Avengers Endgame: una storia di eroi prima che di supereroi

Avengers Endgame: una storia di eroi prima che di supereroi
Tanti sono i significati che si possono associare ad Avengers Endgame, quanto le chiavi di lettura con cui provare a dare una interpretazione alla pellicola. Tra queste c’è sicuramente l’importanza fondante dei legami familiari, nel senso più ampio del termine.
Avengers Endgame: una storia di eroi prima che di supereroi_Approfondimenti
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Le chiavi di lettura e le relative prospettive di analisi che una pellicola come Avengers Endgame mette sul piatto sono molteplici. Le tre ore di durata del film offrono una quantità di materiale talmente vasto, con una serie di livelli di lettura stratificati e sovrapposti, che le tipologie di approfondimento critico che si possono impostare sono numerose – come si evince anche dal gran numero di articoli digitali e cartacei usciti sulla pellicola fin dal giorno stesso dell’esordio nei cinema – e tutte potenzialmente valide.

Da un’analisi dei contenuti da un punto di vista prettamente legato al linguaggio cinematografico a una ricerca delle varie saghe a fumetti citate e usate all’interno del film, fino ad approfondimenti sulle teorie dei viaggi temporali o ad analisi ad ampio spettro sulle ventidue pellicole del Marvel Cinematic Universe realizzate in oltre dieci anni. Questi sono alcuni degli spunti di discussione che Endgame ha generato.

In questo articolo proviamo ad analizzare il film secondo una chiave di lettura che individua nell’intero sviluppo narrativo di Endgame e nell’arco percorso da molti dei suoi personaggi una serie di elementi tutti riconducibili a una riflessione sul significato di famiglia, intesa nella più ampia accezione del termine.
Una lettura della storia che chiude questa prima fase del MCU che rifugge dall’epica comunque presente e fondamentale all’intera riuscita della pellicola, per concentrarsi su alcune dinamiche messe in campo che hanno a che fare più con l’umano e l’eroico piuttosto che il supereroico.

È questo un tipo di interpretazione che molto si avvicina a quanto espresso nell’approfondimento sul Nuovo umanesimo supereroico, una sorta di corrente sotterranea che negli ultimi anni sta attraversando il fumetto di genere statunitense; un’interpretazione e una concezione del supereroe che lo pone e lo caratterizza più vicino all’umano che al divino, più fallace che invincibile, più definito dai legami e dai sentimenti che sviluppa piuttosto che da un eroismo fine a se stesso.

Per poter portare avanti questa analisi sarà necessario argomentare le tesi con alcuni importanti spoiler riguardanti sviluppi narrativi e personaggi fondamentali nel film. Per tale motivo, consigliamo a chi non avesse ancora avuto modo di vedere la pellicola di interrompere qui la lettura e magari di ritornare a questo articolo dopo essersi gustati la visione di Endgame.

Ronin o senza famiglia

Clint Barton – Occhio di falco – sta passando un pomeriggio spensierato con la propria famiglia quando, nel momento in cui Thanos schiocca le dita alla fine di Infinity War, sua moglie e i suoi figli si dissolvono nel nulla. È questa la scena di apertura di Endgame, una delle più toccanti ed emotivamente intense del film.

Va dato atto ai fratelli Russo e agli sceneggiatori Christopher Markus e Stephen McFeely di aver continuato a caratterizzare Occhio di falco nel solco impostato da Joss Whedon nella seconda pellicola dedicata agli Avengers, Age of Ultron. Clint, nel MCU, è stato deputato a rappresentare l’eroe che ha deciso di costruirsi una famiglia (tradizionale, moglie e figli) e che soprattutto ha deciso di mettere questa al primo posto nei valori della propria esistenza, con tutto il seguito di scelte complesse e problematiche che scaturiscono dai suoi doveri di supereroe.
Occhio di falco non compare in Infinity War proprio perché ha deciso di appendere l’arco al chiodo e dedicarsi ai propri cari. Per tale motivo, dedicare l’apertura di Endgame  alla devastante perdita di Barton, sottolinea sin da subito come l’elemento familiare sia uno dei temi portanti del film.

