Questo mese PK – la versione smaccatamente supereroistica dell’alter ego di Paperino – spegne trenta candeline dal momento che il Numero Zero, che diede avvio alla testata PKNA – Paperinik New Adventures, uscì nel marzo del 1996.
Per l’occasione, un gruppo di redattori de Lo Spazio Bianco – pkers incalliti – ha deciso di ricordare quale fu il loro primo approccio nei confronti del personaggio e cosa ha rappresentato nella loro carriera di lettori.
ANDREA BRAMINI

A dispetto di quanto alcuni potrebbero immaginare, non posso definirmi un pker della prima ora: ho infatti iniziato a seguire seriamente la pubblicazione solo con PK2, la seconda “stagione” della serie, approfittando proprio della ripartenza dettata da un nuovo numero uno.
Quell’albo non fu però il primo che acquistai, perché nell’agosto 2000 feci mio lo Speciale 00 – Super, ammaliato dalla dinamicissima copertina e poi coinvolto da quell’universo narrativo a me sostanzialmente ignoto ma che, pur attraverso delle brevi storielle, riusciva a occhieggiare da ogni vignetta e a incuriosirmi oltremodo.
Ma, a ben vedere, non fu nemmeno questo il primo vero incontro con PK: più banalmente, avvenne sulle pagine di Topolino, che accompagnò l’esordio della pubblicazione con diverse pagine pubblicitarie ed editoriali ad hoc in grado di stuzzicare la mia fantasia. Evroniani, Razziatore, Xadhoom, Uno, Angus Fangus li avevo visti in prima battuta sul settimanale fin dalla primavera del 1996, e avevano una potenza estetica tale da rimanermi impressi immediatamente e negli anni a venire. Per motivi anagrafici non ero ancora economicamente autonomo per decidere cosa comprare come lettura e pertanto, nonostante Paperinik fosse già uno dei miei personaggi preferiti, non riuscii a inserire PKNA tra gli acquisti fumettistici che i miei genitori compivano per me, ma la fiamma ha evidentemente continuato ad ardere sotto la cenere e qualche anno dopo, appena le condizioni lo hanno permesso, sono salito sul treno – anzi, sulla Pi-kar – in corsa. Certo, non fu facile orientarsi nella trama della seconda serie senza conoscere i retroscena, ma mi trovai comunque a mio agio e rimasi colpito dall’impostazione così differente rispetto alle storie realizzate per Topolino.
Negli anni successivi, mentre continuavo a seguire mensilmente la testata – anche nella vituperata era del reboot – recuperai poi ovviamente tutto PKNA e ricostruii il puzzle di macrotrame, eventi e personaggi, riconoscendo di avere a quel punto per le mani uno dei miei fumetti preferiti in assoluto.
Tanti auguri, vecchio mantello tarlato!
DAVID PADOVANI

Nel 1996 avevo ventiquattro anni e da almeno sei avevo riscoperto e ricominciato a frequentare il fumetto supereroico, lasciato alla fine degli anni ’70 sulle pagine degli albi della Editoriale Corno e sostituito con le avventure dei personaggi bonelliani, da Martin Mystére a Dylan Dog per poi arrivare a Nick Raider e Nathan Never.
La costante però, in tutte le mie letture fumettistiche, era Topolino (ed altri periodici disneyani come l’Almanacco) che da sempre sono stati presenti in casa mia.
In quel 1996 bazzicavo le fumetterie già da qualche anno, ma l’edicola era ancora un punto di riferimento per gli acquisti a fumetti, per più di un prodotto e di un editore. Così, quando proprio su Topolino iniziarono a comparire i sibillini annunci dell’imminente arrivo di un fumetto Disney diverso da tutto ciò che fino ad allora era stato pubblicato in Italia, la curiosità fu tanta. E fu alimentata dal fatto che già da anni conoscessi Paperinik e ne seguissi le avventure in quanto supereroe, a cui si aggiungeva il fascino collezionistico per gli albi spillati, che ancora oggi mi accompagna.
