3cpESzi 1290x616

[KALPORZ] L’infinita eredità di David Bowie a dieci anni dalla sua morte

31 Gennaio 2026
[KALPORZ] La rockstar scompariva il 10 gennaio 2016, due giorni dopo il suo 69°. Kalporz lo ricorda così.

«Fame puts you there where things are hollow…»

Le maschere, i personaggi, i mille volti, il trasformismo come nucleo concettuale e simbolico ancor prima che estetico. Tracciare una linea diretta e provare a definire quale sia oggi il lascito di David Bowie sul pianeta Terra è un’impresa complessa, sfuggente e incandescente, ma anche inevitabile, se guardiamo a come il pop vive nel 2026, tra tendenze cosmopolite, identità in movimento e corpi che si fanno strumenti di espressione politica.

Possiamo dire che la music industry è anzi attraversata da Bowie fino al midollo, ma allo stesso tempo poche cose remano contro di essa come la personalità di Bowie stesso: la discontinuità e la rottura con gli album precedenti mettevano a repentaglio il legame con i fan; inoltre, la mancanza di un centro e di una continuità identitaria lo rendevano poco riconoscibile e difficilmente collocabile; tutti elementi intollerabili per un mercato che premia la stabilità e la coerenza da playlist. Oltretutto, la trasgressione contemporanea risulta spesso estetizzata ma non rischiosa, assorbita dal branding prima ancora di produrre una frattura reale. In Bowie, al contrario, la mutazione non era un upgrade ma una necessità: ogni svolta implicava appunto una perdita di pubblico, di leggibilità e di consenso.

Dal glam teatrale incarnato dall’alter ego Ziggy Stardust – l’androide rockstar di The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars, figura capace di combinare fantascienza, spettacolo e provocazione – e dalle tensioni proto-punk della prima metà degli anni Settanta passando per gli altri alter ego narrativi— da Halloween Jack al Thin White Duke — che trasformavano l’identità in racconto fino al ripiegamento spoglio e straniante del periodo berlinese, segnato dal minimalismo glaciale e krautrock di Low, per giungere, ancora, alla deriva industriale e narrativa di Outside e, infine, al jazz oscuro e terminale di Blackstar, Bowie cambiava quando non conveniva, mettendo in crisi l’idea stessa di carriera come progressione lineare.

Impossibile parlare a questo punto di eredità in senso stretto perché tanti, troppi, sono i fili che ci troveremmo a intrecciare – la pop star, l’attore, l’artista concettuale, il cronista del futuro -, ma possiamo riconoscerne una funzione, un modo di stare nel pop: non uno stile da replicare, ma una direzione di fondo che vede nel fare musica una zona di rischio, in crisi con il sistema, dove identità, suono e immaginario mutano insieme.

Mettendo da parte la tentazione di definire bowiano quello che bowiano non è – soprattutto sul piano estetico, dove prevalgono accostamenti spesso infelici (dai Måneskin a Harry Styles fino a gruppi citazionisti come i The 1975), ma anche su quello rappresentativo, alla ricerca di portavoce di appartenenze troppo dichiarate — il suo lascito si è parcellizzato, sopravvivendo in artisti che incarnano singoli aspetti più che un’immagine complessiva.

Tra questi ci sono certamente Perfume Genius, la cui tensione tra fragilità e teatralità trasforma la vulnerabilità in gesto simbolico; sul piano dell’ambiguità camp, Ezra Furman, con il suo glam intimo e alieno; e St. Vincent, che della reinvenzione e della maschera ha fatto una cifra distintiva. In un ambito che non ha a che fare direttamente con il suono, Ethel Cain, attraverso la costruzione di un mito fondato su una narrazione lunga e disturbante, fa dell’identità un racconto tragico.

Sul piano del rifiuto, molto bowiano, della comfort zone, Alex Turner (Arctic Monkeys) è una delle poche figure mainstream ad aver osato l’estraneità, mentre Yves Tumor è forse il più bowiano oggi sul piano performativo. E se Bowie è stato anche un grande curatore di geografie sonore – capace di assorbire funk, krautrock, soul ed elettronica senza mai ridurli a folklore – gruppi come Yin Yin e i Khruangbin ne incarnano invece oggi la lezione più silenziosa e ironica, costruendo un altrove globale senza bisogno di un personaggio, lasciando che sia il suono a parlare.

Nonostante si possa fare un lungo elenco, perché enorme è il contributo che ha lasciato alla musica, Bowie non si è reincarnato: il suo lascito non consiste in un’identità da indossare, ma in un permesso: quello di cambiare quando non conviene e di perdersi proprio mentre il mercato chiede chiarezza.

(Eulalia Cambria)

«Look up here, man, I’m in danger…»

Quando nel glaciale videoclip di “Lazarus”, uscito pochi giorni prima della sua morte, David Bowie compariva bendato e fragilmente avvinghiato alle fredde coperte di un letto d’ospedale annunciando al mondo intero di essere «in danger», pronto a «drop [himself] down below», tutti o quasi avevano percepito che in quei versi così tristi e poetici stesse parlando della morte. Ben pochi, però, pur augurandosi di sbagliare, avevano capito che stava annunciando quelle cose prima di tutto a sé stesso.

