Sabrina Gabrielli Romics

Dalla poster art al fumetto: intervista a Sabrina Gabrielli

13 Maggio 2026
L’illustratice romana di fama internazionale racconta il suo ultimo graphic novel
Leggi in 7 minuti

Durante la 36a edizione di Romics abbiamo incontrato Sabrina Gabrielli, illustratrice e poster artist con un debole per la serigrafia a mano, che ritorna con la sua seconda storia a fumetti per Tunué: I doni di Ananke. Per raccontare il suo ultimo lavoro siamo partiti dal principio, ripercorrendo la sua intera carriera come illustratrice fin dagli inizi.

Ciao Sabrina, benvenuta su Lo Spazio Bianco. Dai tuoi social si capisce che ti occupi di diverse arti: illustrazione, stampa serigrafica, teatro e fumetto. Quest’ultimo però è arrivato solo pochi anni fa, quando è uscito il tuo primo graphic novel Colori Invisibili. Qual è stato il tuo percorso di formazione?
Ho studiato illustrazione alla Scuola Internazionale di Comics di Roma dopo aver vinto un concorso nel 2001, mentre stavo studiando anche product design all’università. Avevo inizialmente messo da parte quel corso di illustrazione per terminare gli studi universitari ed entrare poi a lavorare in uno studio come product designer. Mi sono però resa conto che quel lavoro di progettazione non mi piaceva davvero e mi sono licenziata. Volevo tornare all’illustrazione perché ero convinta che mi piacesse. 
Ho scoperto più tardi, alla soglia dei quaranta (ride), che in realtà l’illustrazione era semplicemente un mezzo di comunicazione, e che più che il disegno mi interessava la narrazione. E dato che l’illustrazione è lo strumento con cui mi è più facile portare in scena quello che ho in mente, il fumetto mi è sembrato la cosa più adeguata per comunicare. E quindi è arrivato Colori Invisibili

I doni di Ananke

E in questo percorso dove si inserisce la serigrafia, che adesso è una parte significativa della tua vita creativa?
Quando mi sono licenziata dallo studio per tornare a disegnare mi trovavo con un portfolio da product designer, mentre da illustratrice e da fumettista non avevo niente. Avevo lavori che si fermavano ai tempi della scuola che non farei vedere mai a nessuno; per quanto magari fossero buoni, non mi rispecchiavano più e quindi all’epoca decisi di rifare da zero il portfolio. 
Siccome mio marito suonava – avevamo una band insieme – mi sono detta: perché non provare disegnando delle locandine? Iniziai a disegnarle prima per delle band locali, poi mi associai ad un locale di eventi nel quartiere romano Monti, il Blackmarket Hall, e disegnavo una locandina per ogni artista che veniva a suonare. Da lì ho scoperto il mondo della poster art italiana, un sottobosco pieno di gente molto figa, e collateralmente anche il mondo della serigrafia. Pensavo che non ce l’avrei mai fatta da sola eppure in poco tempo mi sono ritrovata a stampare nella cucina di casa, con i poster appesi ovunque! Una situazione quasi imbarazzante. Grazie al passaparola, ho collaborato anche con band internazionali e ho continuato a stampare in serigrafia, a quel punto avevo ritrovato pienamente il mio amore per l’illustrazione. 

La stampa serigrafica è un’eredità artigianale tra le più affascinanti…
Assolutamente sì! In questa attualità fatta di esperienze molto digitali, avere qualcosa che puoi controllare in modo fisico dall’inizio alla fine, quindi dall’impostazione grafica, passando per la realizzazione delle lastre di stampa, poi alla scelta del colore, alla revisione di come gli elementi interagiscono tra loro, è qualcosa di fortemente liberatorio per un artista. È un’esperienza che consiglio sempre fortemente, dovrebbero provarla tutti.