Fu così che PK, fin dal suo esordio, entrò nel mio “paniere di spesa” e, pur per età anagrafica essendo fuori dal target della generazione di lettori che su quelle pagine ha avuto un indelebile imprinting fumettistico (e con già “una ragazza dalle mie parti”, con cui ancora oggi sto percorrendo la strada della vita), ne apprezzai storie, autori, impostazioni e reinterpretazione del personaggio, seguendolo in tutta la sua storia editoriale.
Non lo si trova scritto spesso, ma quell’operazione fortemente voluta dalla Disney italiana fu, di fatto, antesignana di quello che la Marvel Comics in USA avrebbe fatto nel 2000: perché PK può anche esser visto come un Ultimate Paperinik.
Quindi tanti auguri PK, a te e a quelle tue storie che sono invecchiate bene, sicuramente meglio di questo tuo lettore.
DAMIANO ALESCI

Fin da bambino, quando sfogliare le pagine di Topolino era il mio passatempo preferito, Paperinik ha da sempre occupato un posto speciale tra i personaggi Disney che più preferisco.
Se sulla copertina o nell’indice appariva il papero mascherato, era certo che avrei letto per prima la storia dedicata a lui, rimandando tutte le altre.
Per un bambino abituato alle storie di topi e paperi vedere uno di essi diventare supereroe trasformava l’ambientazione e il tono di ciò che leggeva, rendendo tutto un po’ più notturno e avventuroso.
Già con Paperinik, prima di scoprire PK, si percepiva quella tensione narrativa che rendeva il personaggio speciale e diverso dagli altri, quasi pronto a uscire dai confini rassicuranti delle pagine del settimanale Disney.
Poichè la mia carriera di lettore è iniziata decisamente dopo la pubblicazione di Paperinik New Adenventures, il mio primo contatto con il personaggio di Pikappa avvenne per vie traverse e piuttosto inusuali: lessi una storia del tanto criticato reboot ideato negli anni Duemila, ristampata su Paperinik Cult, testata che compravo assiduamente da grande amante del personaggio.
A differenza delle altre storie presenti nel fumetto, questa iniziava con una premessa che catturò subito la mia attenzione di ragazzino.
La vicenda si ambientava in universo parallelo in cui Paperino non era mai diventato Paperinik, ma un supereroe di tutt’altro calibro, definito un Guardiano della Galassia.
L’ironia pungente, l’azione serrata, gli elementi dark dell’ambientazione, la fantascienza marcata e il layout dinamico e lontano dalle vignette delle storie di Topolino mi catturarono immediatamente e mi convinsero a recuperare, poco alla volta, le storie che componevano il mondo affascinante di PK, che non ho mai più abbandonato.
Ripensandoci oggi, le ragioni per cui mi innamorai di Pikappa sono le stesse che fecero da fondamento al coraggioso progetto di trent’anni fa, capace di contaminare il mondo Disney con tematiche più adulte e una visione narrativa ambiziosa, che un’affezionatissima community celebra ancora oggi. Tanti auguri, PK!
FEDERICO BEGHIN

Il mio rapporto con i fumetti Disney sintetizza perfettamente la mia relazione con il fumettoin generale: da bambino sfogliai gli albi colorati e me ne innamorai a prima vista. A colpirmi particolarmente furono Zio Paperone e Paperinik, quest’ultimo soprattutto per la sua qualità di eroe. Per un grande fan di Zorro, Batman, Superman, Tarzan, D’Artagnan e Robin Hood il papero mascherato non poteva che diventare l’ennesimo beniamino. Dal Paperinik classico a PK il passo fu breve e, a dire il vero, inconsapevole: mio papà mi regalò il volume Super Miti Mondadori #25 intitolato PK – I viaggiatori del tempo (Mondadori, 2001), probabilmente perché aveva visto uno dei miei personaggi preferiti in copertina.
