Paolo Rossi, nell’introduzione a L’isolo, il nuovo lavoro di Maicol&Mirco pubblicato da Bao Publishing, scrive: “Ci sono dei disegni. I disegni sono figli illegittimi degli scarabocchi. Gli Scarabocchi sono fatti della stessa sostanza dei pensieri’.

Maicol&Mirco da anni racconta il mondo che ha attorno proprio con l’immediatezza e la forza degli scarabocchi. Istantanee del quotidiano: ciniche, taglienti, divertenti e comunque mai banali, che traggono forza narrativa proprio dal loro stile unico, identitario.
Lo abbiamo intervistato a margine di Lucca Comics and Games 2025, e dopo oltre 10 anni torna sulle pagine di Lo Spazio Bianco.
“Fanculo l’umanità” leggiamo nelle prime pagine del volume. Per un autore con così tanto acume ed empatia, come dimostri spesso negli Scarabocchi, ti è capitato di arrivare sconsolato a pensarlo, o quantomeno ad andarci vicino? Come esseri umani stiamo dando il peggio di noi?
Come autori abbiamo un ottimo rapporto con l’umanità. Lei ci mostra i suoi orrori e noi ci facciamo i fumetti. È come essere dei Re Mida, ma al contrario: tocchiamo l’oro e lo trasformiamo in mondi. Invece come persone è diverso. L’umanità ci fa violenza, prima di tutto come appartenenza. Farne parte ci rende complici se non addirittura colpevoli. Ma cosa ci interessa di noi? Le nostre vite sono trascurabili davanti all’immensità delle storie. Sono le storie a tenere in piedi i nostri corpi martoriati. Sono le storie a tenerci vivi, mica la carne.
Nella dedica scrivi “Tutti dovrebbero avere una figlia”: perché?
Per sapere cosa siamo davvero, occorre un figlio. Per sapere cosa dovremmo essere, occorre una figlia.
Gli aforismi de Gli Scarabocchi sono istantanee prese dal quotidiano e che raccontato un’esigenza di immediatezza. Come nasce uno scarabocchio e come invece la necessità di un racconto a più ampio respiro?
Ci sono storie che non possono essere compresse, perché fatte di silenzi e di vuoti. Per queste storie vuote e silenziose occorrono pagine e pagine. Occorrono libri interi. Possiamo restringere i pieni, mai i vuoti.
Nella prefazione Paolo Rossi parlando del tuo tratto dice che tu usi la penna come Lou Reed la chitarra. Ti trovi in questa descrizione? Come è nato l’incontro con l’attore e comico?
Usiamo la penna come va usata: per raccontare, non per consumarla. Mettiamo solo quello che serve. Mai niente di più. Credo che Paolo Rossi lo abbia capito immediatamente. Ci siamo incontrati al Premio della Satira, entrambi tra i premiati, e ci siamo seduti a parlare. Senza presentarci. Come continuando un discorso iniziato da soli anni prima. Ed è stato come in un nostro libro. Poche parole, tutte importanti, in mezzo ai silenzi.
L’Isolo racconta di una fuga dall’essere umano alla ricerca dell’umanità?
Racconta più la fuga dell’umanità da un essere umano.
Il protagonista è un poeta che decide di staccarsi dal mondo. Esiste una sensibilità artistica che, più nutrita, più costringe a una fuga?
La fuga, nelle persone sensibili, è solo un modo per vedere la situazione da lontano. Per avere un quadro preciso. Per questo le cose ci mancano solo quando le perdiamo. Impossibile amare una cosa da vicino, occorre fuggirne per ammirarla nella sua interezza.

L’essere umano si crede reale solo perché dotato di corpo, quanto invece secondo te l’arte, la poesia (e saperle cogliere nel creato) lo rendono speciale?
La realtà è solo una parte. Quello che c’è, quello che esiste, quello che possiamo toccare o vedere. Ma a un artista interessa il tutto, non una parte. Occorre raccontare anche quello che non si può vedere, che non si può toccare. L’arte ha anzi il compito di raccontare quello che non esiste. Quello che non c’è.
La natura come televisione di Dio presuppone un principio antropico? La bellezza, il senso di meraviglia, esiste solo per chi è in grado di coglierla?
No, la bellezza è generosa ed esiste per tutte e tutti. Anche per chi non la coglie. Come un regalo senza compleanno. Come un regalo sotterrato.
L’incontro che L’Isolo fa sulla sua isola stravolge la sua scelta eremitica. Come per Aristotele, nonostante tutto, l’uomo resta animale sociale? Il finale apre a profonde riflessioni sul valore della conoscenza delle proprie origini per sentire l’importanza di costruire un proprio cammino.
Occorre che esista qualcun altro per essere un eremita. Occorrono presenza per essere soli. Altrimenti si sarebbe semplicemente unici. Un eremita esiste solo se c’è qualcuno da allontanare, da abbandonare. Dio non ha la fortuna di essere solo. Dio è semplicemente e volgarmente unico.