Colori Invisibili e I doni di Ananke sono due storie molto diverse per temi e atmosfere. In che modo metteresti a confronto le due opere?
Colori invisibili è stato effettivamente una prova per me. Volevo testare le acque perché, dal punto di vista narrativo, non ero sicura di poter creare un progetto dall’inizio alla fine da sola, anche se era la cosa che mi interessava fare. I doni di Ananke invece è una storia in cui ho avuto forse più coraggio e consapevolezza del mio processo creativo, proprio grazie alle conferme del lavoro precedente. Mi piace lavorare da sola e dividere la Sabrina sceneggiatrice dalla Sabrina illustratrice, che spesso litigano tra di loro! (ride) 

Una doppia personalità! Si influenzano l’una con l’altra o c’è una divisione ben definita dei ruoli?
Sono due entità con ruoli distinti ma spesso si influenzano e prendono decisioni che se prese realmente da due persone separate, sarebbero problematiche. Ecco perché preferisco lavorare da sola. La mia sceneggiatura è a metà strada tra uno schizzo più o meno definito e una scrittura: prendo un quaderno e in ogni pagina scrivo e faccio bozzetti. Poi entra in scena la me disegnatrice, che un po’ resetta la visione e dà la sua opinione. Ma rispetto a chi lavora in doppio, io già nella fase di scrittura decido che ci sarà una certa composizione, magari complessa, senza preoccuparmi di cosa pensa il disegnatore. Lo trovo un grande vantaggio per me.

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Abbiamo detto che I doni di Ananke è stata una storia più consapevole, però nei ringraziamenti riveli anche che è stata un po’ travagliata e ripensata in alcuni passaggi, cosa intendi?
Doveva inizialmente essere una storia più breve, ma in corso d’opera – soprattutto la parte finale – l’ho rivista più volte, e ogni volta si aggiungevano elementi e pagine in più. Io non sono una che ama molto gli spiegoni, per cui ero partita con un finale che si risolveva in una manciata di pagine… Mi sono resa conto però che avevo bisogno di più tempo, e in un attimo quelle 3-4 pagine sono diventate trenta. Oltre questo però, ho iniziato a lavorare a questo volume poco prima che mancassero mio padre e, a breve distanza, mia nonna e questo ha inevitabilmente (e fortemente) influenzato le tematiche della storia. Ero partita con un’idea più fantasy e di avventura, e sono finita invece a disegnare un racconto con riflessioni sulla perdita, sul ricordo e sulla spiritualità. L’ho riscritta quasi ex novo, perché la mia consapevolezza era cambiata, non ero più la stessa autrice di quando avevo iniziato a scrivere il volume.

Come mai la scelta di ambientarlo in questo ipotetico primo Novecento?
Volevo un periodo storico che fosse simile al nostro, perché mi serviva una metafora per riflettere sulla nostra società. Il primo Novecento è in piena rivoluzione industriale, noi invece stiamo vivendo una rivoluzione tecnologica. Nella storia che ho creato, i doni di Ananke sono persone mitizzate e divinizzate, sono meri oggetti per la società, sfruttati con il fine di connettersi alla divinità. Oggi stiamo facendo lo stesso con i mezzi di informazione e con la tecnologia in generale: li stiamo portando al di sopra di quello che è il loro effettivo valore. In questo senso l’entità “Ananke” del mio fumetto potrebbe corrispondere all’odierna intelligenza artificiale il cui culto genera una serie di riflessioni etiche e spirituali. Ecco, vorrei dire di più per consolidare meglio questa argomentazione ma rischio di fare spoiler sul finale! Preferisco che il lettore trovi da sé le interpretazioni più adatte alla sua visione, all’età ed esperienza che si porta dietro, per cui non voglio spiegare oltre. Diciamo che, per riassumere, il primo Novecento mi è stato utile per raccontare il cambio culturale epocale che stiamo vivendo oggi.

