Emanuele Rosso autoproduce il volume che raccoglie l’intera serie che tra realtà e finzione racconta il tour di una band indie dei primi 2000 che segue per gestirne il banchetto di merchandise. Nato come fumetto digitale su Substack, Off The Record diventa un libro cui si aggiunge un epilogo e una raccolta di contributi da diversi protagonisti della scena indie italiana dei primi anni 2000.

Dopo GOAT, che era un omaggio alla passione che hai per il tennis, con Off the Record ti addentri in un altro territorio – stavolta anche autobiografico – del quale sei appassionato, quello musicale. Un mantra della scrittura è da sempre quello che recita che “bisogna scrivere sempre di cosa si conosce“: qual è il tuo pensiero a riguardo?
Non necessariamente credo si tratti solo di quello che hai vissuto. Penso che uno possa anche parlare di una cosa che ha studiato molto bene, per esempio. È chiaro che devi conoscere l’argomento di cui parli, perché chi legge più o meno si rende conto se dall’altra parte chi mi sta raccontando sa cosa mi sta raccontando. Però non dobbiamo per forza ridurci all’autobiografismo a tutti i costi, diventerebbe molto limitante nel momento in cui fai l’autore. Conoscere può voler dire tante cose.
Il volume raccoglie un’opera nata in forma digitale, come appuntamento mensile sotto forma di newsletter. Cosa significa confrontarsi con le due esigenze e le due esperienze, quella di un prodotto pensato per i social e poi quella del libro? È nato digitale perché non avrebbe trovato, prima, uno spazio editoriale più classico, o semplicemente, raggiunta una certa massa critica quel materiale ha avuto l’esigenza della “carta”?
Quando fai i fumetti, quando li scrivi e li disegni pure, serve tantissimo tempo e dopo che lo hai fatto hai una finestra a disposizione molto limitata dopo la quale torni nell’oblio per gli anni che ti serviranno per la prossima opera. Magari hai dedicato 5 anni della tua vita a una roba che non ha neppure avuto l’esposizione che speravi. Questo è estremamente frustrante e vale per qualsiasi autore o autrice e quindi, ragionandoci su, mi sono chiesto come avrei potuto evitare di chiudermi a fare una cosa così a lungo senza ricevere feedback. Quando ho visto che c’era un certo ritorno al format della newsletter – che mi sembra un po’ un prodotto per chi, vent’anni fa, aveva un blog e voleva scrivere o per chi comunque si è stufato dei social tradizionali – ho pensato che un modo per mettere insieme questa esigenza di lavorare su una cosa e avere un feedback più immediato era di sfruttare questa nuova, vecchia, piattaforma. Mi sembrava potesse essere l’approdo giusto, costruirsi una narrazione a episodi e farla attraverso la newsletter in modo che potessi pubblicare la storia man mano, crearmi un pubblico, sempre per la necessità che ha ogni autore di costruire un proprio pubblico e poi portarselo dietro in vista di esiti futuri del progetto. Esiti che non erano chiari neanche a me stesso quando ho iniziato.
Nel mio caso specifico ho sempre fatto cose estremamente diverse a livello di contenuto. Sicuramente ci sarà qualcuno che dice “mi piacciono i fumetti di Emanuele Rosso qualunque cosa faccia”, o almeno lo spero, però in generale fai un fumetto sulle relazioni, uno sul tennis, uno sulla musica e uno sui viaggi nel tempo: sono tutte cose molto diverse. Non è come,per esempio, Lorenzo Palloni che fa i fumetti noir, quindi ad un certo punto lo compri a scatola chiusa, perché sai che hai un certo genere di riferimento e quindi ti sei costruito un pubblico che ti seguirà a prescindere. Nel mio caso è più difficile portarsi dietro un pubblico che ti segue qualunque cosa fai, quindi ritenevo che questo progetto avesse bisogno di costruirsi un proprio pubblico nel tempo. Perché di sicuro chi mi aveva scoperto col fumetto sul tennis era poco probabile fosse interessato a questa storia qua.

In che cosa il fumetto per te assolve all’esigenza che avevi nel realizzare questo viaggio che mescola un po’ il diario autobiografico, il racconto di un momento, o meglio di un mondo preciso, e qualche reinterpretazione (a partire dal fatto che la band protagonista non esiste, anche se è ispirata a una band realmente esistente)?
