
Il soldato Otto e l’ufficiale Burger sono in missione segreta per portare la pace in una realtà devastata da una guerra senza fine tra le forze del Nuovo Mondo e quelle del Vecchio Mondo: questo potrebbe essere l’inizio di una storia di formazione, del viaggio dell’eroe che lo porta ad essere diverso, una metafora esistenziale sulla guerra, la vita, l’universo e tutto quanto. Ma è facile pensare che gli autori scoppierebbero in una sonora risata davanti a questa aspettativa: il mondo da loro disegnato è ironico, dissacrante, carico di citazioni alla fantascienza, al western, all’occulto, a Cronenberg, Tarantino, Bonvi, tutto passato nel tritacarne dei disegni di Spugna. La storia procede frenetica tra dialoghi serrati, corpi mutanti e colori radioattivi.

La quarta guerra mondiale è quindi molto diverso da ciò che ci aspetteremmo, fatto di per sé non negativo, anzi: vuole essere soprattutto un gioco divertente e divertito, che si beffa dei ragionamenti esistenziali. Non chiede di sospendere il giudizio, naturalmente, ma sembra rivendicare il valore della pausa, della risata, dell’assurdo senza uno scopo edificante. Le citazioni spinte fino al grottesco vanno in questa direzione e riprendono lo spirito dei B-movies, il cui fascino sta proprio nell’ostentazione del cliché. Eccedere in tal senso può però portare a qualcosa di ripetitivo e banale, eventualità nella quale La quarta guerra mondiale incorre in alcuni passaggi che risultano quindi poco convincenti, come in certi dialoghi tanto fitti da rallentare la narrazione. Il fumetto è esilarante nel suo mettere in scena queste istanze, ma di contro la storia procede in maniera spesso macchinosa e i colpi di scena sono tutti funzionali ad arrivare a una conclusione che sa di già visto.
Questo non significa che non ci siano dei contenuti. La firma di Taddei è ben visibile, soprattutto nel finale e nei riferimenti alla contemporaneità: gli autori sembrano dirci che il nazismo non se n’è mai andato davvero e che ha privato il mondo della pace facendolo precipitare in una guerra costante. Il fumetto racconta la fine di questa apocalisse continua e normalizzata, in pratica l’apocalisse di un’apocalisse: siamo quindi oltre la distopia, il mondo è già morto così come la stessa parola “pace”, ormai dimenticata.
I disegni di Spugna, d’altra parte, danno vitalità all’opera attraverso corpi letteralmente post-umani: mutanti, instabili, pronti a esplodere sulla pagina in tutta la loro potenza orrorifica; ed è allora che vengono sminuzzati e aperti da un mondo spietato, in cui la vita ha lo stesso valore di un pezzo di carne. In un fumetto che fa del grottesco una delle sue cifre più caratteristiche, non può mancare un certo lavoro sui personaggi, in particolare sui volti: i primi piani sono numerosi, i personaggi riconoscibili e mostrano una differenza significativa rispetto ai recenti lavori di Spugna, più concentrati sulla rappresentazione del mondo che su una storia precisa, con protagonisti e antieroi. Con questo si potrebbe vedere un riavvicinamento allo stile di Una brutta storia (GRRRz, 2014), tanto che in entrambi troviamo il racconto di un’esperienza traumatica da parte di un sopravvissuto, l’unico rimasto per raccontarla.

Come si inserisce quest’opera nel percorso dei due autori? Credo che la risposta stia nel titolo: La quarta guerra mondiale non segue un percorso, ma racconta un post-, un dopo. Viene da chiedersi “E la Terza guerra mondiale?”. Forse la domanda è mal posta:
– In che anno siamo?
– 3021, signore!
– E cosa fanno le persone nel 3021?
– S’ammazzano! S’ammazzano, signore!
– E mille anni fa che anno era?
– Il 2021, signore!
– E cosa facevano le persone nel 2021?
– S’ammazzavano, signore, s’ammazzavano anche allora!

Ecco, se c’è una cosa che manca in La quarta guerra mondiale è proprio il tempo per fermarsi a cogliere una sfumatura che faccia scaturire una novità: la storia procede troppo rapidamente per porsi delle domande, una montagna russa in cui l’ufficiale Burger ci trascina un po’ per la sua indole euforica un po’ per dovere di buon soldato. Ed è solo quando scendiamo dalla giostra che calano le ombre, il ghigno svanisce dal volto dei personaggi e si lascia spazio all’interpretazione, al dubbio. Taddei sembra che guardi dall’alto il parco giochi frenetico che ha costruito e lì decida che l’unica cosa da fare è cancellarlo con un atto violento (“con un colpo di Spugna” direbbe qualcuno con un pessimo senso dell’umorismo). Alla fine dei conti, quando è possibile riprendere fiato, c’è qualcosa da chiedersi: sull’umano, sulla guerra, la fine del mondo già in corso, ma anche sulla creatività, l’arte, il racconto. E soprattutto la frustrazione di non riuscire ad arrivare a un “fuori”: fuori dal mondo, fuori dalla propria pelle, da una storia che sembra ripetersi all’infinito.
Leggendolo, si ha l’impressione che La quarta guerra mondiale più che mettersi in dialogo con il presente, ne sia una manifestazione: tempi stretti, divertimento martellante, cliché e riferimenti a un immaginario ben noto. D’altra parte il gioco intavolato da Taddei e Spugna ha il pregio di far pensare alla necessità di porre fine a questo massacro costante, che riguarda sia il mondo che abitiamo che il modo di rappresentarlo. Basta con il già visto, la storia non deve necessariamente andare in quel modo (e non deve necessariamente andare da qualche parte). Cancellare, togliere, lasciare spazio. Partire verso lidi inesplorati: forse lì potremo trovare qualcosa che somigli alla pace.
Abbiamo parlato di:
La quarta guerra mondiale
Taddei e Spugna
Feltrinelli Comics, 2021
176 pagine, brossurato, colori – 18,00 €
ISBN: 9788807550843