All’inizio non feci caso al fatto che la parola chiave fosse “PK” e non “Paperinik”… avevo nove anni, non perdevo tempo a sottilizzare. Anche perché ad aprirmi gli occhi furono subito le storie contenute nel libro – e che storie! Evroniani, Il vento del tempo, Xadhoom!, Frammenti d’autunno e Carpe Diem. Cinque gemme, una dopo l’altra. Mentre le leggevo, l’effetto-wow aumentò gradualmente fino ad arrivare a Frammenti d’autunno. Il termine “wow” non bastò a riassumere il mio stato d’animo, mi venne un’idea.
Fino al mio approdo alle scuole superiori, la mia scrittura non era affatto apprezzata (per usare un eufemismo), né a casa né a scuola. Tra la quarta e la quinta elementare, durante le lezioni presso il collegio delle suore, la mia orribile grafia portò le suore-maestre di italiano e di matematica a sentenziare che nella vita non avrei mai combinato niente, mentre la mia tendenza alla sintesi era così gradita che il mio quaderno di italiano volò nel cestino, accompagnato dal commento disgustato e sprezzante della pia docente. Lo scemo del villaggio, insomma.
Che c’entra tutto questo con PK? C’entra, c’entra eccome. Un pomeriggio, durante una lezione dedicata allo svolgimento dei compiti assegnati, poiché avevo finito di completare gli esercizi ben prima del suono della campanella, mi tuffai tra le pagine de I viaggiatori del tempo, che avevo clandestinamente portato a scuola, e lessi Frammenti d’autunno. Oltre ai disegni di Claudio Sciarrone, ammirai tantissimo i testi di Bruno Enna, perché erano così potenti da riuscire a trasportarmi in una dimensione diversa. Ecco l’idea: lasciandomi ispirare dalle didascalie del fumetto, abbozzai su un foglio a righe una sorta di poesia con qualcosa di simile a uno schema metrico ragionato; consegnai il quaderno alla suora-maestra di italiano e attesi il verdetto, abbastanza sicuro che Enna non mi avrebbe tradito. Avevo ragione: nessun lancio degno delle olimpiadi! Nessun apprezzamento evidente, sia chiaro, ma un “va bene” distaccato era già più di quello a cui ero abituato. Anche a casa feci leggere la “mia poesia” e lì sì che fu giubilo: un poeta, un genio, “un santo, un apostolo“!
Insomma, a PK e in particolare a Frammenti d’autunno devo i miei quindici minuti di celebrità, prima di essere ritornato lo scemo del villaggio di sempre… in effetti “è durata poco tempo. Il tempo di un sogno confuso”.
MARCO D’ANGELO
Ho visto le menti migliori della mia generazione salvate da un papero col mantello.

Era il 1996. Avevo ventidue anni, ero uno studente universitario appassionato di fumetti da quando ne aveva cinque (ancora prima di leggere…) e per il quale quegli albi con disegni e balloon hanno contato troppo.
Pikappa arrivò come una rivelazione. Non era la “solita” storia Disney dell’infanzia: si apparentava (anche nel formato editoriale) con il fumetto americano supereroico “revisionista” che in quegli anni ci aveva sconvolto e che ci aveva guidato nel coming of age da lettori bambini a lettori adolescenti e adulti — il Batman di Frank Miller, il Born Again di Miller e David Mazzucchelli, il Watchmen di Alan Moore e Dave Gibbons.
In fondo, Pikappa era la prova che anche il grande fumetto italiano sapeva fare quella cosa, filtrandola attraverso un personaggio autenticamente autoctono, il Paperinik creato da Guido Martina nel 1969, erede di Fantomas e Rocambole, di quella cultura popolare europea di fine Ottocento che aveva inventato il vigilante mascherato molto prima che gli americani se ne appropriassero con Superman.
C’era una consapevolezza “linguistica” implicita nel passaggio da Paperinik a Pikappa. Mi sembra di ricordare — non ho mai ricontrollato — che in una sequenza di un episodio Francesco Artibani citasse perfino la pagina d’incipit di Steve Canyon di Milton Caniff, quella stessa tavola che Umberto Eco aveva analizzato in Apocalittici e integrati. Come dire “so da dove vengo e so quanta strada ho fatto per arrivare qui”. In questo Pikappa è autenticamente disneyano: una fabula intergenerazionale a più livelli, dove il bambino gioca con l’avventura e e impara l’ironia, e l’adulto rilegge con il gusto complice del gioco e dell’autoironia.
