I Vampiri di Dylan Dog: Sangue, inchiostro, memoria

I Vampiri di Dylan Dog: Sangue, inchiostro, memoria
Torna in un formato elegante e con colori retrò uno degli albi in cui forte emerge il ruolo di Dylan Dog negli anni ‘90. Narratore di un malessere generazionale e allo stesso tempo idealista, disperato e rivoluzionario. Un albo ancora attuale. © Sergio Bonelli Editore

vampiri-dylan-dog-nuova-edizione_Recensioni Quando un personaggio ha alle spalle una storia di trent’anni come , è facile che assieme a un albo storico non solo tornino i frammenti di un passato prossimo, ma anche che la memoria storica si sovrapponga all’esperienza personale.
Scorrendo le pagine, il passato torna come fosse una fotografia, un pezzo del DNA della storia racchiuso in un albo, come il sangue dei dinosauri nelle gocce di ambra in Jurassic Park.

Con I Vampiri, l’albo uscito nel novembre del 1991 e riproposto recentemente nella versione cartonata, uscito in edicola e destinato alle librerie,  della serie Il Dylan Dog di , l’effetto di immersione nella storia è particolarmente intenso.

Il 1991 fu un anno denso.

  • La Guerra in Kuwait e noi studenti in piazza
  • La fine dell’URSS, la nascita del CSI e la fine definitiva del mondo diviso in due blocchi.
  • Lo scudetto della Sampdoria, ultimo in provincia.
  • La morte di Freddie Mercury, stroncato dall’AIDS.
  • Acthung Baby degli U2 e Dangerous di Michael Jackson.
  • Point Break, Il Silenzio degli innocenti, Cape Fear e JFK.
  • L’Oscar a Mediterraneo di Gabriele Salvatores.

Tiziano Sclavi nel momento in cui esce l’albo ha circa 38 anni ed è contemporaneo al suo Dylan Dog come, anagraficamente, non lo sarà più mentre i lettori che hanno incontrato Dylan nelle edicole nel 1986 hanno un lustro di storia condivisa con l’indagatore dell’incubo; sono un esercito che va ben oltre le 200.000 copie mensili vendute, un numero enorme se pensiamo alle tirature di oggi.

Sono lettori curiosi, giovani e Dylan per loro è un fratello maggiore che tanto racconta di paura e fragilità, usando l’horror come metafora; una platea liquida, difficile da definire come ogni generazione nuova – pensate ai millennials odierni – e che si trova più a proprio agio in mezzo ai concerti rock e metal che davanti alla TV per Non è la Rai; ragazze e ragazzi che vivono sulla propria pelle un senso di alienazione che Tiziano Sclavi intercetta, elabora attraverso letture, film e musica trasformandolo in un albo che è generazionale nel restituire uno stato d’animo, consentendone l’elaborazione, ma anche maturo, politico come Dylan era e ha ripreso ad essere da poco: un antieroe che osserva il mondo e racconta che gli alieni, i vampiri, non sono gli emarginati bensì tutti gli altri.

Come per tradizione, Sclavi prende una suggestione, spesso mutuata dal cinema, per destrutturarla e assemblarla in una forma nuova, secondo un linguaggio proprio e dandole una partitura in 94 tavole e I Vampiri non fa eccezione. L’albo raccoglie ispirazione da Essi Vivono, film di John Carpenter, e da L’Invasione degli Ultracorpi di  Don Siegel, ma anche da romanzi classici, persino dal Dracula di Stoker, nella misura in cui Vlad cerca di trovare uno status sociale nell’Inghilterra vittoriana.

I Vampiri non sono leggenda

«Vivono tra Noi» dice Dylan a inizio albo, in una forma di auto citazionismo che prende a calci la quarta parete pur di dare al lettore un chiaro riferimento narrativo a uno dei primi albi della serie, come a voler riallacciare un discorso già iniziato per approfondirlo. Ritrovare l’albo oggi, vestito di cartone rigido e con l’immagine iconica realizzata da Gigi Cavenago, è un modo per riflettere su quanto sia attuale il messaggio di allora, ma anche per chiedersi come un albo simile, oggi, sarebbe accolto.

Dal 1991 a oggi e ritorno

1549040806675.jpg-_Recensioni La lettura ha ritmo e mostra il Dylan che abbiamo imparato ad amare: guascone, irriverente, ironico, con velleità investigative e metodi di seduzione spiccioli ma efficaci, ma anche con un cuore enorme; incosciente al punto di mettere in gioco tutto, casa, affetti e persino la vita.

Una rilettura matura dell’albo mostra persino qualche sbavatura: su tutte una certa fretta nella narrazione che è incentrata più sul colpo di scena che sul percorso per arrivarci: basti pensare al Dylan che si accredita come giornalista in incognito e che interroga alcuni soldati senza che nessuno verifichi immediatamente le sue credenziali, per non parlare di una tecnica di seduzione da film a luci rosse retrò che a ritrovarla fa un po’ sorridere.