Ormai è una specie di maledizione: quando penso qualcosa narrativamente la penso in parte scritta e in parte per immagini. Quindi non riuscirei a farlo solo scritto, perché se posso avere il vantaggio di usare un altro linguaggio che ha tutta una serie di cose che la scrittura non può fare, ibridando le due cose ne posso fare ancora di più. Poi è chiaro che ogni tanto penso a cose che sono più scritte e altre più disegnate, ma quello dipende dalle singole idee.
Nel caso specifico di Off The Record è stata anche una sfida interessante raccontare la musica col disegno, con il fumetto. Il fumetto ha il piccolo problema di essere muto e quindi la domanda è come raccontare sensatamente una storia che parla di musica. È una cosa che mi ha sempre incuriosito fare, quindi volevo mettermi alla prova.
Rimanendo sul tema dell’autobiografia, oggi abbiamo sempre più storie autobiografiche di autori a noi coetanei: siamo forse la prima generazione a sentire raccontata a fumetti la propria (triste) parabola?
Non ci avevo mai pensato, però secondo me chi adesso ha sui quarant’anni all’incirca corrisponde alla prima generazione che in Italia si è formata sul format del romanzo a fumetto. I fumetti con storie autoconclusive sono arrivati all’incirca nella seconda metà degli anni novanta, primi duemila, quindi io stesso sono cresciuto con i primi graphic novel e poi ho continuato a leggerli, e in quel tipo di formato editoriale era già molto presente l’idea dell’autobiografia. Di fatto, quindi, chi ha da quarant’anni in giù ora è abituato a vedere quel tipo di uso del fumetto come una cosa assolutamente normale, mentre chi lo stava facendo in quei primi anni del duemila si muoveva in un territorio abbastanza inesplorato. All’epoca eravamo eravamo ancora figli della narrazione più popolare. Io fino a quel momento ero cresciuto con i manga e con i fumetti di supereroi. Mi viene da dire che per gli autori della nostra generazione forse quella è diventata l’idea di fumetto a cui ambire. Probabilmente invece chi ha vent’anni adesso ha fatto un giro ancora diverso. Sarà curioso vedere chi ha venticinque anni adesso, per cui il fumetto è soprattutto manga, e magari sta facendo una scuola di fumetto e si sta formando per diventare autore, che storie racconterà quando inizierà a essere un autore maturo, quando ha già sviluppato una certa poetica, un certo segno. Chissà quali saranno allora i principali filoni narrativi?
Molto di ciò che racconti mette in scena e reinterpreta cose successe davvero. Hai cambiato molti nomi, costruendo una serie di inside jokes nel modo in cui hai modificato ma comunque lasciando intuibili (in alcuni casi più di altri) quali potrebbero essere gli artisti di riferimento. Ma Off the record è un lavoro che racconta il tentativo, quasi la scommessa, di un gruppo che cerca di fare della musica il proprio mestiere. Una condizione che accomuna ogni aspirante artista/artigiano, a prescindere dal suo ambito. Credi che questo progetto sia in qualche modo legato al tuo impegno con MeFu, alla consapevolezza che hai oggi di cosa significhi investire nei propri talenti e ai rischi di farlo senza prestare attenzione anche agli aspetti “mercantili”?
In realtà a un certo punto, in un episodio, lo faccio dire anche ai personaggi. È un fumetto che parla di una band, però in realtà parla di me anche in questo senso qua, cioè dell’avere successo in quello che fai a livello artistico. Nel raccontare la band traslavo tutta una serie di cose, ovviamente in un contesto diverso, ma che sono le domande, i problemi che mi pongo nel cercare di realizzarsi. Quindi sì, di fatto è autobiografico, seppure chiaramente molte cose le ho rimescolate: sono frutto degli anni in cui facevo il banchettaro per le band. Però lo è anche a un livello diverso, lo è a livello di intenzioni, di riflessioni sul successo e il fallimento.
