Topolino #3303: La stoffa inconsumabile

Topolino #3303: La stoffa inconsumabile

E’ bello leggere su Topolino sempre più storie di chiara ispirazione ciminiana. Ed è ciò che avviene anche con la storia d’apertura del #3303, attualmente in edicola.

Ghette magiche

Dopo essere sfuggito per l’ennesima volta all’assalto amorosi di Brigitta, Paperone si ritrova con le ghette così mal ridotte da considerare l’ipotesi di cambiarle. E l’unica soluzione a basso costo, se non gratuita, è rivolgersi al nipote Gastone. Peccato che il papero più fortunato di Paperopoli possiede solo quel paio di ghette, realizzate con una stoffa inconsumabile e regalategli da una sarta ambulante. Inizia così la ricerca di Paperone e Gastone per risolvere Il mistero della stoffa inconsumabile.
Giorgio Fontana su un soggetto chiaramente ispirato alle storie di Rodolfo Cimino, come evidente sin dal titolo, riesce a costruire una storia dinamica e divertente, dove scherza sull’abitudine dei personaggi di parlare ad alta voce e in qualche modo prende in giro lo stesso Paperone per l’eccessiva mania al risparmio. Come giusto che sia in un soggetto ciminiano, arriva anche il prezioso insegnamento morale, che viene rafforzato grazie al fatto che il buon Archimede Pitagorico è riuscito a capire come riprodurre la stoffa di cui sono fatte le ghette di Gastone (approfondiremo brevemente più sotto).
Ad affiancare lo scrittore troviamo Alessia Martusciello, il cui stile classico molto vicino a quello di Maria Luisa Uggetti risulta un’ottima scelta per una storia che ha sostanzialmente l’impianto di una piccola indagine.

Nanotecnologie al servizio dei vestiti

Come avevo anche accennato per La palandrana auto-adattante, le nanotecnologie stanno entrando nei nostri vestiti. Per il momento vengono introdotti solo poche quantità di nanoparticelle all’interno dei tessuti (è ancora presto per parlare di tessuti nanotecnologici in senso stretto) utilizzate per lo più per rendere i vestiti igienicamente migliori, ovvero per proteggerci ad esempio dall’attacco dei batteri. La possibilità di utilizzare la nanotecnologia per la realizzazione, magari abbinata con dei polimeri resistenti ma flessibili proprio come una stoffa, è insita nell’idea iniziale che ha ispirato tali ricerche.
Nel 1959 Richard Feynman nella sua famosa conferenza There’s plenty of room at the bottom (1) a un certo punto afferma:

Ora arriva la domanda interessante: come possiamo realizzare dei meccanismi così piccoli? Lo lascio a voi. Comunque, permettetemi di suggerire una strana possibilità. Come sapete, nelle centrali nucleari ci sono materiali e macchine che non possono essere maneggiate direttamente poiché sono diventati radioattivi. Per svitare dadi e avvitare bulloni e così via, hanno una serie di mani principali e servitori (2) , così che operando un insieme di leve qui, si possono controllare le mani lì, e in questo modo si possono girare e così si possono maneggiare le cose piuttosto/abbastanza esattamente/bene.
(…) Ora, voglio costruire un molti dispositivi identici – un sistema di padroni-servitori che opera elettricamente. Ma voglio che i servitori siano costruiti con particolare attenzione da moderni meccanici a grande scala (3) così che essi siano a un quarto della scala delle mani che si manovrano normalmente. Così avete uno schema da cui è possibile fare cose a un quarto della scala in ogni caso – i piccoli servo motori con piccole mani lavorano con piccoli dadi e bulloni; trapanano piccoli fori; sono quattro volte più piccoli. Aha! Così costruisco un tornio grande un quarto; costruisco strumenti grandi un quarto; e realizzo, a un quarto di scala, ancora un’altra serie di mani di nuovo a una grandezza relativa di un quarto! Che è una grandezza di un sedicesimo dal mio punto di vista. E dopo aver finito di fare ciò cablo direttamente dal mio sistema a grande scala, attraverso dei trasformatori magari, ai servo motori grandi un sedicesimo. Così posso ora manipolare le mani grandi un sedicesimo.
Bene, avete appreso il principio da qui. E’ un programma piuttosto difficile, ma non è impossibile. (4)

Nella foto di sinistra Richard Feynman guarda al microscopio il motore elettrico miniaturizzato (ingrandito nella foto di destra) da William McLellan nel 1960

L’idea di Feynman era dunque quella di costruire una serie di nanomacchine in grado di manipolare direttamente gli atomi per “costringerli” a prendere delle forme particolari, per cui non sarebbe così incredibile immaginare un polimero con delle nanomacchine al suo interno in grado di ripararlo utilizzando atomi presenti nell’ambiente circostante. Una soluzione di questo genere, però, presenta indubbiamente un problema legato all’energia necessaria per reperire il materiale polimerico nell’ambiente, oltre a una questione un po’ più sottile rilevata da Richard Smalley nel 2001 (5) : non è possibile miniaturizzare gli operai di Feynman oltre certi limiti, poiché gli atomi da manipolare resterebbero inevitabilmente appiccicati alle nano-dita delle nano-mani, rendendole così troppo appiccicose per rimodellare gli atomi in maniera efficace.

La seconda parte di questo articolo è basata su “Waldo e la strada verso la miniaturizzazione“. La recensione completa del numero verrà pubblicata domenica su DropSea


Note:
  1. Datata 29 dicembre 1959, venne successivamente pubblicata su Caltech Engineering and Science, Volume 23:5 del febbraio 1960. Una sua versione editata apparve a novembre 1960 su Popular Science e può essere letta su Modern Mechanix, dove potete trovare sia il testo sia la versione scannerizzata dell’articolo pubblicato. In Italia una sua traduzione la si può trovare sul volume dell’Adelphi, Il piacere della scoperta 

  2. In originale Feynman utilizza i termini master e slave come aggettivi 

  3. Con modern large-scale machinists Feynman intende che i meccanici da utilizzare sono a grandezza umana! 

  4. There’s plenty of room at the bottom, Caltech Engineering and Science, Volume 23:5 

  5. Smalley R.E. (2001). Of Chemistry, Love and Nanobots, Scientific American, 285 (3) 76-77. doi:10.1038/scientificamerican0901-76 (pdf).