È Clint a offrirsi volontario per testare il meccanismo di viaggio nel tempo ideato da Tony Stark, per assecondare il desiderio recondito di potere riabbracciare la sua famiglia, nonostante gli sia proibito interagire nel passato. Ed è proprio il cellulare di Clint a suonare subito dopo che Hulk ha indossato il Guanto dell’Infinito con le gemme e ha schioccato le dita per far tornare in vita gli esseri viventi uccisi da Thanos: l’inquadratura dello schermo dello smartphone con il nome di Laura (moglie di Barton) è la dimostrazione che il tentativo degli eroi è andato a buon fine.

Infine, è proprio Occhio di Falco a prendere in custodia il guanto con le gemme e a difenderlo, subito dopo l’arrivo di Thanos nel presente narrativo della storia.

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Ant-Man, con la famiglia

Scott Lang, rimasto imprigionato nel regno quantico alla fine di Ant-Man 2, riesce casualmente a sfuggirne. Per l’eroe sono trascorse appena cinque ore e non i cinque anni che ha vissuto il mondo intero dalla tragedia e un esterrefatto Scott si aggira per una San Francisco per lui irriconoscibile.
Il momento in cui Lang arriva al memoriale eretto sotto il Golden Gate, in cui sono riportati i nomi di tutti gli abitanti di Frisco uccisi da Thanos, è un’altra scena toccante posta all’inizio della pellicola. Scott cerca disperato il nome della figlia, sperando di non trovarlo, e quando invece scopre di essere lui tra gli scomparsi, si rende conto del dramma vissuto dalla ragazza negli ultimi anni e corre disperato a casa.
L’incontro tra Cassie (ora cresciuta) e il padre è un altro dei passaggi toccanti di Endgame , a rimarcare quanto i legami familiari siano elemento fondante della narrazione.

Tanti tipi di famiglia

La parola famiglia, il rimando all’elemento familiare e all’importanza dei legami che definiscono gli esseri umani ritornano costanti per tutta la durata del film, a scandire passaggi narrativi importanti o come contrappunto a scene di transizione, definendo quasi una sorta di ritmo e richiamando tali concetti alla mente degli spettatori.
Troviamo un triste Rocket Racoon, seduto sconsolato sulla passerella dell’astronave dei Guardiani della Galassia che ha riportato Stark sulla Terra, ammettere che proprio i suoi compagni scomparsi erano l’unica famiglia che avesse mai avuto.

A cinque anni dalla tragedia, Steve Rogers porta avanti a modo suo il tentativo di ricostruzione psicologica dei sopravvissuti organizzando gruppi di ascolto. In uno di questi incontri, un uomo (interpretato da uno dei fratelli Russo) racconta come tra le persone eliminate da Thanos ci fosse il suo compagno e come, solo adesso, a distanza di un lustro, abbia accettato il fatto che sia necessario andare avanti, provando a costruire un nuovo legame affettivo con un’altra persona.

Al momento del ritorno degli eroi alla base, dopo la missione temporale per il recupero delle gemme dell’Infinito, Occhio di Falco annuncia ai compagni il sacrificio della Vedova Nera per l’ottenimento della gemma dell’anima. Tony, affranto, chiede se qualcuno sapeva se Natasha avesse famiglia e Cap risponde: “Eravamo noi la sua famiglia”.
È proprio il personaggio interpretato da Scarlett Johansson che, dopo lo sterminio di Thanos, continua a portare avanti il progetto Avengers, poiché il gruppo per lei rappresenta un valore positivo, quello di una famiglia non biologica ma comunque centro di affetti  che l’ha trasformata, facendola diventare una persona migliore, come rivela a Steve.
E in quest’ottica si può leggere il suo sacrificio, un gesto d’amore incondizionato per regalare ai suoi “familiari” e a Occhio di Falco una seconda possibilità di vita.

