Con tre opere l’attivo (tutte per L’Employe du Moi, una delle case editrici francesi più interessanti e raffinate del momento), la produzione di Lisa Blumen, fumettista francese classe ‘94, si è già distinta per la poliedricità dello stile e la capacità di parlare dell’umanità nel suo nocciolo più intimo così come di alcune problematiche molto attuali partendo da prospettive inaspettate: nel fantascientifico Avant l’Oublie (Prima dell’Oblio, Add Editore, 2024) le ultime ore del pianeta Terra diventano il momento in cui si riscoprono i rapporti con l’altro, ma anche la difficoltà dell’uomo di abbandonare il suo passato, le sue consuetudini e il suo legame con i propri luoghi; in Astra Nova (inedito in Italia, ma di cui Rodolfo dal Canto ha parlato qui), la fantascienza viene usata per parlare del moderno mercato del lavoro, che chiede sacrifici immani e restituisce ansia e precarietà. In Cinghiali, in anteprima a Napoli COMICON 2026 per Coconino Press, Blumen sceglie invece la via del thriller psicologico che ha per protagonista la make up artist-influencer Nina: in un crescendo di tensione che tanto ricorda le atmosfere di Perfect Blue di Satoshi Kon (in cui il blu viene sostituito in questo caso da un rosa artificiale che via via si macchia di rosso sangue), Blumen riflette sull’intrusività dei social media, sulla solitudine che si contrappone alla necessità di essere sempre “connessi”, e sulla ricerca di un vero legame in un mondo in cui tutto sembra artificiale e artificioso.
In questa occasione l’abbiamo incontrata per parlare dei molti temi affrontati nel suo lavoro.
Lisa Blumen, ben trovata su Lo Spazio Bianco e grazie mille per il tuo tempo. Prima di parlare del tuo lavoro, vorrei tornare all’inizio. Quando e come hai cominciato a pensare di diventare una fumettista e quali sono state le tue ispirazioni e influenze?
In realtà non ho mai deciso un giorno che sarei diventata una fumettista. Come tutti i bambini, ho iniziato disegnando, e poi ho semplicemente continuato. Il disegno è diventato il mio modo di esprimermi. All’inizio volevo creare libri per bambini, limitandomi a illustrarli. Poi però ho capito che volevo raccontare storie più lunghe. Così ho iniziato a provare a scrivere fumetti e, quando ero alla scuola d’arte, sembravano piacere. È stato allora che ho pensato: “Ok, è questo che voglio fare”.
Eri già una lettrice? C’è stato qualche autore o stile in particolare che ti ha influenzata dal punto di vista della narrazione?
A differenza di molti bambini francesi, i miei genitori non avevano una collezione di fumetti in casa e non ne erano grandi lettori . Quindi non sono cresciuta con la classica cultura franco-belga. In realtà ho scoperto i fumetti piuttosto tardi, intorno ai diciotto anni, quando ho iniziato la scuola d’arte.
I miei riferimenti sono quindi più legati al fumetto indipendente, come quello pubblicato da L’Association in Francia. È da lì che sono partita, più che dai classici.
Come Asterix?
Sì, certo, da bambina ho letto Asterix e un po’ di Tintin, ma solo a casa dei miei nonni.
Parliamo del tuo ultimo libro, Cinghiali, pubblicato in Italia da Coconino. È un thriller psicologico incentrato su un’influencer che realizza video di make–up e finisce intrappolata in quel mondo. Come ti è venuta l’idea e che cosa ti ha spinta a concentrarti su un ambito così specifico: era qualcosa che già ti interessava? Hai fatto ricerche o è qualcosa che segui sui social media?
All’inizio è stato qualcosa di molto personale. Come tutti, ho iniziato guardando un video sui social media, e poi sono entrata in quel mondo, scoprendo quanto fosse vasto. A un certo punto però ho iniziato a sentirmi a disagio. Mi sono resa conto che volevo vedere contenuti più intimi, sapere di più sulla vita della make-up artist che seguivo. Questo mi ha fatto interrogare: perché provavo questo? Ero voyeurista? Mi stavo comportando come una sorta di spia o stalker?