A proposito degli inside jokes, io sono sempre stato uno che apprezza metterli e trovarli nelle opere. Lo apprezzo soprattutto se, almeno è quello che ho provato a fare io, non pregiudicano il piacere della lettura. Dovrebbero essere un bonus: se colgo l’inside joke e capisco cosa c’è dietro ho un livello in più che mi fa piacere, ma se non lo colgo la lettura non ne è inficiata e comunque puoi goderti il livello narrativo più normale.

Per quanto riguarda le persone che facevano parte di quel mondo: qualcuno si è comunque riconosciuto, ha ricordato le situazioni? Che tipo di reazioni hai avuto in merito?
Sì, molti si sono riconosciuti. Qualcuno ha anche visto delle cose che io onestamente non avevo neppure messo, cioè alcuni mi hanno detto “ah, ma quindi questa cosa cita quella roba lì” e non era così. Però va bene se l’hanno pensato, va bene anche così, perché alcune situazioni che io racconto sono figlie di aneddoti che ho vissuto in prima o seconda persona, però sono anche a loro modo abbastanza generali da poter essere state vissute da altre persone in altri contesti, di cui io non so niente, perchè c’era comunque un certo grado di ricorrenza. Ero consapevole che nel raccontare un mondo specifico che era quello della musica indie italiana dei primi 2000 e le vicissitudini di una band, tutta una serie di cose successe alla band che racconto io, sono in realtà successe a tante altre band nello stesso periodo.
È vero questo: io non sono un grande conoscitore della musica indie, eppure non mi sono trovato respinto, perché fondamentalmente ci si riconoscono delle meccaniche che esulano, non sono solo di quell’universo, nonostante sia estremamente specifico, preciso, peculiare, l’ho trovato assolutamente condivisibile, comprensibile.
L’obiettivo era quello perché la mia paura era di fare una cosa che potesse interessare veramente quattro gatti molto di nicchia. Non che non lo considerassi il pubblico di riferimento naturale, ma il mio tentativo era di fare comunque un’opera che anche chi non sa niente del tema potesse godersi e magari godersi proprio nella storia in quanto tale, che poi è il pensiero che avevo anche quando facevo il fumetto sul tennis. Vorrei mantenere questo approccio in qualsiasi mio lavoro, perché ci deve essere un valore specifico ma per quanto possibile bisogna puntare anche all’universalità. Anche se, se penso alle cose che mi piace fruire come consumatore di cultura, che siano fumetti, film, romanzi, se una cosa è estremamente specifica ma è raccontata molto bene può diventare universale. Citando uno dei miei numi tutelari che è David Foster Wallace, alla fine la buona lettura ci dice cosa significa essere umani quindi qualunque cosa può farlo se è fatto bene.
Viene facile vedere dei paralleli tra quella che è la situazione della musica indipendente con quella dei fumetti indipendenti. Da questo punto di vista, secondo te quali sono le cose più vicine e quali quelle più distanti?
Quelle più vicine hanno a che fare con il ragionamento sul crearsi il proprio pubblico e riuscire a trovarsi uno spazio con una concorrenza estrema: come lo vediamo nel fumetto è uguale nel mondo della musica. Anche perché le piattaforme attraverso cui noi fruiamo i contenuti sono di base le stesse sia per i musicisti che per i fumettisti, intendo quindi tutte le dinamiche di promozione, comunicazione, visibilità. Al giorno d’oggi tanto un fumettista quanto un musicista sono costretti a essere costantemente content creator, sia nel contenuto che fai nel tuo linguaggio che il come lo comunichi per raggiungere il tuo pubblico. In questa cosa sono equivalenti. La vera differenza sta nel vantaggio che ha la musica rispetto al fumetto. È un linguaggio più plastico che si presta a molte più finalità, quindi chi fa musica può arrivare in molti più posti di chi fa fumetti. Inoltre farcela con la musica può anche portarti a diventare molto ricco, molto famoso. Può finire in una pubblicità, può finire in un film, puoi guadagnare i soldi con i concerti. Tutta una serie di sbocchi che da un punto di vista economico i fumetti non hanno. C’è anche molta differenza perché la potenza della musica è difficile da paragonare a qualsiasi altro linguaggio. Ci sono fior fiori di studi semiotici sul perché la musica ha questo impatto anche a livello percettivo. Non entro in questo capitolo perché non ne ho le competenze, però è abbastanza evidente.