Thor, inviato con Rocket Racoon su Asgard nel 2013 a recuperare la gemma della realtà, si commuove alla vista della madre Frigga, che di lì a poco perisce negli eventi raccontati in Thor 2, ed è protagonista con lei di un breve ma intenso dialogo grazie al quale il dio del tuono riacquista fiducia in se stesso e recupera anche il suo martello Mjolnir.
Forse la caratterizzazione data a Thor è tra le più coraggiose di Endgame: un eroe devastato sul piano fisico e psicologico che non perdona a se stesso l’incapacità di non aver saputo difendere il popolo di Asgard – decimato da Thanos tanto all’inizio che alla fine di Infinity War -, la famiglia che aveva giurato di difendere e guidare alla conclusione di Ragnarok.

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Tony e Steve, dopo non essere riusciti a recuperare il Tesseract nella New York del 2012, decidono di andare ancora più indietro nel tempo fino al 1970 in una base segreta dello S.H.I.E.L.D. per prendere il manufatto cosmico e altre particelle Pym, necessarie per il viaggio nel tempo attraverso il regno quantico.

Qui Tony si imbatte nel padre Howard Stark e i due hanno modo di passare un po’ di tempo insieme, proprio alla vigilia di quella che sarebbe stata la nascita di Tony: l’incontro si chiude con un intenso commiato tra padre e figlio, con quest’ultimo obbligato a non rivelare la propria identità al genitore.
Contemporaneamente Steve ha modo di osservare di nuovo Peggy Carter, la donna da lui amata negli anni ’40 e mai dimenticata, dalla quale non ha mai potuto accomiatarsi a causa dello scontro con il Teschio Rosso e la sua successiva ibernazione fino agli anni 2000.

Proprio questo evento è alla base della scelta di Steve alla fine di Endgame. Incaricato di riportare il Tesseract nell’epoca in cui era stato prelevato, Cap non fa ritorno nel presente narrativo ma, a pochi metri dalla piattaforma temporale, Bucky e Sam Wilson, l’eroe Falcon, scorgono un vecchio seduto sulla riva del lago.  Avvicinatisi, scoprono che si tratta di uno Steve anziano ma felice, che ha deciso di fermarsi nel passato rinunciando al suo ruolo di Capitan America per costruire una famiglia con Peggy.

Al concetto di importanza di valori familiari, qui si lega un valore altrettanto importante veicolato dal film e strettamente connesso ai primi. Cap, ormai anziano, consegna il suo scudo a Sam, di fatto investendolo del ruolo di suo successore: è la legacy, il passaggio di valori e responsabilità da una generazione all’altra, che inizi a costruire dove l’altra si è fermata.

È altresì vero che il finale dedicato Cap, pur essendo molto umano ed emozionante, possa essere interpretato come una resa egoistica del personaggio. Si smette di essere eroi, si smette di sacrificarsi per un bene più grande, per poter perseguire solo la propria felicità.

Pur essendo questa una interpretazione interessante e plausibile, non fa che rendere ancora più umano e vero l’eroe. Pensiamo all’enorme “sacrificio” che Steve sente di avere compiuto, messo in campo fin dalla conclusione del suo primo film e che è stato sottolineato a più riprese anche in decine di storie a fumetti: Cap si sente sradicato dal suo tempo, dopo avere dedicato tutto il suo essere alla difesa del proprio Paese durante la guerra e alla vittoria dei valori della libertà. Questo suo altruismo ha avuto come ricompensa la rinuncia ai suoi legami affettivi, a Peggy.
Alla fine di Endgame, Steve è consapevole di avere dato tanto agli altri e ritiene che un po’ di felicità gli sia dovuta: tutto ciò crea una vicinanza emotiva con il pubblico.

