Zerocalcare: “Come si traduce “ahò” in tedesco?”

Zerocalcare: “Come si traduce “ahò” in tedesco?”
Reportage-intervista di un incontro di Zerocalcare a Berlino dedicato a "No sleep till Shengal", ovvero cronache di una serata “molto italiana”.

In occasione della pubblicazione del suo ultimo lavoro, si è trovato a Berlino la sera del 26 novembre per presentare No Sleep Till Shengal. Ospitato dal Clash, locale situato nel multiculturale quartiere Kreuzberg, l’evento – completamente sold out – è stato un magnete per la comunità italiana berlinese che affollava il locale. Non erano i soli: numerosi tedeschi (e non solo) sono stati attirati dall’iniziativa, frementi di vedere dal vivo. Non sorprende più di tanto: il “nostro” autore gode ormai di una fama internazionale che nasce già con Kobane Calling, tradotto in diverse lingue, tra cui il tedesco. La sua notorietà si è poi ulteriormente accresciuta e amplificata grazie alla serie Strappare lungo i bordi.
Hanno affiancato l’intervistatore Mattia Grigolo, fondatore de
Le Balene Possono Volare e di Yanez Magazine, nonché autore de La Raggia edito da Pidgin Edizioni, e l’interprete tedesco Steffen, che si è cimentato nel tradurre dal romano le risposte di Michele Rech per il pubblico meno avvezzo a espressioni come “coatto” o “me se ‘nculano.”

Foto e copyright di Luigi Mazzucchi

Argomento centrale della serata sono chiaramente Shengal e gli Ezidi.
Un sacco di persone non aveva mai sentito nominare gli Ezidi. Forse qualcuno se li ricorda per il massacro che avevano subito nel 2014. In realtà sono una popolazione originaria di Shengal, nord dell’Iraq. Sono simili ai Curdi perché parlano Curdo e condividono una parte del territorio Curdo, ma la religione è un culto molto antico, preislamico che ha fatto sì che nel corso dei secoli fossero massacrati decine di volte, l’ultima nel 2014 dall’ISIS. Migliaia di uomini, donne e bambini sono stati uccisi, stuprate e vendute come schiave sessuali. Chi doveva difendere gli Ezidi stando sul territorio iracheno era proprio l’esercito iracheno, quei Peshmerga del Kurdistan iracheno che in realtà sono scappati lasciando che gli Ezidi fossero massacrati.

Il tema è duro, drammatico. Eppure Michele è in grado di affrontare con serietà e dedizione questi argomenti senza perdere il suo approccio ironico, come fa d’altro canto anche nelle sue opere. Sorprende però osservarlo dal vivo e ritrovare la stessa persona che si è imparato a conoscere nei fumetti, pur senza Armadillo a fianco.
Gli unici che hanno aiutato gli Ezidi sono stati i guerriglieri del PKK che hanno aperto un corridoio per permettere alle persone di scappare attraverso la Siria. Mesi dopo proprio il PKK è tornato con gli Ezidi a Shengal, armi in pugno, e ha liberato la città dall’ISIS. A quel punto gli Ezidi hanno provato a costruire a Shengal una forma di autonomia che si ispirasse al Rojava.

Su domanda di Mattia Grigolo, Michele spiega che il titolo No Sleep Till Shengal riprende l’idea di Kobane Calling di citare la musica ascoltata durante il viaggio. Il primo brano richiama London Calling dei Clash (piccolo giubilo al sentire il nome dei Clash che danno il nome al locale), mentre No Sleep Till Shengal cita No Sleep ‘til Belfast degli Stiff Little Fingers (“Bored of this life and you are too… Thought that we’d try something new”) a sua volta cover di No Sleep Till Brooklyn dei Beastie Boys.
Però nella capoccia mia c’erano gli Stiff Little Fingers, quindi era quella là. L’idea era di tenere una citazione di un gruppo Punk, anche considerando che durante il viaggio è stato impossibile dormire per molti giorni consecutivi.

Anche il traduttore intanto dà spettacolo e impressiona perfino Zerocalcare.
Come cazzo fa senza scrivere? È fortissimo! Fa il coatto che non prende appunti! (risate dal pubblico).

