
Notiamo subito (e sarà così per tutte e cinque le parti della miniserie) che l’approccio di Miller alla tavola non è riferito alla singola pagina: le prime sei pagine, per esempio, sono tre disegni unici che invadono due tavole. Miller non utilizza mai le singole pagine, ma disegna e divide le vignette ragionando sulle due tavole affiancate. Ci sono diverse vignette orizzontali lungo le due tavole, talvolta riempite con piccolissime vignette effetto “Picture In Picture” televisivo.
Per non raccontare una storia lineare (azione, effetto, azione, effetto), Miller la imposta come un racconto in flashback: ovviamente, per non rendere le cose troppo semplici, il racconto prende il via da metà della storia e va ancora più indietro (flashback nel flashback) più volte. La voce narrante fuori campo è quella di Dilios, il soldato che rientrerà a Sparta prima della fine della battaglia. Il racconto è crudo, duro, non si perde in descrizioni inutili, quello che non è detto da Dilios si vede nelle tavole doppie, spesso usate per mostrare i paesaggi che i trecento attraversano, e sullo sfondo dei quali combattono e muoiono.
La storia narrata nel primo albo prende le mosse dalla marcia di avvicinamento degli Spartani al passo delle Termopili. La marcia è lenta, il gruppo è compatto. Non c’é sorriso sui visi dei soldati, non c’é spazio per parole inutili: Sparta va alla guerra ed è l’unica cosa che sa fare. Elmetto in mano, il re Leonida è in testa al piccolo gruppo che attraversa i paesaggi ingialliti dal crepuscolo greco, mentre il suono del flauto scandisce i passi della marcia verso il nemico, e non è un caso che, addirittura, sia giunto fino a noi il nome di Tirteo, famoso autore spartano di musiche per flauto.

Il ritmo della storia, dopo l’inizio scandito dal passo della marcia, inizia già dopo poche pagine a scattare in avanti, a rallentare nei racconti, a lasciare che spesso le sole immagini parlino… l’autore prende per mano il lettore, lo spinge quando il ritmo aumenta e lo frena quando c’é da fermarsi. Le vignette incominciano a variare punto di ripresa: la telecamera dell’autore sale in verticale per darci riprese dall’alto, salvo poi scendere a terra repentinamente.
Leonida torna a casa sano e salvo con la pelle del lupo, torna ancora bambino ma già re. Ora pero’, in una sosta notturna nell’accampamento dei suoi soldati, il re adulto cammina fra i compagni addormentati. Anche se dalla rappresentazione grafica sembra davvero più giovane di quanto non narri la storia, Leonida, come Marv in Sin City e come Matt Murdock in Elektra Lives Again, non riesce a dormire; non si rigira nel letto come Marv e Matt (quest’ultimo addirittura esce di casa, quasi nudo, per camminare sotto la neve – a New York – ad aprile!), ma gira a piedi pensieroso seguito dall’autore con una ripresa dall’alto, che scopriamo simile in tutti e tre i casi citati.
Il ritmo rallenta, un altro flash back esplode girando la pagina. Un anno prima un ambasciatore del re della Persia Serse arriva a Sparta. Il cavallo che monta, massiccio e potente, ce lo mostra come nell’indimenticabile immagine del vecchio Bruce Wayne che guida la riscossa a cavallo in Dark Knight Returns. Il trattamento riservato all’ambasciatore delle parole del “Re dei Re” serve a spazzare via ogni dubbio da cosa sia Sparta rispetto al resto del mondo: un posto dove un ambasciatore della più grande potenza bellica del momento viene ucciso senza dargli la possibilità di tornare incolume, contravvenendo a tutte le leggi “civili” di ospitalità. Leonida in prima persona spiega cosa sia Sparta, e le sue parole non lasciano dubbi: mentre fa cadere l’ambasciatore persiano in un pozzo uccidendolo unitamente alla sua guardia spiega ad egli, ed a noi, che “questa è Sparta”.