Un monito di quel tipo sarebbe diventato immediatamente una sorta di manuale d’istruzioni per l’uso anche per noi ascoltatori, noi che da dieci anni a questa parte procediamo nella nostra quotidianità orfani di un genio del suo calibro. Quel pericolo di cui cantava, che per lui rappresentava la propria fine terrena, per lui così vicina e tangibile nei mesi che la precedettero, rappresenta il vincolo di amore e di fiducia che tiene solida davanti ai nostri occhi la sua eccezionale produzione artistica.

Questo senso di pericolo – un equilibrio precario e accattivante che sembra sempre sul punto di spezzarsi – in un certo senso attraversa tutta la sua carriera. Se si pensa alle spiazzanti frequenze intergalattiche di “Space Oddity” e alla brillante versificazione contenuta in “Life on Mars?” è evidente che il Bowie cantautore più tradizionale, quello di Hunky Dory, per capirci, aveva già allora lo scopo di rendere i suoi brani labirinti mentali difficilissimi da sondare e da percorrere, saette fulminee e subacquee di qualcosa di nebbioso e di fatato che solo quella voce e quelle precise parole avrebbero potuto edificare.

A segnare più di qualsiasi altra cosa la persona lato sensu di David Bowie nell’immaginario comune in questa prima fase della sua carriera, però, sono senza dubbio stati i caleidoscopici colori e le lisergiche visioni del meraviglioso Ziggy Stardust e dei suoi Spiders from Mars: nei relativi disco, film e tour quella figura, così fragile e imponente al tempo stesso, un vero eroe romantico “post litteram”, è precipitata in una tempesta di tensioni e di visioni intricatissime e cupe, che raccontano un certo tipo di sentire e di pensare ancor più che una “semplice” storia. Con le sanguinose vibrazioni di Aladdin Sane, con le contaminazioni funky e dance di dischi come Young Americans e Let’s Dance e nelle sfumature inquiete dell’ostico Station to Station Bowie ha poi provato a ridefinire lo spazio e i confini di quel rock che già allora, secondo alcuni, rischiava di ammuffirsi.

Tuttavia, nonostante un percorso creativo inarrestabile che in quegli anni non sembrava avere limiti, la grandezza e la genialità di David erano ancora ben lontane dall’esaurirsi: nella seconda metà dei Settanta arrivano, infatti, i capolavori Low e Heroes, in cui la rockstar ha probabilmente raggiunto l’akmè del suo percorso anche grazie al contributo di nomi del calibro di Tony Visconti, Brian Eno e Robert Fripp, conducendo il caos all’interno di una specie di ordine – pur precario e complicato – e creando un universo sonoro inimitabile, trasformandosi a tutti gli effetti in quello Starman di cui aveva cantato le gesta soltanto pochi anni prima.

In seguito, correndo attraverso tre decenni di sperimentazioni musicali e liriche e di tentativi di riadattare la sua stessa figura di artista a un panorama culturale e politico parzialmente mutato senza mai accettare compromessi o strade facili, Bowie ci ha salutati con un ultimo grandissimo album, Blackstar, la cui title track funge da mappa delle costellazioni del suo intero, magistrale percorso, e dove “Lazarus”, appunto, rimette al centro del discorso quel «danger» così centrale in tutta la sua produzione, un termine che, come in un gioco meraviglioso e un po’ spietato, fa ripartire ancora una volta tutto quanto dall’inizio.

(Samuele Conficoni)

In conclusione segnaliamo una nuova uscita editoriale di spessore che va ad arricchire l’universo italiano dedicato a David Bowie, pubblicata proprio in concomitanza con il decimo anniversario dalla scomparsa dell’artista. Si tratta della traduzione italiana della biografia di Paul Morley intitolata David Bowie. Oltre lo spazio e il tempo, edito dalla HOEPLI, con prefazione a quattro mani scritta da Manuel Agnelli e da Paolo Fresu, curata da Ezio Guaitamacchi, con traduzione di Leonardo Follieri. Il volume sarà presentato a Milano all’Auditorium Demetrio Stratos il 15 gennaio prossimo insieme a Guaitamacchi e Follieri stessi, Claudio Agostoni, Ivan Cattaneo, Andrea Mirò e Giancarlo Onorato.

Non possiamo non menzionare, inoltre, la ristampa, pubblicata lo scorso novembre dall’Arcana, di David Bowie. Fantastic Voyage, che contiene i testi dell’autore tradotti in italiano e commentati da Francesco Donadio, ricercatore e scrittore, già collaboratore in passato di Tuttifrutti e del Mucchio Selvaggio e attualmente una delle firme di punta di Classic Rock Italia e Ciao 2001. Il libro, uscito originariamente nel 2013, era stato ripubblicato, con in aggiunta i pezzi di Blackstar, nel 2016, e dallo scorso novembre ne è disponibile una ulteriore ristampa.

Pubblicato originariamente su www.kalporz.com/2026/01/linfinita-eredita-di-david-bowie-a-dieci-anni-dalla-sua-morte/.


Ti stai chiedendo perché questo articolo? Cosa c’entri con i fumetti? Leggi qua!


logo_300_wordpress

Kalporz scrive di musica, con una propria visione, dal 2000. È da sempre attenta alle novità, alle tendenze, alle scene emergenti, e gli piace raccontarle in modo originale, senza filtri e con cura. In particolare la sua curiosità musicale è alla ricerca delle “cose belle”, al di là dei generi.

la redazione

la redazione

Rivista amatoriale online di informazione, critica, approfondimento e divulgazione sul fumetto.

Commenta:

Your email address will not be published.

Social Network