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Freddure, social e animazione: intervista a Pera Toons

Due chiacchiere con Pera Toons a proposito del suo approccio all’umorismo, alla realizzazione dei suoi libri e di una nuova serie animata.
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Alessandro Perugini, in arte Pera Toons, è un grafico pubblicitario che si è trasformato in un fenomeno del web che tra Youtube, TikTok, Instagram e altre piattaforme ha costruito una community di oltre 7 milioni di persone, attraverso la pubblicazione online di strisce e brevi fumetti fatti di freddure, giochi comici e vere e proprie barzellette disegnate. Con l’editore Tunué ha trasposto questi materiali in forma di libri, che hanno venduto oltre 3 milioni di copie, rendendolo di fatto uno dei fumettisti italiani più venduti in assoluto, come testimonia anche la sua presenza per molte settimane in cima alla classifica dei libri più venduti in Italia nel 2026 e la sua presenza ormai costante nelle classifiche generali di vendita di fine anno. Oggi il suo format “Prova a Non ridere” è diventato anche una serie animata per RaiGulp e disponibile su RaiPlay.

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Abbiamo avuto l’occasione di intervistare Pera Toons durante l’ultimo Salone del libro di Torino, per parlare con lui della nuova serie animata e del suo approccio alla comicità e ai suoi libri.

Ciao Pera e grazie di essere qui con noi.
Grazie a voi. In questi giorni ho fatto tante interviste, ma sono contento di fare un’intervista con una realtà che si occupa di fumetto come voi. Tra l’altro per me “lo spazio bianco” è un concetto favoloso. Per esempio, è quello che mi ha permesso in tutti questi anni per fare video senza animarli, lasciando all’immaginazione il movimento. Un trucco che mi ha aiutato a fare qualcosa che per me era troppo difficile da fare.

Parlando di trucchi e di umorismo: le tue battute sembrano assolutamente istintive, immediate. Quanto lavoro c’è invece dietro una singola gag?
Mi ha sempre affascinato il mondo anni Ottanta, quello dei motti, delle sigle, dei tormentoni, sia che fossero dei comici, ma anche presenti nelle pubblicità. Una cosa che piaceva moltissimo al mio babbo, che faceva l’imprenditore.  Per cui ho sempre cercato di trasformare le battute in una frase, in una sigla, in un tormentone. E questo mi viene abbastanza naturale. E poi sono minimaliste perché mi piace il minimalismo. A volte però ci sono battute su cui devo lavorare tanto per asciugarle, renderle semplici: questa è la parte difficile.
La freddura, in questo senso, si presta ad essere asciugata il più possibile. Più è asciutta meglio è, così dai al lettore lo spazio perché ci metta l’interpretazione che vuole dargli lui. Se aggiungi tanto a una battuta, allora poi devi essere bravo a dargli la direzione che vuoi tu. Mi piacerebbe in futuro fare anche delle meta freddure, cioè giocare a prendere in giro il format stesso delle freddure o delle barzellette.

Parlando di freddure, sicuramente ce ne sono diverse che il pubblico più giovane non ha mai sentito, e quindi la riceve in un certo modo, mentre c’è una parte del pubblico più adulto che sicuramente ne riconosce diverse e che, per questo, ti considera magari un po’ un anti-comico o considera il tuo umorismo estremamente elementare. Ti interessa questo tipo di critica o pensi che la semplicità sia proprio la forza del tuo lavoro?
È un po’ come quello che succede sui commenti che ricevo sui social. La maggior parte della gente fa apprezzamenti ai miei contenuti. Poi, come dappertutto, ci sono quelli chi a cui non piace una cosa, e qualche volta posso anche sbagliare io, e quindi mi faccio qualche inimicizia. Spesso succede di essere anche attaccato a priori e un po’ più del dovuto.
D’altra parte ci sono persone, e anche io come fruitore di altri content creator ne faccio parte, che guardano tutto in modo molto veloce, quindi so che quello che gli arriva di me è qualcosa di fruito magari superficialmente, magari una tantum, quindi non sa tutto quello che c’è dietro e vede solo quello specifico contenuto. Se io avessi visto quel singolo contenuto, così, velocemente, magari anche io lo avrei criticato.
Può succedere magari che abbia fatto una battuta maliziosa: ne faccio pochissime, però magari un genitore che mi vede solo con quella battuta dice cavolo, questo non lo compro ai miei figli perché non mi conosce e non sa che le battute maliziose sui libri non ci sono e sulle mie pagine social dedicate ai più piccoli non ci sono. Ma ha visto quella e mi critica.
Quello che dico è che magari su quella singola battuta ha ragione, ma se mi conoscesse bene saprebbe che non è così. Da fruitore, penso che però bisogna immedesimarsi negli altri. Se lo fai, capisci che quella critica magari ci può stare e quindi non la prendi sul personale. Poi io sono anche permaloso, ma riconosco che spesso molte critiche servono per migliorarti.

