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Il vangelo del coyote: un ululato pulp

Gianluca Morozzi, Giuseppe Camuncoli e Michele Petrucci ci portano in una periferia metropolitana alienata e violenta con due storie unite da un inaspettato finale.

Tutti i lettori ricordano almeno un paio di libri che hanno causato loro un piccolo trauma, scene descritte con tale forza che hanno portato notti insonni e incubi. American Psycho di Bret Easton Ellis è uno dei romanzi  che ha turbato l’adolescenza e la post-adolescenza di molti, me compresa. Il vangelo del coyote, scritto da e disegnato da e , si apre riportando a galla proprio un passaggio di quel libro, tanto famoso quanto vomitevole: tavola calda, inquadratura dall’alto; una ragazzina dai capelli blu sta raccontando con soddisfazione alla sua amica la scena di tortura più delirante del romanzo: “Le inchioda le mani nel pavimento… Le sfonda la bocca e i denti con un trapano… Le ficca un tubo di plastica tutto su fino alle ovaie… Poi prende un topo a digiuno…”.

Il vangelo del coyote: un ululato pulpIl volume proposto a colori da , collana è una riedizione della precedente edizione Guanda in bianco e nero risalente al 2007. Dieci anni non bastano a rendere le vicende e i personaggi narrati anacronistici o superati anzi, nell’era della connessione permanente e dell’onnipresenza dei social network, l’ordinaria follia fra le pagine risulta ancora più attuale.

Lo script si suddivide in due storie che scorrono parallele in una città piena di vicoli stretti, portici e piccole insegne che potrebbe essere Bologna, la città dello sceneggiatore, ambientazione amata e spesso presente fra le pagine dei libri dal momento che molti fumettisti e romanzieri hanno abitato e abitano fra i suoi portici.

Nella vicenda disegnata da Camuncoli spiccano come protagoniste due ragazzine/iene, Skoda e Liù, perennemente annoiate e animate da una overdose di cattiveria che si ispira ai film che amano guardare al cinema, soprattutto a una pellicola che hanno visto decine di volte.
Un professore di filosofia anonimo e solitario, monomaniacale e segretamente innamorato della sua migliore allieva è invece il personaggio che si muove nelle vignette disegnate da Petrucci.

Lo stile dei due fumettisti è differente non solo nel tratto, più americano e punk quello di Camuncoli, maggiormente ispirato al tratteggio europeo quello di Petrucci, ma anche nei colori scelti per narrare le due storie. Quella di Skoda e Liu ha dei colori acidi e pieni mentre la vicenda del professore è acquarellata con dei toni seppiati tendendenti al verde/grigio.
Lo stacco fra i due stili di disegno è forse eccessivo; il tratto pulp di Camuncoli è, fra i due, il più efficace per l’atmosfera hard-boiled del racconto e il fumetto sembra risentire un po’ della dissonanza delle due forme espressive anche perché i due racconti si alternano con intervalli di poche pagine l’uno dall’altro fino alla fine del volume, anche se tuttavia il cambio continuo fra i due è funzionale per il finale comune.

Il vangelo del coyote: un ululato pulpLe due storie si dipanano in parallelo, con tensione crescente, senza mai incontrarsi se non nell’ultima pagina in cui il lettore scopre la verità che le unisce. Altri punti di incontro fra i due racconti sono la strana, inspiegabile quantità di mosche, che impestano con il loro ronzio e la loro presenza le scene dell’una e dell’altra storia, e il genere della narrazione tra il noir psicologico e il pulp.

Se si dovesse inserire il fumetto in un filone letterario, o assimilarlo a una corrente narrativa italiana, potrebbe rientrare a ragione e con tutti i crismi in quella “gioventù cannibale” nata sul finire degli anni Novanta grazie ad autori come Aldo Nove, Niccolò Ammaniti o Isabella Santacroce, in cui la narrazione è portata a un livello di crudeltà estremo che non disdegna la violenza iper-realistica.

La scrittura è serrata, i dialoghi e le didascalie sono dosati con cura per far sì che il lettore non riesca a chiudere il libro se non all’ultima pagina, una caratteristica che si riscontra in tutti i thriller di Morozzi. Non mancano passaggi surreali, a cavallo fra la psichedelia e la comicità, grazie all’incursione del piccolo quanto inutile Mister Cacciavite.

Il titolo del fumetto è un chiaro e omonimo richiamo a una delle storie più note del supereroe DC Comics  Animal Man, reso noto dalla run scritta dallo sceneggiatore scozzese Grant Morrison, il cui superpotere è quello di assorbire le caratteristiche degli animali che si trovano nelle immediate vicinanze.

Le citazioni letterarie e cinematografiche sono molteplici e vanno dalla satira surrealista di Woody Allen al distopico fantascientifico del film Zardoz, passando per gli snuff movies. Non possono mancare il collezionismo musicale e il vinile come feticcio; ogni storia pulp che si rispetti ha bisogno di una colonna sonora e in questo caso Morozzi sceglie il progressive italiano di Leviathan, Il Rovescio della Medaglia e dei Pierrot Lunaire che fanno da contraltare alle musiche contemporanee che ascoltano Skoda e Liù nei festini fra liceali perché proposti nei videoclip televisivi, come il Boulevard of Broken Dreams dei Green Day.

Proprio come un vangelo criptico e  incomunicabile, non c’è etica né chiarificazione d’intenti nel fumetto di Morozzi, Camuncoli e Petrucci: i loro personaggi sono puro istinto, e seguono inconsapevoli un movimento circolare che entra ed esce dalla fiction, in un labirinto metaletterario in cui di reale c’è solo la Grande Ombra.

Se è pur vero che il pulp in Italia ultimamente ha un po’ esaurito le sue idee e i suoi estimatori a favore di narrazioni incentrate su sentimenti amorosi di coppia, Il Vangelo del Coyote è un ululato rauco che piacerà ai nostalgici del  pulp nudo e crudo e a chi ama la metaletteratura e i finali aperti.

Abbiamo parlato di:
Il vangelo del coyote
Gianluca Morozzi, Giuseppe Camuncoli, Michele Petrucci
Mondadori Oscar Ink, ottobre 2017
128 pagine, cartonato, colori – 17,00 €
ISBN: 9788804683865

 

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