Perché hai voluto raccontare questo viaggio?
Il grande fraintendimento è che in realtà mi hanno costretto. Fosse per me non partirei mai da Rebibbia. Era esattamente il momento in cui scadeva l’ultimatum per sciogliere l’autonomia di Shengal. L’esercito iracheno non poteva accettare che esistesse l’enclave, cioè l’autonomia autogestita sul territorio, quindi ha detto “vi dovete disarmare.” Gli Ezidi non si fidano, chiaramente: “Noi non ci fideremo mai più di essere difesi da qualcun altro. Non esiste che ci disarmiamo“.

Qui ci sarebbe stato bene un “cor cazzo che ci disarmiamo”, ma si è davvero impegnato a non rendere la vita troppo difficile al traduttore, il quale tiene duro dietro una cadenza che addirittura alcuni italiani faticano a seguire, problema che anch’io, originario dei Castelli Romani, conosco. Il traduttore coatto che non prende appunti ha infatti pregato il fumettista di non parlare romano:
Lui mi ha chiesto di non parlare romano, quindi devo trovare dei sinonimi.

Ahò parla romano, daje!!! si sente urlare dalle ultime file, io rido e annuisco in segno di approvazione. Partono i primi richiami al silenzio che accompagneranno il resto della serata – falli sta’ te una mandria di italiani in silenzio in un locale così! Intanto continua a raccontare i motivi del suo viaggio:
La comunità curda aveva bisogno di mandare delle persone lì per evitare che quello che stava succedendo cadesse nel silenzio generale. Io per un po’ ho temporeggiato, ho cercato di dire che c’avevo un sacco de roba da fa’. Loro mi hanno detto “organizziamo il viaggio secondo la tua agenda, quando hai dieci giorni liberi” quindi ‘sta roba è andata così. Uno dei motivi per cui io nicchiavo è che avevo l’impressione di non conoscere abbastanza la storia degli Ezidi anche per avere un’idea chiara… se ero convinto, se non ero convinto. Non sapevo bene che cazzo stavo andando a fare effettivamente.

Gli stessi dubbi sono espressi in No Sleep Till Shengal, ma ciò che colpisce la prima volta che incontri dal vivo e lo senti parlare, è la sua spontaneità. É autentico, sembra che un amico di una vita ti stia raccontando di un suo viaggio. Un viaggio, questo, che è per molti aspetti un proseguimento di quello iniziato con Kobane Calling:
É un altro pezzo del racconto iniziato con Kobane Calling, di come quei popoli che abitano quel pezzo di Mesopotamia provano a organizzare un tipo di società secondo un modello radicalmente diverso dall’ISIS – chiaramente – ma è anche radicalmente diverso dai modelli occidentali.

Foto e copyright di Luigi Mazzucchi

In che modo i due viaggi sono collegati? E cosa ti ha insegnato il primo che è stato poi utile durante il secondo?
Il primo viaggio, ma anche la frequentazione in questi anni del movimento di liberazione curdo, mi ha dato la possibilità di capire meglio quello che succede. Il movimento di liberazione curdo ha caratteristiche per certi versi molto distanti anche dal dai metodi della sinistra storica occidentale. Un po´per il posto dove si trova, un po’ per il contesto. C’è una determinazione… il fatto che alcune scelte siano “per tutta la vita” e che prevedano di fatto di sacrificare tutto e di non potersi mai ritirare… É qualcosa che a noi spaventa. La prima volta ho pensato “cazzo, è una mezza setta!”. Cioè, com’è possibile coinvolgere decine di migliaia di persone in una lotta che di fatto ti azzera la vita per come la conosciamo noi?
Poi quando capisci cos’hanno da perdere… che difendere questa scommessa non significa avere un governo più o meno duro ma che delle donne che sono nate e sono cresciute lì possono finalmente andare a scuola, possono andare in giro da sole, possono immaginare di decidere cosa fare della loro vita… Perdere questa scommessa significa di fatto perdere tutto: tornare a vivere da schiave, dentro casa, stuprate, vendute. Conoscere un po’ meglio il movimento di liberazione curdo mi ha dato la chiave per capire che la radicalità e la determinazione sono proporzionali a quello che perderebbero.”