Su una delle ultime newsletter hai pubblicato quello che definisci il demo di Off the Record, cioè le prime dodici tavole della forma “primigenia” del tuo libro. Oggi che il livello di separazione tra autori e lettori è, di fatto, ridottissimo, quanto è importante per te come fumettista poter condividere con il tuo pubblico questi elementi del tuo lavoro che un tempo potevano restare “privati” in eterno, derubricati a materiali preparatori?
Fare i fumetti è una cosa molto lunga, molto faticosa, molto stancante e alle volte ti chiedi se ne valga la pena. Certo, comporta anche notevole entusiasmo, ma spesso anche a un certo isolamento, quindi avere anche solo due o tre commenti, dei feedback in diretta di persone che lo stavano apprezzando man mano che usciva ti dà l’idea che va bene, vale la pena farlo. Per andare avanti uno ogni tanto ha bisogno di benzina emotiva oltre alle risorse fisiche e finanziarie. È vero che i fumetti sono molto poveri, nel senso che con poco puoi fare moltissimo perché puoi raccontare qualsiasi storia a budget zero, però richiedono anche un tempo incredibile di produzione. Io sono sposato con un’illustratrice e vedere che quando lei finisce un’illustrazione, ecco il progetto è finito e viene pagata… Certo, per un disegno poi puoi metterci un sacco di tempo ma è una singola illustrazione, mentre un fumetto richiede dei tempi di produzione totalmente anti-economici. Quindi questo tipo di pubblicazione mi ha permesso di costruirmi un certo pubblico che seguiva la newsletter e anche di avere qualche feedback però costante nel tempo che dava un po’ senso a quello che stavo facendo. Spezzarlo così è stato utile da questo punto di vista. Non so se ha senso che lo faccia anche in futuro perché non tutti i progetti funzionano allo stesso modo. Poi la newsletter continua a esistere, quindi sarebbe stupido buttare via questa comunità che ho raccolto anche se poi farò altre cose. Non è detto che poi la newsletter continuerà a pubblicare fumetti e episodi,non lo so. Mi viene in mente ad esempio Pietro Scarnera, che ha usato una newsletter per promuovere il suo libro Viaggio in Italia e ora che il progetto è finito ha cambiato il nome alla newsletter e la usa come work in progress di una storia che ancora a lui stesso non è anche chiaro cosa sarà. Sicuramente se farò qualcosa del genere le persone che si erano iscritte per la questione musicale si disiscriveranno, e va bene, fa parte del gioco. Ci saranno quello che mi seguiranno solo perché sono Emanuele Rosso.

A proposito della componente musicale, nel libro hai aggiunto questa componente extra, in realtà piuttosto corposa, l’Indieologia, che è una raccolta di testi di persone che come te hanno vissuto o erano protagonisti di quella scena. Com’è nata l’esigenza di dare questa componente in più?
Il primo pensiero, più che artistico, è stato di marketing. So che è brutale e poco romantico, però nel momento in cui ho iniziato a pensare che avrei voluto fare un libro autoprodotto dovevo capire come farlo arrivare a più persone possibile. È vero che mi ero costruito un mio piccolo pubblico che mi seguiva, ma il mio obiettivo era cercare di ampliarlo un po’ ad altre persone che magari non seguono normalmente il fumetto ma potevano essere interessati proprio alla musica. Con il vantaggio di aver vissuto quella scena dei primi 2000 e quindi conosciuto un sacco di persone, ho pensato di coinvolgerle, soprattutto nomi un po’ più noti e che hanno a loro volta un certo seguito. Ho chiesto loro un pezzo in modo che questo progetto diventasse appetibile anche per chi si interessava alla musica. Era banalmente un modo per allargare la mia bolla: quando un collettivo fa un’autoproduzione o fa un crowdfunding, hai il rilancio dato da parte di ogni elemento del collettivo. Io ero da solo quindi ho pensato un modo per ovviare al limite della mia bolla.