Gli autori di Pikappa li ho sempre considerati fratelli maggiori intellettualmente. Condividevamo un gusto, un’idea precisa di cosa poteva fare un fumetto quando si fidava dei suoi lettori. Ho poi cercato in modo più “critico” di riflettere su quanto Pikappa abbia rappresentato per noi, in quella fase, con un “mini” saggio a quattro mani con Andrea Bramini per Lo Spazio Bianco — lo trovate qui. https://www.lospaziobianco.it/pikappa-chisei-1/
Adesso ho cinquantadue anni. Lavoro da venticinque. Ho due figli. Ho vissuto in due paesi diversi. Il cerchio si è chiuso nel luglio 2014, quando allegato a Topolino uscì il PK Laser Blaster — la pistola laser di Pikappa. Lo comprai. E mio figlio se ne impadronì: correva sparando ad immaginari alieni evroniani nel giardino.
Stavo lì a guardarlo e pensavo: i buoni fumetti fanno questo. Ti accompagnano per tutta la vita.
Con il cuore assoluto dell’avventura a fumetti, buono da mangiare per mille anni.
SIMONE RASTELLI
Poche ragazze da quelle parti.

PK fu qualcosa di completamente diverso, che mostrava che si poteva innovare, trovare nuove strade per l’avventura all’interno di un mondo chiuso. PK – “si pronuncia picappa” – chiarisce la colonna introduttiva del Numero Zero – fece questa cosa che spiazza l’appassionato ogni volta che accade: utilizzare elementi noti per costruire un universo nuovo. Il risultato è una discontinuità, che affascina perché allude a un qualche mistero della creatività e della capacità di immaginare mondi. E forza l’appassionato a cominciare una nuova esplorazione: ci riporta a un’esperienza di “prima lettura”, che risveglia la nostra sensibilità, interrogandola, spiazzandola, mettendone in discussione i punti fermi. Ci spinge a cambiare. Che è un po’ come dire che ci spinge a restare vivi.
E qui le novità abbondavano, per di più snocciolate a ritmo altissimo.
Nei primi tre Numeri Zero vengono posate le fondazioni del nuovo mondo: non solo i luoghi e i personaggi ma anche il rapporto con i lettori. Il motto “Poche ragazze da quelle parti” compare nella risposta a una lettera in PK #1 e chiarisce che, se è pur vero che il fumetto è la cosa più importante della vita, il meta – che ospita la riflessione consapevole -è ciò che impedisce alla passione di degradarsi in sintomo o fattore di ossessione nevrotica. In questo senso, un elemento importante del racconto (autoironico) intorno a PK, che nasce in questi primissimi numeri, è l’allusione alla (non) esistenza dell’albo Numero Zero/1, che diventa a tal punto ricorrente da portare alla sua effettiva pubblicazione come numero speciale.
Il contatto con il mondo disneyano classico resta evidente in tutto quello che riguarda la gestione dei sentimenti e della morte, ma è proprio nel lavorare su limiti e vincoli di indirizzo – tipici del fumetto seriale con forte guida editoriale – che si manifesta la sottigliezza della scrittura e PK fu pienamente disneyano proprio estendendo l’idea stessa di “disneyano”.
PK fu anche, verosimilmente, un tentativo di cercare nuovi lettori, di offrire un’alternativa ai manga che riuscivano a parlare ai ragazzi con un’efficacia che i fumetti occidentali sembravano aver smarrita. Non si pose in diretta concorrenza – non offriva personaggi e storie nelle quali i lettori potessero riconoscersi – ma, appunto, cercò di allargare i confini del mondo Disney per avvicinarsi a nuovi lettori. Sappiamo che, alla fine, quella strada non ha portato i risultati attesi, almeno dal punto di vista editoriale e commerciale: PK è rimasto elemento di spicco di un periodo ricco di esplorazioni, il cui risultato ultimo è probabilmente quello di aver rimarcato la finitezza di quell’universo narrativo e della sua potenzialità attrattiva nei confronti di nuovi lettori. A quello scopo, nell’ambito della stessa ondata di rinnovamento furono più opportunamente indirizzate altre testate, da Monster Allergy a Kylion, ma questa è, letteralmente, un’altra storia.