Cosa ti ha lasciato il viaggio a Shengal?
Il grande insegnamento è stato “non mangiare mai frutta lavata con l’acqua del rubinetto”. (Risate dal pubblico e urla: cagotto?).
Scherzi a parte mi sono riportato un senso di dramma, un alone di… non voglio dire senza speranza perché chi è lì sacrificando la sua vita è evidentemente convinto di poter raggiungere un’esistenza migliore. Ora a Shengal la vita è migliorata non soltanto da quando ci stava l’ISIS, ma è migliore rispetto a come gli Ezidi abbiano mai vissuto finora.
Però, per esempio, quando i Curdi hanno combattuto contro l’ISIS c’era un’attenzione internazionale. Erano “quelli buoni” che combattevano anche per noi contro l’ISIS. C’era una proporzione di mezzi tra le forze in campo. Adesso invece abbiamo una popolazione di cui nessuno parla e che di fatto si trova a combattere contro il secondo esercito della NATO, con aviazione, droni… quindi una cosa completamente sproporzionata.
Ho riportato l’idea… io sono una persona molto pessimista e crepuscolare di mio e qui in occidente abbiamo un’idea di rassegnazione rispetto cose che ci sembrano impossibili da contestare. Invece a volte vale la pena scommettere anche sui popoli, sulla possibilità che i popoli riescano dal basso ad autodeterminarsi.

(Applausi scroscianti). La battuta spontanea, la risata, e poi ti butta lì una frase che veramente ti apre il cuore. È incredibile come, dal vivo come nelle sue graphic novel, Michele riesca a coniugare questi vari elementi naturalmente, con armonia. Anche Mattia Grigolo fa una domanda su quest’aspetto: ci sono diversi strati nella tua opera. L’ironia. Il giornalismo/reportage. E poi l’esperienza diretta in prima persona. Come li hai gestiti?
Considera che io sono stato lì mentre stavamo facendo la serie Netflix. Intanto la serie è uscita e all’improvviso un botto di persone che non sapevano niente di chi ero o cosa facevo mi dicevano, dopo aver visto la serie, “devi fare un’altra cosa tipo quella, la storia mezza d’amore… annamo a pija er gelato…” (risatine dalla sala). Per loro era assolutamente vitale che la cosa successiva riprendesse quel pubblico. Invece jo detto “guarda io purtroppo devo fa uscì ‘na roba sul genocidio degli Ezidi…”. (Risate e applausi dal pubblico che fortunatamente coglie l’ironia, altrimenti non sarebbe qui a sentire Zerocalcare, immagino).
Quindi anche se il tema è completamente diverso, il linguaggio ho cercato di mantenerlo riconoscibile. È il linguaggio dell’ironia. Chiaramente non posso fare ironia sul massacro e lo stupro, sulla schiavitù e la vendita di migliaia di persone, quindi ho cercato di concentrare la parte “buffa” e divertente su me stesso, ovvero sulle mie difficoltà, sul fatto che mi sarei fatto gambizzare piuttosto che parti’. Soprattutto la prima parte del libro è quella più buffa. (Steffen traduce gambizzare con un elegante “im Knie schießen lassen”, ovvero: “me sarei fatto spara’ al ginocchio”.)
Poi c’è la parte dove ho lasciato la parola a loro. E i personaggi riportano esattamente le parole che ci hanno detto lì. Quella è evidentemente di reportage, più seria, più drammatica. A parte nel momento del genocidio, quando sono anche stati ricevuti all’ONU, da allora è una comunità che è stata cancellata a livello di voce internazionale. Lo scopo di questo libro è anche restituir loro la parola.”

Foto e copyright di Luigi Mazzucchi

A questo punto l´intervista inizia a volgere al termine e si distende un po’, concentrandosi sulla parte “buffa” come, ad esempio, i compagni di viaggio:
Da un lato c’erano compagni miei da Roma che conoscevo da molto tempo. E poi c’era la compagine d’anziani.”. Rivolto al pubblico: C´è qualcuno che conosce i vecchi di Alessandria? Loro so’ tipo quelli che incontri alle poste. Erano persone che avendo pochi anni davanti (risate) erano molto sprezzanti del pericolo. ‘Sti vecchi baccaglioni che litigavano con l’esercito, con le milizie sciite… poi non avevano nessuna idea – vedi l’età cosa fa – non avevano nessuna idea di chi fossimo noi. Un mio amico gli ha detto – un po’ per prendere per il culo me, un po’ per prendere per il culo loro perché avevano sentito che mi chiamavo Michele – che ero Michele Serra e ci hanno creduto. (Ancora risate)