A Lucca esce anche il primo numero della rivista La fine del mondo che rappresenta una proposta antologica ma anche una foto dello stato dell’arte del fumetto italiano. Cosa puoi raccontare su contenuti (essendo legata al quotidiano il Manifesto avrà anche un’identità definita) e della varietà di artisti e poetiche raccolte?
La fine del mondo è una rivista pensata per i lettori. E questa è una rivoluzione. Le riviste sono sempre state pensate per gli editori e per gli autori. La fine del mondo invece è dalla parte di chi legge, non di chi scrive. Riconosce al lettore il coltello dalla parte del manico. Esce in edicola il 18 dicembre, lo dico per i lettori, non per noi.
Storicamente in Italia l’attivismo dell’arte è sempre stato un tema importante al punto da essere stato messo “sotto processo”, e parlo di De Gregori come caso più eclatante riferendosi a chi apparentemente non legava strettamente arte e attivismo. Oggi questa funzione sembra sia stata accolta anche dal mondo del fumetto (in modo diretto e non solo allegorico). Quanto essere nel mondo e raccontarlo è importante e quanto questo aspetto risponde a une necessità artistica?
Non si deve chiedere a un autore di raccontare l’esistente. Un autore non deve essere didascalico. Come dicevamo sopra, per raccontare il mondo come si deve, occorre fuggirlo. Allora, da lontano, quando sembra solo un puntino minuscolo, si può disegnarlo facilmente per intero. Se si lascia un autore fuggire abbastanza a lungo, si può essere certi che avrà la capacità e la lucidità di raccontarci per davvero.
Grazie mille per il tempo che ci hai dedicato e a presto.
Intervista realizzata via mail il 03 novembre 2025.
Maicol & Mirco
E’ l’autore de Gli Scarabocchi di Maicol & Mirco, una comica tragedia quotidiana che da Facebook si è evoluta nella cartacea “Opera Omnia” pubblicata da Bao PUblishing (attualmente composta di otto volumi: ARGH, SOB, BAH, CRACK, NO!, PFUI, OPS, ZZZ). Ha dato una famiglia a Dio con il suo Il papà di Dio (2017) e deliziato i bambini con Palla Rossa e Palla Blu (2016) e Palla Rossa e Palla Blu rotolano ancora (2019), tutti libri pubblicati da BAO Publishing. Per Coconino Press – Fandango hanno realizzato il primo vero fumetto rosa del mondo: Hanchi Pinchi e Panchi (2009), Gli Arcanoidi (2018) e L’Arcanoide (2019), due “mostruosi” libri gemelli. Per il progetto Fumetti nei Musei, in collaborazione con il MIbact ha realizzato due albi: Hanchi e il ladro sensibile in collaborazione con la Galleria Nazionale delle Marche e Gul: il cuore delle cose in collaborazione con la Reggia di Caserta. Ha inoltre pubblicato per Oggi, Sergio Bonelli Editore, Smemoranda, Linus, XL di Repubblica, Rolling Stone, Vice magazine, La Stampa, GBaby. Nel 2023 pubblica Natura Morta. Una domanda a Giorgio Morandi (24 Ore Cultura Comics) e nel 2024 Favole per psicoterapeuti (BAO Publishing). Dal 2023 i suoi Scarabocchi sono tutti i giorni sulla prima pagina de il manifesto. Insegna all’Accademia di Belle Arti L’Aquila. Tra i riconoscimenti ricevuti ci sono: il Premio Tuono Pettinato (2021), il Premio Piero Ciampi a Fumetti nell’ambito del Premio Ciampi (2023), il Premio Sergio Staino al Festival Antani (2024), il premio Giornalistico della Sardegna per Giornalismo a Fumetti (2024) e il Premio della Satira al Festival della Satira di Forte dei Marmi (2024).