Al di là di questo poi nella mia testa era bella l’idea di avere un contraltare di testimonianze e riflessioni che in qualche modo dialogasse col fumetto, far dialogare delle testimonianze vere con una storia vera ma di finzione, e devo dire che questa cosa è andata al di là di ogni aspettativa. Perché i pezzi, se uno li legge tutti in sequenza, dialogano tra loro. Ci si rende conto di come ognuno citi dei nomi che sono poi presenti in altri articoli, quindi è come se ci fosse un costante rimbalzo tra tutti i pezzi e quindi ha proprio un’idea di comunità. E questa cosa qua mi si è svelata mentre lo facevo, perché i pezzi mi sono arrivati nel corso dei mesi, non sono arrivati tutti insieme. Da lettore questa cosa mi ha emozionato.
Ora quando vedo il libro sicuramente sono orgoglioso del fumetto, però sono quasi più orgoglioso del lavoro di curatela di questa seconda parte. Ovviamente è stato uno sbattimento non da poco: contattare tutti, stare dietro alle risposte, e chiedendo a ciascuno un contributo gratuito non potevo certo pretendere nulla, ma dovevo adattarmi ai tempi e ai modi di ognuno. In alcuni casi è stato necessario, sempre con cortesia, ricordare a chi me l’aveva promesso ma non l’aveva ancora inviato. È stato impegnativo, sì, ma paradossalmente mi ha dato quasi più soddisfazione che finire il fumetto stesso. Adesso, vedere le due cose insieme — il fumetto e questi contributi — che diventano una testimonianza di una scena ancora piuttosto fresca, eppure finora mai davvero raccontata, è qualcosa che mi rende profondamente orgoglioso. Alcune persone mi hanno detto che lo hanno trovato l’equivalente di Meet me in the bathroom, che racconta la scena indie americana dei primi 2000 quella degli Strokes, degli LCD Sound System e altri ancora. Un libro e un documentario che consiglio tantissimo.
Quando hai deciso che quella cosa che avevi cominciato online sarebbe diventata anche un libro?
Non lo so quando ho iniziato a farlo nella mia testa. Ogni fumettista ha il feticcio della carta, dell’oggetto, quindi man mano che si accumulavano i capitoli ho iniziato a capire che avevo una direzione. Sapevo che avrei seguito il tour della band. L’idea di fare un libro è nata quando ho iniziato a capire esattamente come sarebbe andato a finire. Poi che tipo di libro l’ho deciso verso la fine, mentre lavoravo agli ultimi 3-4 episodi.
Hai già qualche nuovo progetto in testa?
Sì, anche troppi in realtà. Vorrei raccontare una storia che è più o meno nello stesso universo e nello stesso periodo di Off The Record perché sento che non è mai stato raccontata. O almeno non ho presente alcuna opera, a fumetti ma nemmeno libri o film che riguardano la vita dello studente universitario bolognese. Io ho vissuto a Bologna a 18 anni e vorrei raccontare cosa voleva dire essere studente nei primi 2000 a Bologna. Ho anche un pretesto narrativo per giustificare il racconto, una storia ambientata in una casa di studenti, una storia in parte successa davvero e in parte ovviamente romanzata, ambientata soprattutto nell’ultima Bologna pre turistificazione degli ultimi anni che l’hanno profondamente cambiata. Però non so anche qui se ha senso farla per un editore o per me. Sto anche ragionando sui formati e su come gestirla.
Ecco, quando fai fumetti, per me pensare non solo al contenuto ma anche già alla forma editoriale è un ragionamento importante, perché se pensi a una forma, di conseguenza penserai a come promuoverla, comunicarla, come distribuirla questa cosa, quindi secondo me un autore dovrebbe sempre più ragionare a 360° gradi intorno alla propria opera.
Intervista realizzata a Torino il 24 novembre 2025

Emanuele Rosso
Fumettista, fotografo e scrittore, realizza diverse autoproduzioni e esordisce come autore unico nel 2013 con il graphic novel “Passato, prossimo” (Tunué). Collabora con l’associazione culturale Hamelin e fa parte dello staff organizzativo di BilBOlbul, Festival internazionale di fumetto a Bologna, con il Treviso Comic Book Festival e con Fumettologic. I suoi fumetti sono stati pubblicati anche su Internazionale, Origami (La Stampa), Lettera matematica – Pristem (Springer/Bocconi University Press), Frizzifrizzi.it, e ha realizzato illustrazioni per GQ Italia, Veneta Cucine, Agr Factory, Helbling Languages.