Una battuta di pera toons per la locandina della serie

Secondo te il confine tra una battuta geniale e una battuta stupidissima è reale o è soltanto questione di timing?
A volte non c’è neanche il confine. Secondo me la battuta geniale è una combinazione che necessita sempre del dove c’è un processo intellettuale da parte di chi l’ha fatta. Se sono anni che fai queste battute sei allenato: sono poi il momento giusto e la predisposizione dei fruitorei a renderlo la rende geniale. Una battuta che è stupidissima ma rompe gli schemi allora diventa geniale. Ad esempio, tutte le barzellette di Pierino hanno un finale che è un colpo di scena. In una di quelle che mi fa più ridere, gli chiedono “Pierino l’hai mangiata tu la marmellata?” e Pierino risponde di no ma, aperta parentesi, invece era stato lui. A me questa a me fa ridere perché rompe gli schemi.
Anche il contesto può rendere geniale una battuta stupida. Io nella mia vita ho fatto un sacco di figure di cacca. Non sapevano che sarei diventato Pera Toons: se l’avessero saputo non mi avrebbero detto “sei pazzo”, avrebbero detto “questo è un genio”. Ora io posso fare le stesse battute in un contesto in cui nessuno mi conosce, e poi dopo due minuti si scopre che sono Pera Toons, allora la reazione diventa “ah, forte, geniale”.

Tu sei nato come fenomeno online, poi sono arrivati i libri cartacei: ti senti più vicino al modo di comunicare e la comicità che viene dal mondo del digitale, che viene dai social, o a quello delle strisce umoristiche?
Diciamo che ormai è tutto un po’ mescolato, perché mi piace fare cose che poi riutilizzo in altri contesti. Quando penso a un fumetto lo faccio già ragionando su come sarà impaginato, ma anche coma possa stare bene sul libro, sui social, in tv, come sta bene in verticale e in orizzontale: cerco di pensare a tutto nello stesso momento. Ovviamente, ci sono delle grosse differenze. Per esempio, sui social l’immagine deve essere leggibile in un certo modo, le cose più importanti le devi rendere ben visibili e usare magari un font più grande. Poi sui social c’è la questione legata alle varie età, per cui sto attento a mettere certi tipi di battute su Facebook, a metterne altre su YouTube. Sui libri è un altro discorso ancora e per la TV ci sono altri accorgimenti da fare.
Io però sono nato dai fumetti. Ho portato nei social quello che potevo portarci dentro e dopo dai social ho portato le cose che avrebbero funzionato anche sui fumetti. Ho unito un po’ in tutto tenendo anche in considerazione i miei limiti tecnici, dovevo fare tutto da solo senza un budget o un team che mi aiutasse. Fino al 2021 ho doppiato e montato tutto da solo. Anche i libri li impaginavo da solo, dato che ho comunque una formazione da grafico pubblicitario. Ora per fortuna ho un team e mi sto godendo le cose fatte con loro. È una cosa bellissima quando tu scrivi un contenuto e altri lavorano su questo per realizzarlo.

Secondo te oggi è più difficile far ridere o è più difficile ottenere l’attenzione?
Per me è più difficile ottenere attenzione. Prima devi prendere quella, poi dopo decidi se vuoi portare la persona a ridere, a riflettere, a imparare qualcosa, se vuoi rattristarla o scioccarla. Come fanno tante persone che crea irritazione, istigano alla rabbia.
Diciamo che io ho sempre puntato a far ridere, è sempre stata una missione per me, fin da piccolo. I miei pupazzetti disegnati servono ad attirare l’attenzione, così come le mie copertine colorate – e lì c’entra ancora il mio essere grafico pubblicitario: una volta che entri in quel mondo lì e ti ritrovi a ridere è un po’ come quando mangi un cioccolatino, una volta assaggiato uno ne vuoi un altro. In tanti mi dicono che sono come le noccioline, una tira l’altra: magari una nocciolina non toccherà vette di gusto come può fare un’aragosta o la carne di manzo di Kobe, però la nocciolina è quel sapore semplice che comunque la rivuoi. Quindi attirare l’attenzione è la cosa più difficile, e secondo me la copertina di un libro vale il 50% del libro stesso.

