In un periodo in cui il western sta vivendo una seconda giovinezza, con serie come Westworld e Justified e film come The Dead don’t hurt e Horizon: an American saga, abbiamo colto l’occasione per intervistare Neyef, autore unico di Hoka Hey!, affascinante western uscito in Francia nel 2023 e vincitore di numerosi premi, edito recentemente nel nostro mercato da Tunué.
Grazie del tuo tempo, Neyef. Vorrei iniziare chiedendoti com’è nata l’idea di Hoka Hey!, e perché hai deciso di incentrare la vicenda sul popolo Lakota?
Era da tempo che desideravo disegnare un western. Sono un grande appassionato del genere, ma fino a ora mi ero trattenuto, pensando di non essere ancora abbastanza abile per affrontarlo. Poi ho giocato a Red Dead Redemption 2 e ho visto Hostiles al cinema: queste due opere mi hanno colpito così tanto da farmi venire voglia di immergermi di nuovo nelle grandi pianure del West. Ho scelto di incentrare la storia sui Lakota perché sono sempre stato interessato alla loro cultura. Li ho spesso trovati più affascinanti dei coloni bianchi e, soprattutto, sono poche le storie in cui l’eroe è un personaggio nativo americano: di solito sono relegati al ruolo di compagni di un protagonista bianco. Questa scelta mi ha anche permesso di esplorare temi più personali attraverso la loro storia.
In Hoka Hey! troviamo un west, e un tipo di western, sicuramente crepuscolare e che comincia a cedere il passo alla modernità, con la parte “selvaggia” che si riduce sempre più. C’è una (o più opere) che ti hanno ispirato in questa scelta? Penso ad esempio a opere cinematografiche dell’ultimo ventennio in cui ci smarca dal west classico (uno su tutti il recente Train Dreams, vero e proprio western crepuscolare se vogliamo) o a opere videoludiche come appunto Red Dead Redemption 2, che fotografano la fine dell’era di frontiera.
Oltre alle opere accennate in precedenza, anche Dead Man e L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford sono state importanti. Per la struttura narrativa, mi sono ispirato principalmente a Terminator 2 e Non è un paese per vecchi, con quest’idea di un’entità implacabile che avanza senza sosta per dare la caccia al suo bersaglio, un po’ come il cacciatore di taglie che incarna la “civiltà” e insegue questi indiani delle pianure, impossessandosi delle ricchezze lungo il cammino. C’è anche Un mondo perfetto di Clint Eastwood, in particolare per il rapporto tra un fuorilegge e un bambino.
Uno dei grandi temi del volume è quello relativo alla distruzione della cultura dei nativi americani: George, nato Lakota, si vede spogliato di tutta quella che è la sua cultura (perfino il nome) per diventare una sorta di “cane” addomesticato al soldo dei bianchi. Insieme al razzismo, incarnato qui oltre che nella sfumatura indiana anche dal personaggio di Sully, irlandese, mostra un’America che fuori dalle letture romantiche è tutto fuorché un posto da sogno: quanto della situazione odierna ha influenzato questa lettura, che comunque è storicamente inquadrata?
Se ti riferisci all’America attuale di Donald Trump, non mi ha ispirato più di tanto, semplicemente perché ho scritto la sceneggiatura nel 2019. Ma l’America era già ampiamente criticata prima di lui: razzismo, violenza e suprematismo vi sono radicati da tempo. Questa prospettiva sugli Stati Uniti critica implicitamente anche la Francia. Le scuole residenziali per bambini indigeni presenti in America esistevano anche nella Guyana francese, ad esempio. E per rimanere sul caso americano, basta guardare alle condizioni di vita in alcune riserve di nativi americani, che rimangono indegne di un paese di tale statura. Se dovessi tracciare un parallelo con una situazione attuale, penserei alla Palestina, dove il destino dei palestinesi può, per certi aspetti, richiamare quello delle popolazioni indigene d’America: colonizzazione, violenza e progressiva riduzione del loro territorio.