Questi sono solo alcuni esempi estrapolati dalla pellicola nei quali viene rimarcata l’importanza dei legami familiari (ripetiamo, nel più ampio senso del termine) durante la narrazione di Endgame.
Ma tale chiave di lettura si manifesta ancora più evidente e pregnante nelle due figure principali della pellicola e, per certi versi, le più rappresentative di questa prima fase del MCU: Tony Stark e Thanos.

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Una su quattordici milioni

All’inizio del film, a qualche decina di giorni dallo schiocco di dita di Thanos, Tony Stark è alla deriva nella galassia sull’astronave dei Guardiani e lì, con il casco di Iron Man, registra un messaggio di addio a Pepper Potts, prima che l’ossigeno finisca.
Grazie all’intervento di Capitan Marvel, Tony riesce a tornare sulla Terra e, seppur affranto dalla perdita di Peter Parker (“Ho perso il ragazzo” sono le prime parole rivolte a Steve appena sbarcato dalla nave), quasi un figlio per lui, si dimostra da subito l’unico degli eroi deciso a vivere nel presente, piuttosto che cercare di vendicare il passato.

Tony è l’unico in grado di superare il disturbo da stress post traumatico dopo gli eventi di Infinity War e riesce a farlo grazie alla costruzione di una famiglia, ponendo una ideale conclusione all’evoluzione dell’eroe iniziata con Avengers e sviluppata in Iron Man 3 e Civil War.
Lo troviamo dopo cinque anni padre di una bambina, ritiratosi a vita privata insieme a Pepper, che inizialmente declina la richiesta di aiuto dei suoi ex compagni per cercare una soluzione per recuperare le gemme dal passato, poiché lui è riuscito a superare il trauma e costruirsi un nuovo nucleo di equilibrio.

Ma proprio l’importanza dei valori familiari e affettivi, la possibilità di riportare in vita colui che per lui era quasi un figlio, gli fa cambiare idea e lo porta fino all’epilogo.
Nel fragore della battaglia finale fra gli eroi e le schiere di Thanos, gli sguardi di Doctor Strange e Iron Man si incrociano, e Stephen, con il volto tirato, fa il segno dell’uno con la mano a Tony, a indicare quell’unica possibilità su quattordici milioni che hanno gli eroi di sconfiggere il titano pazzo.

È in quell’attimo, in quello scambio di sguardi che, da un lato, il pubblico capisce il destino di Iron Man e, dall’altro, Tony si trova a dover rispondere a una richiesta impossibile: non tanto sacrificare la sua vita quanto rinunciare alla propria famiglia, lasciarla e non vedere crescere sua figlia.

Al contempo è proprio nella forza di quei valori, nella convinzione che il suo sacrificio regalerà alla figlia una possibilità di futuro, il ruolo ultimo di ogni padre, che Tony trova la forza di arrivare in fondo al suo destino. E l’ottima caratterizzazione fornita a Pepper nel momento finale della vita del marito, il suo non disperarsi ma congedare l’amato con un “Non preoccuparti per noi, staremo bene”, racchiude la consapevolezza che quello compiuto da Iron Man non è un gesto supereroico, ma qualcosa di più vero e importante: la materializzazione dell’amore di un padre per la figlia.

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I due titani

Non è sbagliato dire che Endgame ci regala due Thanos. Il primo è quello di Infinity War, decapitato da Thor all’inizio del film; il secondo è quello del 2014, che è ancora all’inizio del suo percorso di raccolta delle gemme e che porterà lo scontro nel presente narrativo della storia. La discriminante tra i due risiede nella perdita di una figlia.