Hai mai avuto paura di “stancare” il pubblico, considerando la velocità con cui oggi si consumano contenuti comici?
No, perché io lo vedo il momento in cui si stancano di un format, di una tipologia, di un modo in cui propongo certe battute, e allora cambio. E’ un momento difficile per un artista: quando te ne accorgi, puoi provare a insistere pensando che il problema siano gli altri oppure essere consapevole della natura umana, che dopo un po’ tutto può finire e anche le noccioline possono venirti a noia dopo una bella scarpacciata. A quel punto devi provare altre cose.
Io però ho un ben preciso metodo di lavoro, e rispettando quello qualcosa si trova. Per esempio prima ero solo su Instagram, poi Instagram cominciava a stancare e sono riuscito a diventare anche un Facebooker, quello cominciava a stancare e sono diventato TikToker, poi autore di fumetti, autore di libri, Youtuber… ho visto che se uno si impegna, se si costruisce un progetto valido insomma, si riesce a non stancare.

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Prova a non ridere!, la serie Tv tratta dai tuoi fumetti, che ha fatto il suo debutto il 18 maggio su RaiGulp, viene presentata proprio come evoluzione di contenuti nati tra Instagram, TikTok e YouTube. Nascendo da un tipo di comicità molto rapida e autonoma, fatta di micro-gag e tempi strettissimi. Qual è stata la sfida maggiore nel trasformare il linguaggio del fumetto in una serie televisiva? Hai dovuto ripensare il ritmo della comicità?
Sono tre anni che io e l’editore dialoghiamo con tante realtà importantissime del mondo del cinema e dell’animazione. Sono tutte realtà che sono venute da me perché volevano fare qualcosa insieme, perché hanno visto del potenziale. Però in questi tre anni non sono mai riuscito a trovare la strada giusta: un po’ perché ancora avevo delle priorità, tra i libri e i social, ma anche perché volevo andare sul sicuro.
Dopo tre anni di riflessioni, anche con Tunué che ha fatto da produttore di questa serie, abbiamo pensato che la cosa migliore fosse portare il meglio di Pera Toons con il format “prova a non ridere”. Torno all’esempio delle noccioline: sono messe l’una dietro l’altra e tu devi riuscire a non ridere, ma questo porta inevitabilmente alla risata. Era un format testato su social e Youtube, molto apprezzato, per questo ero tranquillo he potesse funzionare. Ho dovuto sistemare alcune cose tecniche, migliorare la musica, migliorare l’animazione, ma senza snaturare la cosa più importante che è la battuta. Ho fatto nuove battute con delle animazioni più belle, ma alla fine la cosa fondamentale è la battuta e allora anche lo stile ho voluto lasciarlo comunque un po’ grezzo. La sfida maggiore è stata fare qualcosa che fosse in linea con quello che faccio e soprattutto scrivere tanto, perché nel momento in cui altri animano le tue battute, ne devi scrivere tante: sono diventato uno sceneggiatore, e penso che sia un lavoro fichissimo.

