Tutti i lettori ricordano almeno un paio di libri che hanno causato loro un piccolo trauma, scene descritte con tale forza che hanno portato notti insonni e incubi. American Psycho di Bret Easton Ellis è uno dei romanzi che ha turbato l’adolescenza e la post-adolescenza di molti, me compresa. Il vangelo del coyote, scritto da Gianluca Morozzi e disegnato da Giuseppe Camuncoli e Michele Petrucci, si apre riportando a galla proprio un passaggio di quel libro, tanto famoso quanto vomitevole: tavola calda, inquadratura dall’alto; una ragazzina dai capelli blu sta raccontando con soddisfazione alla sua amica la scena di tortura più delirante del romanzo: “Le inchioda le mani nel pavimento… Le sfonda la bocca e i denti con un trapano… Le ficca un tubo di plastica tutto su fino alle ovaie… Poi prende un topo a digiuno…”.

Lo script si suddivide in due storie che scorrono parallele in una città piena di vicoli stretti, portici e piccole insegne che potrebbe essere Bologna, la città dello sceneggiatore, ambientazione amata e spesso presente fra le pagine dei libri dal momento che molti fumettisti e romanzieri hanno abitato e abitano fra i suoi portici.
Nella vicenda disegnata da Camuncoli spiccano come protagoniste due ragazzine/iene, Skoda e Liù, perennemente annoiate e animate da una overdose di cattiveria che si ispira ai film che amano guardare al cinema, soprattutto a una pellicola che hanno visto decine di volte.
Un professore di filosofia anonimo e solitario, monomaniacale e segretamente innamorato della sua migliore allieva è invece il personaggio che si muove nelle vignette disegnate da Petrucci.
Lo stile dei due fumettisti è differente non solo nel tratto, più americano e punk quello di Camuncoli, maggiormente ispirato al tratteggio europeo quello di Petrucci, ma anche nei colori scelti per narrare le due storie. Quella di Skoda e Liu ha dei colori acidi e pieni mentre la vicenda del professore è acquarellata con dei toni seppiati tendendenti al verde/grigio.
Lo stacco fra i due stili di disegno è forse eccessivo; il tratto pulp di Camuncoli è, fra i due, il più efficace per l’atmosfera hard-boiled del racconto e il fumetto sembra risentire un po’ della dissonanza delle due forme espressive anche perché i due racconti si alternano con intervalli di poche pagine l’uno dall’altro fino alla fine del volume, anche se tuttavia il cambio continuo fra i due è funzionale per il finale comune.

Se si dovesse inserire il fumetto in un filone letterario, o assimilarlo a una corrente narrativa italiana, potrebbe rientrare a ragione e con tutti i crismi in quella “gioventù cannibale” nata sul finire degli anni Novanta grazie ad autori come Aldo Nove, Niccolò Ammaniti o Isabella Santacroce, in cui la narrazione è portata a un livello di crudeltà estremo che non disdegna la violenza iper-realistica.
La scrittura è serrata, i dialoghi e le didascalie sono dosati con cura per far sì che il lettore non riesca a chiudere il libro se non all’ultima pagina, una caratteristica che si riscontra in tutti i thriller di Morozzi. Non mancano passaggi surreali, a cavallo fra la psichedelia e la comicità, grazie all’incursione del piccolo quanto inutile Mister Cacciavite.
Il titolo del fumetto è un chiaro e omonimo richiamo a una delle storie più note del supereroe DC Comics Animal Man, reso noto dalla run scritta dallo sceneggiatore scozzese Grant Morrison, il cui superpotere è quello di assorbire le caratteristiche degli animali che si trovano nelle immediate vicinanze.
Le citazioni letterarie e cinematografiche sono molteplici e vanno dalla satira surrealista di Woody Allen al distopico fantascientifico del film Zardoz, passando per gli snuff movies. Non possono mancare il collezionismo musicale e il vinile come feticcio; ogni storia pulp che si rispetti ha bisogno di una colonna sonora e in questo caso Morozzi sceglie il progressive italiano di Leviathan, Il Rovescio della Medaglia e dei Pierrot Lunaire che fanno da contraltare alle musiche contemporanee che ascoltano Skoda e Liù nei festini fra liceali perché proposti nei videoclip televisivi, come il Boulevard of Broken Dreams dei Green Day.
Proprio come un vangelo criptico e incomunicabile, non c’è etica né chiarificazione d’intenti nel fumetto di Morozzi, Camuncoli e Petrucci: i loro personaggi sono puro istinto, e seguono inconsapevoli un movimento circolare che entra ed esce dalla fiction, in un labirinto metaletterario in cui di reale c’è solo la Grande Ombra.
Se è pur vero che il pulp in Italia ultimamente ha un po’ esaurito le sue idee e i suoi estimatori a favore di narrazioni incentrate su sentimenti amorosi di coppia, Il Vangelo del Coyote è un ululato rauco che piacerà ai nostalgici del pulp nudo e crudo e a chi ama la metaletteratura e i finali aperti.
Abbiamo parlato di:
Il vangelo del coyote
Gianluca Morozzi, Giuseppe Camuncoli, Michele Petrucci
Mondadori Oscar Ink, ottobre 2017
128 pagine, cartonato, colori – 17,00 €
ISBN: 9788804683865








