comunità dal basso a creare gruppo, quindi questa conferenza a Trapani è importantissima.
Intervista condotta dal vivo al Trapani Comix and Games il 25 maggio 2025 a Fumettibrutti
Fumettibrutti
Josephine Yole Signorelli, in arte Fumettibrutti, nata a Catania nel 1991, è una delle autrici più amate e seguite del fumetto italiano, anche grazie al suo impegno sociale. Il suo esordio editoriale è arrivato nel 2018 con Romanzo esplicito (Feltrinelli Comics, 2018), con il quale ha vinto il Premio Micheluzzi come migliore opera prima. Sempre per Feltrinelli Comics ha scritto la graphic novel P. La mia adolescenza trans (2019), che le è valso il premio Gran Guinigi di Lucca come migliore esordiente.
Nel 2019 ha scritto un racconto nell’antologia Post Pink (Feltrinelli Comics), e nel 2020 è stata curatrice del volume antologico Sporchi e subito. Tra le altre sue pubblicazioni compaiono inoltre: Anestesia (2020), la graphic novel CenerentoIA scritta insieme a Joe1 nel 2021, Ogni giovedì una striscia (2022) e Tutte le mie cose belle sono rifatte (2024). Fumettibrutti può vantare numerose collaborazioni di prestigio, come con La Repubblica e Le Iene.