Qual è stato il lavoro di ricerca sulla cultura Lakota? Oltre a un lavoro legato alle tradizioni, penso ad esempio alla ninnanna lakota e alla visione spirituale, richiami anche usanze proprie del popolo (come quelle in fatto di adulterio e funerali) e l’urlo di battaglia di Cavallo Pazzo, che dà inoltre il titolo alla storia.
Per approfondire l’argomento, ho letto, tra le altre cose, la biografia di Toro Seduto scritta da Farid Ameur. Ho anche guardato le testimonianze di persone Lakota contemporanee che, nonostante il passare del tempo e le difficoltà, riescono ancora a mantenere viva la propria cultura. Per quanto riguarda i documentari, ho guardato On the Trail of the Plains Indians, oltre a diversi programmi trasmessi su Arte. Ho anche trovato online un documento piuttosto completo che descrive in dettaglio molti aspetti della vita quotidiana del popolo Lakota durante quel periodo.
Hai origini francesi da parte di padre e vietnamite da parte di madre, un po’ come il protagonista di Hoka Hey! ti sei trovato anche tu tra due diverse culture: quanto di personale c’è quindi nel vissuto di George, Lakota “sospeso” tra due culture che non sente vicine e che vive da paria?
Mia madre è eurasiatica, metà svizzera-tedesca e metà vietnamita, mentre mia nonna era vietnamita. Per quanto mi riguarda, a differenza dei miei fratelli, non ho un background etnico molto definito. Quindi non mi sono mai sentito veramente diviso tra due culture, anche se la cultura vietnamita è molto presente nella mia famiglia: è il legame che ci è rimasto con la nostra nonna defunta. Ciò che condivido con George è proprio questo interrogarsi sul senso di appartenenza. Perché sento un bisogno così forte di entrare in contatto con questa cultura di cui so così poco, sia nella sua storia che nella sua lingua? E perché, al contrario, la cultura svizzero-tedesca di mio nonno mi suscita così poco interesse? Questa domanda permea l’intera narrazione. Se George si rivolge alla cultura Lakota, è anche perché questi fuorilegge sono gli unici che gli abbiano mai dimostrato amore nella sua vita, e accettare questa cultura è un modo per mantenere quel legame con loro. Per me è in qualche modo simile: la cultura vietnamita, in un certo senso, estende il legame emotivo che avevo con mia nonna. Al contrario, non avendo mai conosciuto mio nonno, non ho mai sviluppato lo stesso attaccamento alla cultura svizzera.
Oltre alle Black Hills, luogo sacro per i Lakota, quali altri luoghi ti hanno influenzato e hai inserito in Hoka Hey!?
A parte le Black Hills e le Badlands nel Dakota, non ho utilizzato luoghi specifici.
Molte tavole hanno un vero e proprio taglio cinematografico, con campi lunghi e grandi scorci dove crei suggestioni anche grazie all’uso dei colori. Ci sono cineasti a cui ti sei ispirato?
Per quanto riguarda i paesaggi e la natura, è stato soprattutto Terrence Malick a ispirarmi; per me è un maestro nel modo di filmare la natura, in particolare in The New World e La sottile linea rossa. Una delle cose che mi frustrano nei fumetti è il silenzio. Volevo che il lettore potesse quasi sentire il suono delle cinghie della sella, il fruscio delle foglie… Per questo ho prestato particolare attenzione all’atmosfera e all’inquadratura, per aumentare l’immersione.
La tradizione western ha radici anche nella pittura,penso a Frederic Remington e “Kid” Russell ma anche ad artisti più recenti come Glenn Dean: quanto delle loro opere (se ce ne sono) ti hanno ispirato, e quanto invece senti di esserti discostato da un tipo di arte dove solitamente si ha una rappresentazione dell’eroe bianco?
Non conoscevo Frederic Remington o Charles Marion Russell. D’altra parte, Glen Dean è stato una grande fonte di ispirazione per me: mi piace molto il suo tocco leggermente sfumato e il suo modo di lavorare con la luce, che conferisce alle sue opere un’aura quasi impressionista, più sensibile, che a mio parere manca ai pittori più anziani. Apprezzo anche il lavoro di Eric Bowman e Marc Maggiori; insieme a Glenn Dean, sono stati le mie principali fonti di ispirazione per Hoka Hey!. Ciò che mi interessava nei loro dipinti, come riferimenti, era soprattutto l’aspetto tecnico: capire come questi artisti costruiscono le loro atmosfere e lavorano con la luce.