Ho anche notato che guardavo questi video quasi di nascosto, non volevo che gli altri lo sapessero. Questo mi ha fatto riflettere ancora di più. Ho capito che questo tipo di contenuti viene spesso sminuito o considerato poco importante, spesso in modo sessista, come qualcosa “da ragazze” e quindi non interessante. È stato allora che ho capito che si trattava in realtà di un tema molto ricco. Molte persone considerano le influencer superficiali, ma ho iniziato a vedere come questa percezione sia spesso influenzata da pregiudizi di genere.
In generale, mi piace iniziare un progetto partendo da domande. Non voglio necessariamente dare risposte, ma piuttosto esplorare perché provo certe sensazioni, perché sono attratta da qualcosa. Quella che era una curiosità personale è diventata gradualmente qualcosa di più politico e profondo di quanto immaginassi.
Il libro tocca anche temi più ampi oltre ai social media, come il ruolo delle donne nella società, il sessismo — come dicevi — e il mondo della moda, temi presenti anche prima dei social. Pensi che questi ambienti amplifichino queste dinamiche, rendendole più estreme e quindi più facili da analizzare?
Trovo strano che spesso pensiamo ai social media come qualcosa di separato dalla vita reale. In realtà riflettono gli stessi problemi, lo stesso sessismo, le stesse strutture sociali. Detto questo, a volte possono sembrare più estremi. È come essere dentro una macchina: ti senti al sicuro e quindi puoi dire cose che non diresti faccia a faccia. Internet funziona in modo simile: puoi insultare o attaccare gli altri a distanza. Questo crea un ambiente più estremo, perché magari non diresti quelle cose nella vita reale davanti alle persone. Ma alla base è la stessa realtà. È qualcosa che volevo mostrare nel libro: le difficoltà della protagonista non sono limitate a internet, ma si estendono a ogni aspetto della sua vita — la famiglia, il lavoro, l’ambiente. Non è solo un problema online, ma più ampio, politico.
Oggi gli artisti — fumettisti ma anche illustratori — usano molto i social media per promuoversi, per essere presenti. La tua esperienza personale con queste piattaforme ha influenzato il libro?
Curiosamente è stato quasi il contrario. Ho iniziato a lavorare al libro prima, ed è stato solo dopo che mi ha portata a riflettere su come uso i social, su come voglio essere presente online, o in alcuni casi non esserlo. Come artista, essere online è importante, certo. Ma ciò che mi interessa davvero è che il lavoro della protagonista ha delle somiglianze con il mio: lavora da sola, a casa, ed è una lavoratrice indipendente. È lì che sento il legame più forte.
In realtà non sono una grande utilizzatrice dei social: ne consumo molti contenuti, ma pubblico poco. Quindi per me il legame non riguarda tanto la presenza online quanto la natura del lavoro indipendente e le sue difficoltà.
La figura del titolo del libro, il cinghiale, appare come una presenza violenta e inquietante. A me è sembrato quasi un confronto estremo tra un mondo di bellezza artificiale e un animale magari brutto e feroce, ma anche naturale, reale, affascinante. Pensavi a questa opposizione tra estremi?
Sì, tutto è partito da un’immagine — senza svelare troppo della storia — che appare alla fine del libro: una ragazza pura e pulita che porta con sé un animale sporco e selvatico. Da lì ho iniziato a chiedermi perché mi fosse venuta in mente quell’immagine e ho cominciato a collegare diversi elementi. Uno di questi è una storia vera che un’amica mi ha raccontato tempo fa, quella di un cinghiale entrato in un quartiere, che ho poi inserito nel libro. Me l’aveva raccontata anni prima, l’avevo dimenticata, e quando ho iniziato il libro mi è tornata in mente: mi sono resa conto che catturava perfettamente l’idea di intrusione, qualcosa che entra nella tua vita e la sconvolge, un po’ come internet stesso.
