L'astro infernale

L’astro infernale

Meastro dell’horror, Junji Hito ha all’attivo una lunga serie di manga di genere che da alcuni anni a questa parte stanno arrivando anche in Italia, come il corposo Remina. L’astro infernale edito dalla Star Comics.
La storia, pubblicata su un corposo volume di oltre 280 pagine, inizia con una scena che richiama al Frankenstein cinematografico: una folla assetata di sangue inneggia alla morte di una ragazza legata a una croce mentre nel cielo incombe un inquietante occhio mostruoso. La storia, dopo questo inizio, si dipana come un vero e proprio flashback fino a ricongiungersi con il momento del sacrificio a partire dalla scoperta di un nuovo pianeta, sputato fuori da un wormhole avvenuta un anno prima degli eventi del prologo.

La tana del bruco

Diagramma incapsulato (embedded) di un wormhole di Schwarzschild – via commons

Letteralmente buco di verme, sebbene mi piaccia renderlo come tana del verme o tana del bruco, un wormhole è tecnicamente un ponte di Einstein-Rosen, una particolare struttura geometrica (o topologica) dello spaziotempo che in pratica coincide con una scorciatoia tra due punti lontani dell’universo, permettendo di collegarli senza violare il limite superiore della velocità della luce.
A dispetto del nome, il primo a teorizzarne l’esistenza fu il fisico austriaco Ludwig Flamm nel 1916(1) pochi mesi dopo la pubblicazione della soluzione delle equazioni di campo relativistiche da parte di Karl Schwarzschild, quelle che predicevano l’esistenza dei buchi neri. Tale genere di wormhole, detto anche wormhole di Schwarzschild, venne successivamente riscoperto da Albert Einstein e Nathan Rosen nel 1935(2).
Immaginando che lo spaziotempo non possegga alcuno spigolo, si scopre che oltre alla regione interna di un buco nero al cui interno stanno cadendo le particelle che attraversano l’orizzonte degli eventi, deve esistere anche una regione interna di un buco bianco dall’esterno del quale è possibile osservare le traiettorie in uscita dall’orizzonte degli eventi. Le regioni esterne delle due zone di spaziotempo sono collegate da una struttura tubolare (o ipertubolare, visto che parliamo di un universo a 4 dimensioni) che le collega: il ponte di Einstein-Rosen.

Interpretazione artistica dell’attraversamento dell’orizzonte degli eventi di un wormhole – via commons

Se già così la faccenda è esotica, pensate quanto esotica diventa quando nel 1962 John Archibald Wheeler, che aveva dato il nome wormhole al ponte di Einstein-Rosen, e Robert Fuller mostrarono che questo genere di wormhole non potrebbe essere stabile se le due zone dello spaziotempo collegate appartengono allo stesso universo(3): all’interno di questa descrizione matematica l’esistenza di un wormhole diventa allora legata all’esistenza di un altro universo. Inoltre, e ciò complica ulteriormente la faccenda, i wormhole di Schwarzschild non possono essere attraversati in entrambe le direzioni, ma sono strade a senso unico.
Ovviamente esplorare un altro universo senza possibilità di ritorno non è una bella prospettiva, così i cosmologi (i fisici teorici dello spazio) pensarono e ripensarono al problema fino a che non trovarono un meccanismo che avrebbe potuto permettere ai wormhole attraversabili in entrambi i sensi di essere stabili: l’effetto Casimir. Tale effetto mostra come la densità di energia in alcune regioni dello spazio risulta negativa rispetto all’energia di vuoto della materia ordinaria. In quest’ottica l’esistenza di un wormhole sarebbe un indizio dell’esistenza della così detta materia esotica, ovvero materia con proprietà differenti rispetto a quelle della materia ordinaria (ad esempio massa e/o energia negative).

L’occhio sulla decadenza umana

Dunque è da un oggetto fisico talmente esotico da essere per ora una semplice curiosità matematica all’interno della teoria che spunta fuori Remina, il pianeta che fa da sfondo alla storia narrata da Ito. Il nome è quello della figlia del fisico giapponese professor Oguro, scopritore del primo wormhole, posto nella zona di cielo corrispondente alla costellazione dell’Idra. Il mangaka utilizza per il wormhole la sua definizione di ponte tra due universi differenti, per cui il nuovo pianeta, che costituisce prova solida dell’esistenza del wormhole stesso, proviene da un altro universo. La sua traiettoria, all’inizio abbastanza aleatoria, diventa sempre più definita, aumentando man mano la sua velocità e puntando diretto verso la Terra.
Mentre la figlia di Oguro, la giovane e bella Remina, diventa sempre più popolare in televisione, il pianeta che porta il suo nome divora letteralmente qualunque oggetto che si trova lungo la sua traiettoria verso il Sistema Solare. L’avvicinamento di Remina e la scomparsa di stelle e pianeti aumenta la tensione millenaristica sul pianeta e in particolare aumenta sempre di più l’ostilità intorno a Oguro e alla figlia, quest’ultima rea di portare il nome del pianeta-killer e il primo di essere lo scopritore del wormhole che ha portato Remina nel nostro universo oltre che padre della ragazza.

Remina stesso è descritto come un luogo insalubre con un’atmosfera acida e una superficie “abitata” da protuberanza di forma tubolare in grado di crescere improvvisamente e di muoversi di vita propria. Inoltre il pianeta stesso è dotato di un gigantesco occhio minaccioso e ipnotico e, nel momento di divorare il pianeta, di una gigantesca bocca dotata di una diabolica e lunghissima lingua.
Remina è, dal punto di vista dei disegni, di grande impatto, mentre dal punto di vista narrativo l’interesse di Ito è proprio sulle reazioni isteriche degli esseri umani. In particolare il mangaka si concentra su un gruppo di fanatici che continuano a inseguire la giovane Remina, che a sua volta è circondata da personaggi più o meno equivoci, chi mosso da affetto sincero, chi da semplice opportunismo, chi da puro e semplice fanatismo. E’ interessante come proprio il più grande dei fan di Remina diventa successivamente il suo più grande avversario, un modo che l’autore ha per mostrare come le più grandi passioni possano facilmente trasformarsi da positive a negative.
Il finale, poi, è decisamente meno ottimistico di quel che sembra: gli ultimi, casuali sopravvissuti, tra cui la stessa Remina, sono felici e spensierati per essere scampati alla distruzione della Terra, ma mostrano un atteggiamento non molto differente da quello dell’umanità in generale, un certo “tirare a campare” che, a conti fatti, non è stato lungimirante per gli umani di Ito e potrebbe non esserlo nemmeno per noi.


  1. Flamm (1916). Beiträge zur Einsteinschen Gravitationstheorie. Physikalische Zeitschrift. XVII: 448. (“Comments on Einstein’s Theory of Gravity”). 
  2. A. Einstein and N. Rosen (1935). The Particle Problem in the General Theory of Relativity. Phys. Rev. 48(73). 
  3. R. W. Fuller and J. A. Wheeler (1962). Causality and Multiply-Connected Space-Time. Phys. Rev. 128(919).