GIANLUIGI FILIPPELLI

In quel lontano 1996 non sapevo ancora l’importanza che avrebbe rivestito di lì a pochi anni il 14 marzo, meglio noto come pi day. In realtà, per una ristretta cerchia di lettori di fumetti, il 14 marzo del 1996 rivestì una data importante, che era stata annunciata da alcune settimane sulle pagine di Topolino e del mensile Paperinik. Disney Italia, con una operazione di marketing molto ben congegnata, creò un’attesa che già da sola mi spinse ad andare in edicola alla ricerca di una nuova testata, Paperinik New Adventures, o più semplicemente PKNA.
Come ho scritto sul mio blog, è questa la definizione che preferisco, ma nella pratica la sua abbreviazione, quel PK che era già abbreviazione del mensile Paperinik, come ben sa chi, come me, si legge anche le pagine con “le scritte in piccolo”, entrò nel cuore dei lettori e nella storia del fumetto Disney italiano per identificare la versione superpotenziata di Paperinik.
Quando infatti andai in edicola ad acquistare il primo numero zero di PKNA mi ritrovai tra le mani una rivista nel formato tipico dei comic book supereroistici (in effetti leggermente più piccolo, roba di pochi millimetri per lato) che proprio in quel periodo stavo iniziando ad acquistare con una certa frequenza.
Era il primo anno dell’università e quella passione per i supereroi che fino al quel momento veniva saziata attraverso i film (di Batman in particolare), le serie televisive e i cartoni animati (o serie animate, come si dice oggi), aveva finalmente trovato il suo sbocco naturale nei fumetti grazie, in particolare, a Marvel Italia e Play Press. Non ero, dunque, completamente nuovo a quel formato (che comunque avevo fugacemente incontrato già un decennio prima, ma questa è un’altra storia, peraltro tinta del colore verde rabbia!), ma non era certo il formato l’unico dettaglio che colpiva di quell’esordio.
C’era l’odore della carta stampata, le sensazioni lasciate al tatto dalle pagine plastificate, i redazionali spigliati che sembravano parlarti direttamente, i colori sgargianti, ma soprattutto un’invasione aliena e un Paperinik che fa un incontro particolare, uno di quelli che gli cambiano la vita e gli permettono di affrontare ad armi pari quegli alieni. Uno, appunto!
E poi c’erano delle assenze, che contavano come presenze sullo sfondo, questo è vero, ma non è che comparivano spesso: zio Paperone, Paperina, i nipotini (peraltro impegnati in una loro storia a puntate sul mensile GM costruita con una filosofia analoga a quella di PKNA) erano stati tolti dal cast. La loro presenza limitava l’azione di questo nuovo Paperinik, ma erano nello sfondo, perché era per loro che Paperino indossava ogni notte la mascherina per affrontare gli evroniani o qualsiasi altra iper-minaccia trovava sul suo cammino: viaggiatori nel tempo, altri alieni, pazzi megalomani terrestri e tutto l’armamentario tipico del supereroismo, che però non era raccontato con la lente parodistica di Topolino, ma con quella epica e drammatica del genere di riferimento.
A ripensarci oggi quell’esperienza aveva anche i suoi bravi difetti, ma l’impatto che ebbe fu comunque devastante. E non fu l’unico esperimento che si trovava in edicola: la precedentemente citata Marvel Italia, per esempio, fece uscire pochi mesi più tardi Europa, una miniserie in quattro numeri con un supergruppo di supereroi italiani prodotta dallo stesso editore modenese.
Non credo che avrei mai acquistato quella miniserie senza PKNA. E sicuramente non sarei qui oggi a raccontarvi tutto ciò, cosa che magari qualcuno avrebbe anche preferito!