La figura femminile di Luna Nuova (No Moon) è un personaggio estremamente moderno: punita dai Lakota in quanto rea di adulterio ed estremamente forte e indipendente, va però incontro a una fine tragica dopo essere stata stuprata. L’evoluzione della figura femminile nel western, da oggetto/damigella in pericolo è qui portata all’estremo opposto in una rappresentazione più cruda ma indubbiamente più veritiera: pensi che questo, insieme al razzismo sistemico di quel periodo, sia stato un argomento sempre taciuto nella narrazione più ovattata che ha creato l’immaginario western?
Sì, assolutamente. Come spesso accade, l’arte riflette la società da cui ha origine. Il western classico degli anni ’50 – e precedenti – con le sue fragili figure femminili bisognose di essere salvate e i suoi nativi americani spesso interpretati da attori bianchi, ha poco in comune con i western di oggi. Ora troviamo personaggi femminili forti e indipendenti, come nella serie Godless. Anche i personaggi nativi americani sono sempre più spesso interpretati da attori appartenenti a quelle comunità, sebbene siano ancora troppo spesso relegati in secondo piano. Il genere si è evoluto con la società: da strumento al servizio della narrativa nazionale americana, è diventato un autentico spazio di critica sociale. Il western rimane un genere fortemente codificato, ma anche estremamente malleabile. Ogni autore può reinterpretarlo e renderlo qualcosa di profondamente personale.
Hoka hey, l’urlo di Cavallo pazzo, viene qui reso come un semplice “avanti”, capace di infondere forza a chi lo grida e spingerlo alla battaglia: il volume si conclude con George che urla un doloroso “hoka hey!” dopo aver visitato le Black Hills. Quanto ritieni che sia importante l’aspetto relativo alla lotta e al non fermarsi mai, soprattutto in un contesto come quello dei nativi americani, da sempre in lotta per riguadagnare il possesso delle terre?
Questa idea di lotta e perseveranza è fondamentale per me, ed è in gran parte ciò che mi ha portato a interessarmi ai Lakota. Un episodio in particolare mi ha colpito: quello delle Black Hills, il loro territorio più sacro. In origine, queste terre avrebbero dovuto essere loro garantite, ma non appena fu scoperto l’oro, questo impegno fu abbandonato dal governo americano. Questo tipo di ribaltamento è tutt’altro che isolato: la maggior parte dei trattati conclusi con i popoli indigeni sono stati violati. Come disse Toro Seduto, “La parola dell’uomo bianco è scritta sull’acqua”. Anni dopo, sotto la presidenza di Barack Obama, ai Lakota fu offerto un risarcimento finanziario di un miliardo di dollari. Tuttavia, nonostante le condizioni di vita estremamente difficili in alcune riserve, l’offerta fu rifiutata. Accettarla avrebbe significato rinunciare a qualsiasi rivendicazione sulle Black Hills. Non si tratta di denaro, ma di un profondo legame con la terra, con la storia e con l’identità. È questa capacità di resistere, di mantenere una rivendicazione a lungo termine nonostante le pressioni, che incarna, ai miei occhi, una straordinaria forma di perseveranza e che ha alimentato il mio desiderio di raccontare questa storia.
Grazie mille Neyef per il tuo tempo e la tua disponibilità.
Intervista svolta da remoto il 19 maggio 2026.
Si ringrazia Tunuè e Simona Gionta per il supporto.
Neyef
Romain Maufront, in arte Neyef, è cresciuto in Germania. Dopo aver studiato arte in Francia, ha cominciato a lavorare come fumettista firmando storie brevi per DoggyBags e Midnight Tales e realizzando i disegni di Puta Madre, uno spin-off nell’universo di Mutafukaz su sceneggiatura di Run. Hoka Hey!, di cui è autore unico, ha ricevuto nel 2023 il Premio delle Librerie di Bande Dessinée 2023.