Ed eri tranquillo in quella situazione?
Quando mi hanno detto che bisognava andare in Iraq, nella mia testa l’Iraq è un Paese tutto sommato abbastanza pacificato. Comunque ci vanno gli archeologi a fare le missioni archeologiche… invece un cazzo di niente! (tradotto da Steffen con un “überhaupt nicht”, cioè “assolutamente no, che non ha decisamente lo stesso mordente”). L’ISIS esiste ancora. Non arriva in occidente a fare gli attentati, ma ci sono tantissime cellule dormienti ancora attive, attentati quotidiani. La minaccia è vera. Poi è un territorio frammentato in mille zone d’influenza diverse. Ogni chilometro ha il check-point che risponde a un’autorità diversa che non riconosce l’autorità prima. Ci stanno gli sciiti, i turkmeni, l’esercito iracheno… È molto difficile transitare. Ci siamo trovati sostanzialmente sequestrati, ci hanno levato i telefoni, i passaporti, in una caserma dell’intelligence irachena con uno che ci strillava in una lingua che non capivamo, mitra puntati, tra loro parlavo turco con uno di loro probabilmente legato ai servizi d’intelligence irachena – con la maglietta della Juve tra l’altro. Tutti gli elementi messi insieme. (risate e qualche fischio, statisticamente qualche juventino nel pubblico ci deve essere) Io faticavo anche a capire in che cazzo di situazione eravamo.

Siamo ormai veramente alla fine, Mattia fa qualche domanda più generale prima di salutarsi: come sei riuscito attraverso i tuoi disegni ad arrivare a così tante persone, a generazioni diverse?
Per me era impensabile all’inizio. Sono cresciuto nei centri sociali che già di per sé sono una marginalità delle persone intorno, ascoltando il punk che è un’ulteriore marginalità e con lo straight edge, che è la marginalità della marginalità della marginalità. Avevo l’impressione che le cose che avevo da condividere avessero quindi una platea ristretta. Quando ho visto che invece era andato bene, la risposta che mi sono dato era: metto un sacco di riferimenti generazionali, nostalgici, degli anni ‘80, persone che hanno l’età mia si agganciano a quel passato condiviso – dal pubblico: ‘a lacrimuccia – esatto, quella roba là.
Invece con la serie sono arrivate persone sia molto più giovani di me, anche ragazzini di otto o nove anni, sia molto più grandi e mi sono fatto du’ domande su quale poteva essere il minimo comun denominatore. La risposta che mi sono dato è che si tratta di persone un po’ impicciate alle quali il racconto – che cazzo ne so – delle paranoie, di quel senso di inadeguatezza rispetto a chi te sta intorno, in tanti contesti… è qualcosa che non c’ha un età ma che ti porti appresso da quando sei piccolo a quando sei vecchio. Forse la vivi diversamente a seconda del contesto, ma è qualcosa che probabilmente se ce l’hai ti consente di entrare in sintonia con il mio racconto o se non ce l’hai – pure se sei nato a Rebibbia lo stesso giorno mio, hai fatto le stesse cose mie – se non hai quel sentimento probabilmente le cose mie non ti parleranno mai.

Se le opere di Zerocalcare vi parlano forse condividete anche voi, almeno in parte, questo disagio esistenziale, trasversale e intergenerazionale. Un qualcosa che ci accomuna. Con questo si chiude l’intervista berlinese a Michele Rech (più un’ultima domanda sulla serie Questo mondo non mi renderà cattivo a cui l’autore risponde ma, aggiunge “non lo scrivete sennò me se ‘nculano!”. Una bella chiacchierata, divertente, ironica ma al tempo stesso impegnativa e capace di toccare nel profondo. Come Zerocalcare insomma.

Foto e copyright di Luigi Mazzucchi

Ma un attimo! C’è anche una scena post-credit!

Un incontro con Zerocalcare non può non concludersi con i “disegnetti”, anzi con “du armadilli al volo” in questo caso, anche perché dopo suonano Gli Ultimi e anche Michele vuole, giustamente, godersi il concerto. Ma come “non si entra con facilità a Mordor” anche raggiungerlo in tempo con la propria copia della graphic novel è arduo.
Chi c’era lo sa: il banchetto è davanti all’uscita, che è a sua volta davanti ai bagni, attaccati al guardaroba per ritirare i cappotti. In tutto ciò la “fila” più italiana che vi potete immaginare e una tedesca bassa e rapata (molto minacciosa) che urla di tenere libero il passaggio. Ho visto cose terribili e ho fatto cose di cui non vado fiero… Pressati all’inverosimile, ogni centimetro va conquistato. A un certo punto mi sembra di sentire il generale Cadorna che mi urla nell’orecchio. Alla fine esco però dal locale vittorioso, con il mio armadillo, ricordo dell’incontro con Zerocalcare e di una bella serata “molto italiana.”

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