Sbavature che probabilmente oggi, con il personaggio secolarizzato, sarebbero imperdonabili, ma sulle quali all’epoca si soprassedeva non perché più ingenui, ma perché il punto non era l’analisi testuale (la scrittura di Sclavi resta magistrale) o la ricerca delle debolezze, ma il messaggio che arrivava violento e spaventoso: i vampiri esistono.

Sono come noi, ma si sentono meglio, avrebbe cantato Frankie hi-nrg mc qualche anno dopo.
I Vampiri sono l’establishment, li si può riconoscere, combatterli, e morire, oppure uniformarsi diventando vampiri a nostra volta.

In pratica Sclavi racconta la metafora di Totò, per cui il mondo è diviso in uomini e caporali, ma in chiave horror. L’albo, immerso nel quotidiano del ‘91, non solo non mostra segni di invecchiamento, ma è rimasto originale e forte, persino cinico e disperato, esattamente come allora.

L’albo indicava chiari chi fossero i nemici, non risparmiando i potenti di turno, da George Bush Senior ai vertici politici e militari includendo anche la famigerata Milano da bere, immortalata tra una tavola e l’altra. È facile immaginare quale impatto potrebbe avere un albo simile se apparisse in edicola oggi per la prima volta, quali sarebbero i bersagli di oggi, altrettanto la reazione in un mondo social nel quale tutti si occupano di tutto senza la necessità, o il sacrificio, che richiede un approfondimento.

I Vampiri continua a essere un racconto sul senso di alienazione anche per i ragazzi contemporanei, un divario generazionale che, sebbene possa sembrare diverso nella narrazione, non lo è nella grammatica. Inevitabile il conflitto con i loro genitori, oggi sull’altro lato della barricata.

In un momento come quello attuale, una sua diffusione virale poi troverebbe immediata la reazione del signorotto di turno che si sentirebbe chiamato in ballo, assieme alla contemporanea reazione di quei lettori che credono che Dylan non dovrebbe occuparsi di politica, e quindi di quotidiano, ignorando che questa componente fu in origine una delle più forti e di reale rottura del personaggio di Sclavi rispetto ai suoi pari.

Una responsabilità che Dylan si prendeva verso i lettori, considerandoli persone con cui discutere, da turbare persino, ben oltre il semplice intrattenimento.

Il mito dei primi 100, fu vera gloria?

IMG_20190419_193800-e1555696361345_Recensioni Una cosa è certa, osservando un albo con un quarto di secolo, non è Dylan a essere invecchiato, ma solo i lettori di allora.
Lui è come Dorian Grey: la sua icona racconta una purezza imperfetta che non trova corrispondenza nella vita reale.
I lettori adulti guardano oggi a Dylan come un fratello minore idealista e squattrinato, un amico al quale hanno smesso di somigliare da tempo, e che ritrovano in edicola, negli albi contemporanei, non senza un senso di disagio.

Alla luce di questo anche il mito dei primi 100 numeri, una specie di mantra che accompagna Dylan Dog da anni, dovrebbe essere forse visto sotto una nuova prospettiva. C’era davvero un’epica nei primi 100 mai più toccata, oppure eravamo solo lettori più disposti a credere in Dylan e al suo idealismo cristallino? Una domanda che va ben al di là della provocazione fine a stessa.

Nessuno mette in dubbio il valore seminale del Dylan delle origini, lo sguardo semmai si porta su come ancora oggi costringa a osservarsi in modo critico e a ricordare come lo scontro tra generazioni porti con sé una cronica nostalgia del tempo che fu.

Fa sorridere amaro poi il pensiero che alcuni dei ragazzi che nel ‘91 volevano salvare il mondo oggi siano molto simili ai vampiri che combattevano, mente altri continuano a lottare contro ingiustizie e prepotenze, persi tra disillusione e speranze.

La profezia del Vampiro

Tutto questo eleva l’albo a un livello persino tristemente profetico, perché mostra un loop generazionale di corsi e ricorsi che sembrano gabbie, un tema tanto caro a Sclavi che ha fatto della Zona del Crepuscolo uno dei suoi incubi meglio riusciti; ogni generazione affronta i propri vampiri diventando il parassita di quelle successive.

Portandolo nel nostro quotidiano poi, è indubbio che prepotenza, violenze e abusi di potere restino nemici oggi come allora, mostri a cui opporsi. Allo stesso tempo resta forte la voglia di cambiamento, diventata parte di una guerra che si rinnova con nuovi attori e sotto nuovi vessilli cercando sempre la stessa cosa.

Quale era la parola d’ordine si chiede Dylan a fine albo:

Imbecille?
No, Libertà!

Abbiamo parlato di:
Il Dylan Dog di Tiziano Sclavi #23 – I Vampiri
Tiziano Sclavi, , GFB Comics e Luca Bertelé (colori)
, 2019
110 pagine, cartonato, a colori – 5,40 €
ISBN: 977253263204290023

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