Quelli di Pera Toons non sono fumetti!”: avrai sentito o letto questa frase molte volte, come già successo a un altro autore noto per i fumetti comici per l’infanzia come Sio. Come rispondi a questa “critica”?
Rispondo che chi la fa sa di sbagliare, perché nel momento in cui metti dei balloon dentro un disegno, lo fai parlare, tecnicamente è fumetto. Però anche lì torniamo al discorso di prima e capisco cosa intendano.
Sono un grande fruitore di fumetti e leggo tantissimo i manga. Il mio manga preferito è Berserk di Kentaro Miura, dove apprezzo proprio ogni singola tavola. Adoro anche Leo Ortolani, che ha una conoscenza sconfinata di tutto il mondo dei supereroi, del cinema, ed è intelligentissimo. Lui sarebbe in grado anche di disegnare bene ma ha scelto quella strada lì, quel tipo di segno. Io non so disegnare bene e questa strada l’ho scelta per forza, anche se sto migliorando. Però, ripeto, capisco benissimo quello che intendono, anche perché magari ci sono scuole che insegnano da anni certe cose che io magari infrango, non faccio o non so fare.
Diciamo che dobbiamo distinguere il fumetto più classico, e se intendiamo quello, allora in un certo senso hanno ragione, io non sono quello. Sono però sicuro se mi conoscessero, se ci facessimo una chiacchierata, capirebbero il mio punto di vista e direbbero che anche questi sono fumetti. Purtroppo ci troviamo in delle bolle distinte che si tocca solo in poche occasioni, come questa intervista con voi che parlate con esperti di fumetti, oppure quando sono finito su Topolino. Ci sono tantissimi esperti e appassionati di fumetti che leggono Topolino, che è fatto come dovrebbe essere fatto un fumetto. Io adoro Topolino e per me è stato un grande onore finirci sopra. E quando finisco nella bolla di questi appassionati di fumetto con un post, con una collaborazione, con un titolo di giornale, di cui poi magari non lo leggono l’articolo, allora lì scatta la critica. Ma se leggessero tutto l’articolo o se mi conoscessero dal vivo sono sicuro che non ci sarebbero incomprensioni.
Però mi fa quasi piacere quando ci sono questi tipi di dibattiti, perché poi se ne esce sempre migliorati.

I tuoi libri in fondo potrebbero essere visti come una reinterpretazione dei libri di barzellette che andavano molto negli anni ’80/’90, un tipo di prodotto editoriale che si pensava defunto con la diffusione di internet.
Sì, assolutamente. A un certo punto sui miei social avevo messo una barzelletta che raccontavo da piccolo, è andò a bomba. Non capivo come mai funzionasse, perché andava contro alla regola che avevo di fare una battuta in 4 secondi, quindi a un certo punto ho capito che un format da portare era quello di riproporre le vecchie barzellette. Ne ho riproposte tantissime e poi ho scoperto tutto quel mondo di libri di barzellettieri, e mi sono reso conto che era un mondo che funzionava. Non mi sono ispirato a quel mondo lì, ma mi sono reso conto che nessuno prima di me aveva ripreso le vecchie barzellette e le aveva disegnate. Mi è sembrato di inventare l’acqua calda, ma questa cosa funzionava.
Sicuramente il fatto che io abbia una bella community sui social ha il suo peso. Poi alle persone piace seguire cose che seguono i loro amici, così sai di cosa parlare, quindi avere tanta diffusione nei social aiuta anche alla diffusione in libreria. Inoltre i miei libri contengono vari format, non si tratta solo di una raccolta di barzellette: ci sono barzellette, freddure disegnate, dove nell’atto di ridisegnarle le trasformo in qualcosa di totalmente differente, poi ci sono gli indovinelli, e poi ci sono storie basate sull’amicizia, sulla sicurezza in se stessi, sul potere della risata. Insomma c’è tutta una serie di ingredienti. Per fare un libro faccio uno sforzo creativo non indifferente anche a livello di impaginazione: mi piace testarlo e vedere quanto posso mettere dentro una pagina per non sprecare niente. Per quanto mi riguarda, un foglio va sempre sfruttato al massimo.

Vista la quantità di vignette e strisce, anche le tue, che sono gratuitamente disponibili online, perché secondo te il libro fisico vende ancora?
È un mix di tante cose, inclusi il tanto lavoro e la fortuna. Se torno indietro nella mia vita ci sono state delle sliding doors pazzesche e se non le avessi prese oggi la mia vita sarebbe totalmente diversa. Quindi fortuna, ma anche sfiga.
Chissà, magari sarei potuto diventare Pera Toons dieci anni prima: mi ricordo che avevo iniziato a fare delle vignette su Facebook che già giravano, ma poi uscì Diablo 3 e ho smesso di disegnare. Quindi se non fosse uscito quel videogioco chissà, sarei diventato Pera Toons prima e avrei beccato l’epoca d’oro di Facebook e Instagram. Però poi alla fine ci sono comunque arrivato, quindi fortuna, tanta passione e l’idea di aver messo tutti i miei talenti in una cosa sola e poi nell’aver creduto insieme all’editore che i libri fossero qualcosa di ancora fondamentale nella vita di tutti noi.
Per me i libri sono una medicina che ci tiene un po’ lontana da intrattenimenti molto più passivi e che creano dipendenza. E credere in questa cosa qui ha generato un salto quantico. Fino a un certo momento eravamo lì, uguali a tutti, poi a un certo punto è bastata una virgola e siamo qui.
Sinceramente è qualcosa di cui ti puoi rendere conto a posteriori, una cosa del genere non la puoi creare a tavolino, perché alla fine che ne so com’è il gusto della gente? Io ho 44 anni ora, ho iniziato 9 anni fa: che ne so del gusto di un bambino di 6-7 anni oggi? Allora mia figlia era più piccola, ora posso vedere i suoi gusti e questo mi aiuta tanto ad essere sul pezzo.
Mi ha aiutato anche il feedback sui social: metà delle battute sui libri sono già state testate sui social, quindi se compri i miei libri trovi cose che il mio pubblico ha già selezionato in migliaia di post. Quindi è questo, un mix di fortuna, bravura e feedback degli altri. Inoltre, penso che si veda che mi piace quello che faccio. E poi guardo a persone diverse da me e da cui sono lontanissimo, ma il cui approccio mi piace, come Sio e Zerocalcare. Vanno ringraziate persone come loro che hanno detto che si può fare, si può ancora essere apprezzati in libreria, anche nel mondo dei social.