Rispetto a Colori Invisibili che era costruito su un mondo realistico, qui il fantasy ti ha obbligata a costruire un universo con le sue regole, è stato più complicato o più liberatorio per te?
Ogni volta che presento il volume metto subito le mani avanti dicendo che non è un fantasy vero e proprio ma più una favola. Temo moltissimo il confronto con il fantasy “vero”, che infatti ha bisogno di notevole costruzione dei mondi e delle regole. Qui invece ho scelto la via della fiaba proprio per concedermi una dimensione tra l’onirico e il reale, costruendo sì una base del mondo (ho ritenuto infatti fondamentale mettere una mappa all’inizio del volume), ma mi sono permessa anche di non spiegare molte cose.

I doni di Ananke

Dalle pagine interne, ai tarocchi fino alla copertina, è evidente un grande studio sul colore e sulla composizione della tavola. Con quale criterio hai lavorato alla parte illustrata?
La copertina possiamo dire che richiama i poster dell’art nouveau, che è una corrente appunto dei primi del Novecento: volevo che i personaggi principali si trovassero “ingabbiati” in questa decorazione barocca come a suggerire la loro posizione di prigionia e di strumenti disumanizzati. Anche la struttura verticale aumenta la gravità e il peso su di loro. Visto che la storia non procede in modo lineare ma con finestre tra passato, presente, futuro e sogno, ho scelto diverse palette per ognuno di questi piani narrativi così da facilitare l’orientamento temporale del lettore. La colorazione è digitale ma ho evidenziato il tratto simulando le matite colorate perché sentivo il bisogno di dare materialità al disegno. I tarocchi che ho messo a fine volume invece, ammetto che sono un’idea che mi è venuta in corso d’opera: in qualche modo i personaggi avevano delle affinità con le caratteristiche di alcuni arcani maggiori, e ho voluto inserirli. 

Qual è stato l’aspetto più stimolante nel creare I doni di Ananke?
Tutta la struttura temporale di questo fumetto si basa su un conto alla rovescia. Ho scelto questo espediente narrativo proprio perché lo trovo molto divertente e crea un allineamento tra i personaggi e il lettore. Se all’inizio del volume troviamo scritto che a distanza di un certo tempo succederà qualcosa, non potremo fare a meno di fidarci e dare per certo che quell’evento, pur non sapendo se sarà buono o cattivo, accadrà. Questo pone il lettore nella posizione di oracolo, così come accade alle persone nel mondo de I doni di Ananke: loro non mettono in dubbio ciò che gli viene predetto perché si fidano della divinazione. Mi diverte molto essere riuscita ad allineare questa sensazione dentro e fuori le pagine, spero possa essere stimolante anche per il lettore.

Grazie del tuo tempo Sabrina, a presto!

Intervista realizzata dal vivo ad aprile 2026 durante la 36a edizione di Romics

Sabrina Gabrielli

Illustratrice internazionale che vive a Roma. Inizia la sua carriera come product designer ma abbandona il ruolo nel 2011 per tornare alla sua prima passione: l’illustrazione. Ha collaborato come freelance con alcuni locali di Roma creando poster per gli artisti ospiti delle loro serate, accrescendo lentamente rilevanza e contatti nel mondo della poster art internazionale. Oggi espone ogni anno ai festival internazionali Flatstock di Barcellona e Reeperbahn di Amburgo. Nel 2022 pubblica il suo primo graphic novel per Tunué, Colori Invisibili, che segna l’inizio della sua carriera di fumettista. Il suo lavoro più recente è I doni di Ananke, pubblicato sempre per Tunué, nel 2026.

Matteo Cinti

Matteo Cinti

Nato alla fine degli anni ottanta, Matteo si diploma come Grafico Pubblicitario a Roma nel 2007 e nello stesso anno conosce il giornale per cui lavora ancora oggi sia come grafico che come redattore. Inizia ad amare i fumetti più o meno vent’anni fa quando legge Dragon Ball per la prima volta: da quel momento la sua libreria accetta solo storie con le nuvolette, specialmente se provengono dall'oriente. Disegnare è un hobby che si porta dietro dall’infanzia e che ogni tanto riesce a trasformare in lavoro. Fiero sostenitore della bellezza nella diversità di ognuno, non perde mai la speranza di un mondo sempre più verde.

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