Il cinghiale è interessante perché è sia predatore sia preda. Questa ambiguità mi ha portata a una domanda che mi piace porre ai lettori: chi è il cinghiale nella storia? È Nina? Lo stalker? O forse lo spettatore, quando consuma contenuti online in modo più istintivo, quasi animale? Come vedi, non ho una risposta chiara, ma molte domande.
Questo aggiunge un ulteriore livello di interpretazione, non ci avevo pensato. Parlando del tuo stile, rispetto ai tuoi lavori precedenti — come Avant l’oubli (Prima dell’Oblio in italiano) — si nota un cambiamento. Quell’opera era più episodica, mentre qui la narrazione è più lineare. Anche lo stile visivo si è evoluto. Cosa guida le tue scelte, sia narrative sia visive?
Mi piace molto lavorare all’interno di un genere specifico, che aiuta a guidare l’intero progetto. In questo caso, l’aspetto di thriller psicologico ha modellato la tensione e creato un senso di oppressione, una sorta di atmosfera claustrofobica che volevo trasmettere.
Il genere influenza anche il mio stile di disegno. Mi piace cambiare tecniche a ogni progetto, anche perché creare un fumetto è un processo lungo e ho bisogno di trovarci piacere. Ogni progetto diventa un’occasione per imparare qualcosa di nuovo. Man mano che imparo, il mio disegno diventa più efficiente e veloce, il che è importante. In generale, il tono e l’atmosfera della storia influenzano profondamente il mio approccio visivo.
Per questo libro volevo trasmettere un senso di oppressione attraverso il colore. La palette è molto limitata, dominata da tonalità rosa artificiali, quasi fluorescenti, che rafforzano l’idea di artificiosità.
Sì, passa da toni molto leggeri a toni più “violenti”.
Esatto. È essenzialmente un unico colore dominante — non c’è verde, non c’è blu — che crea un’atmosfera strana e inquietante. È stata una scelta molto voluta.
Volevo chiederti proprio del colore e mi hai anticipato! Qui ha un forte ruolo narrativo, forse anche più del disegno in certi momenti.
Scusa (ride)! Sì, era proprio la mia intenzione. Volevo anche che i colori evolvessero insieme alla storia. All’inizio la palette è chiara e rosa, ma man mano che la narrazione procede il rosso diventa più presente. Si parte da qualcosa di piccolo, una goccia di sangue, e gradualmente si intensifica mentre la storia diventa più tesa. Quindi la progressione emotiva si riflette nel colore.
Infine, vorrei parlare del ritmo. Durante la lettura mi ha ricordato Perfect Blue di Satoshi Kon perchè in Cinghiali ho ritrovato lo stesso tipo di tensione.
Sì, è stato un riferimento importante. Affronta temi simili: un personaggio conosciuto da molte persone ma che non le conosce a sua volta, creando una sorta di relazione parasociale. C’è anche quella strana forma di fama: essere visibili, ma isolati.
Il film ha avuto un forte impatto emotivo su di me. Tuttavia, durante la creazione del libro ho evitato di rivederlo troppo spesso, per non esserne influenzata eccessivamente. L’ho rivisto dopo. Ma sì, è stato sicuramente un riferimento importante.
Grazie mille Lisa, non vediamo l’ora di leggere il tuo prossimo lavoro.
Intervista realizzata il 1° maggio al Napoli COMICON
Un ringraziamento a Jacopo Masini e Luca Baldazzi di Coconino Press
Lisa Blumen
Nata a Roubaix nel 1994, si è diplomata alla Haute École des Arts du Rhin nel 2019 e ha pubblicato il suo primo libro, Gros ours?, con Kilowatt nel 2017. Ha inoltre vinto il premio Utopiales BD SF 2023 per Astra Novae il premio esordienti del Quai des Bulles 2022 per Avant l’oubli(L’Employé du moi), pubblicato in Italia da Add Editore con il titolo Prima dell’Oblio. Sempre per L’Employé du moi ha pubblicato Sangliers (Cinghiali, pubblicato da Coconino Press nel 2026).