Intervista realizzata dal vivo al Salone del libro di Torino il 17 maggio 2026. Si ringrazia Simona Gionta e Tunuè per il supporto.

Pera Toons

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Al secolo Alessandro Perugini, è un fumettista e content creator presente con grande successo sui social: Instagram, Youtube, Facebook e TikTok. Ha creato qui una vasta community di appassionati, conquistati dal suo particolare umorismo e dai suoi enigmi a fumetti. Il successo è arrivato inizialmente grazie al format investigativo Chi ha ucciso Kenny?, mini-storie dove si deve capire chi abbia ucciso il protagonista, in seguito si è sviluppato grazie a fumetti, vignette e animazioni umoristiche. Ha iniziato a pubblicare una serie di libri per Tunué che lo hanno portato a diventare il fumettista più venduto d’Italia. Oltre a collaborazioni con altre realtà, incluso Topolino, i suoi lavori sono diventati la base per una serie animata prodotta dalla Rai, Prova a non ridere, curata dallo stesso autore aretino mescolando parte del suo repertorio e contenuti inediti, trasmessa su Rai Gulp e RaiPlay a partire dal 18 maggio 2026

Paolo Ferrara

Paolo Ferrara

Nato a Bologna, classe 1977, svolge diversi mestieri e frequenta corsi di fumetto, teatro, doppiaggio e un Master in Tecniche della Narrazione presso la Scuola Holden di Torino. Insegna storytelling per varie realtà e associazioni e ha una cattedra di Storytelling per i Media presso IAAD Torino e Bologna.

Come freelance sceneggia (per cortometraggi, Mediaset, videogame per Tiny Bull Studios e qualche fumetto web), ha pubblicato opere di narrativa e narrativa per bambini ( Saga Edizioni, Epika Edizioni, La Strada di Babilonia, Delos Books, Milena Edizioni e Kalimat Group – editore degli Emirati Arabi Uniti- ).

Da più di 15 anni è conduttore e autore radio/podcast ( RadioOhm / SonoCoseSerie) e collabora come recensore e articolista per diverse riviste digitali e non (tra cui Lo Spazio Bianco).

È sceneggiatore della serie Chimere sull'app Jundo Comics e ha diversi progetti in arrivo in vari media: qualunque cosa pur di raccontare storie.

Angela Pansini Valentini

Angela Pansini Valentini

Molfetta (BA), classe 1981.
Si è laureata in Editoria e Giornalismo e in Scienze dello Spettacolo, presso l'Università degli Studi di Bari Aldo Moro.
Ex giornalista pubblicista, tra il 2003 e il 2013 ha collaborato con diverse testate in ambito locale.
Dal 2010 ha iniziato a interessarsi di Fumetto, scrivendo per Temperamente, Leggere:Tutti e LettereVive.
A partire dal 2014 è entrata a far parte stabilmente della redazione de Lo Spazio Bianco e dal 2018 di Fumo di China.
Ha firmato il saggio dal titolo "Analfabetismo" per Le parole sono importanti, pubblicato da DOTS Edizioni.
Nel 2011 ha fondato il Club del Libro di Bari e ne ha coordinato le attività, con passione e grande successo, sino al 2021.

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