Il Thanos che porta la battaglia finale sulla Terra, viaggiando dalla sua linea temporale del 2014 fino al 2019, è un personaggio volutamente meno psicologicamente sfaccettato rispetto alla sua controparte di Infinity War e più vicino al titano pazzo adoratore della morte dipinto dal suo creatore  Jim Starlin in numerose storie a fumetti. Con la possibilità di avere subito a disposizione il Guanto dell’infinito completo di tutte le gemme, Thanos pianifica la nullificazione dell’intero universo, consapevole che finché ci saranno dei sopravvissuti le sue azioni non verranno accettate.

Il Titano si dimostra consapevole solo di ciò che ha ottenuto, ma non di quello che ha dovuto perdere, non avendo compiuto il percorso dalla sua controparte del film precedente, la quale ha dovuto rinunciare a una figlia amata, Gamora, per compiere ciò che nella sua mente riteneva il cammino morale più giusto.
Il Thanos che alla fine di Infinity War troviamo ritirato su un pianeta bucolico, che ha dismesso la sua armatura e la usa come spaventapasseri, è un essere provato, un padre su cui il sacrificio della figlia pesa come un macigno, una colpa ineluttabile. Per tale motivo distrugge le gemme, perché ha ottenuto il proprio scopo, perché dopo averlo ottenuto “tutto ciò che resta è la tentazione”.

Un personaggio straordinariamente profondo, la cui versione più “semplificata” di Endgame serve proprio per accentuarne lo spessore psicologico.  Un titano vittorioso, ma un padre distrutto. Perché la potenza dei legami familiari, anche in una prospettiva malata, è sempre fondante.

Quanto scritto finora pone dunque Endgame in una prospettiva più ampia di quella già importante di conclusione  di un percorso filmico ultradecennale e composto da ventidue pellicole: tale conclusione è anche la magnficazione di una serie di valori che nei fumetti Marvel sono portati avanti da molti decenni.

I personaggi della Casa delle Idee, nelle versione cinematografica come in quella cartacea, sono umani non solo perché vittime di (super)problemi comuni, ma anche e soprattutto perché definiti dai loro rapporti familiari, di amicizia e di amore.

Perché, come avviene nei fumetti, il MCU ci ha raccontato storie di eroi piuttosto che di supereroi. E speriamo continui a farlo, con una “nuova generazione” di personaggi che già emerge alla fine del film.
Ma per raccontare questa storia c’è ancora tempo. Per adesso godiamoci un meritato e appagante finale.

2 Commenti

2 Comments

  1. Anders Ge

    24 Maggio 2019 a 18:23

    Sarà, ma per me questo film lo state “mitizzando” un po’ troppo.
    Poi, boh, sarò io meno “sensibile” o un po’ prevenuto nei confronti dei cinecomics (che non amo), ma a me pare veramente troppo sopravvalutato.
    Non per la parte tecnica ma per quella dei significati.
    Parere personale, sia chiaro.

    • David Padovani

      27 Maggio 2019 a 12:31

      Ciao “Anders Ge”, grazie del commento e, soprattutto, grazie per aver letto il pezzo.
      Che dire? Se “la bellezza è negli occhi di chi guarda”, lo stesso credo si possa dire dei “significati”. Intendo dire che la chiave di lettura che ho provato ad argomentare nel mio approfondimento è assolutamente soggettiva e non vuol avere nessuna pretesa di esaustività.
      Detto ciò, personalmente ritengo che con Endgame alla Marvel siano riusciti a chiudere (per il momento) un progetto cinematografico partito nel 2008 che, in undici anni, ha saputo trasporre la complessità, la profondità, l’interconnessione e le tematiche che la Casa delle Idee ha costruito in decenni di storie a fumetti.
      Adattando il tutto a un nuovo linguaggio, ovviamente, e come è giusto che sia, prendendosi determinate libertà di trasposizione.
      Come abbiamo scritto anche nella recensione della pellicola, Endgame non è certo esente da difetti ma nel complesso è un film che riesce a chiudere con efficacia (quasi tutte) le trame imbastite in 22 pellicole e a racchiudere in sé i significati fondanti incarnati dagli eroi della Marvel.

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