Giulio Rincione è stato ospite di Lo Spazio Audace – Vignette e caffè a Lucca Comics & Games 2025 per parlare del terzo volume di Dirt, il cartone animato meno politicamente corretto della storia, edito da Tunué.

Benvenuto Giulio! Il primo volume di Dirt è uscito nel 2022, ma si presume che l’ispirazione risalga a qualche tempo prima. Ti dedichi a questa saga da parecchio, forse abbastanza per trarne un piccolo bilancio. Ti eri posto degli obiettivi? Sei soddisfatto?
Il personaggio l’ho inventato nel 2018, quindi parecchi anni fa. All’epoca ho faticato per diversi mesi nel tentativo di trovargli una storia, perché non mi sembrava mai quella giusta, mai “la sua”. Poi a un certo punto arriva la pandemia e mi viene l’illuminazione. Raccontare una storia post-apocalittica, genere che ho sempre adorato, avendo però come protagonista un cartone animato. Sono sempre stato affascinato da prodotti come Space Jam o Roger Rabbit, ho sempre avuto la voglia di mettere insieme le due cose pur non avendo nessuna capacità di questo tipo. Quindi durante i mesi di lockdown ho deciso di dedicarmi a questa storia. Inizialmente doveva essere un classico volume autoconclusivo di 120 pagine, o una roba del genere: in due o tre giorni faccio gli storyboard e appena finiti mi rendo conto che è tutto sbagliato. Decido di buttare via e riformulare. Dovevano essere più libri, una trilogia, solo che poi quei tre sono diventati quattro perché il secondo volume era troppo grande. Così si arriva all’attuale quadrilogia. L’obiettivo era non impazzire, perché ci sono da fare mille tavole praticamente consecutive sullo stesso progetto. E pure in tempi record, praticamente devo farne 240 all’anno. A livello di soddisfazione è sempre un compromesso. Ho rispetto per il Giulio del passato, che ha fatto il suo massimo per riuscire a portare il lavoro avanti, però è chiaro che si potrebbe sempre migliorare. Guai se non fosse così, solo che alla fine il prodotto perfetto è quello che non è mai stato pubblicato, quindi preferisco andare avanti e finirlo.
Quindi c’è stato il passaggio da trilogia a quadrilogia.
Questo è stato dettato dalla necessità della storia, perché il secondo volume in realtà è rimasto lo stesso, cioè leggendo il secondo e il terzo consecutivamente si ha l’impressione che sia lo stesso identico volume che continua. Solo che proporre sul mercato un mattone di 400 pagine è poco pratico. Bello da vedere ma il prezzo non veniva giustificato e si sarebbe dovuto attendere due anni, oltre a essere scomodo da leggere.
Prima di entrare nelle tematiche e di parlare di influenze visive, stilistiche e di background, di che cosa parla la saga di Dirt?
Nel mondo di Dirt c’è stata una pandemia che ha fatto quasi del tutto estinguere il genere umano. Siamo nel 2040, in un mondo praticamente deserto, dove è stata inventata una tecnologia capace di rendere reali i cartoni animati, che quindi convivono con gli esseri umani. Il problema è che i cartoni hanno una forma di funzionamento legata al ricordo e ai sentimenti delle altre persone, quindi sono gli esseri viventi più narcisisti tra esseri viventi che cercano l’attenzione degli altri. Il protagonista è un cartone animato degli anni Cinquanta che è stato testimone di un brand di sigarette. Un personaggio molto controverso perché promuoveva il fumo ed è figlio dei suoi tempi, quindi abbiamo un protagonista che risulta essere l’antitesi dell’eroe. È sessista, è narcisista, egocentrico, tabagista, insomma è proprio lo stereotipo maschile degli anni Cinquanta che oggi, nel 2025, con tutte le tematiche di politicamente corretto, sicuramente non è il personaggio che uno si aspetta di vedere in una saga. Il senso della storia non posso dirlo tutto perché è molto legato al finale, però ha a che fare con le sfumature. Ogni personaggio non si capisce se è buono o se è cattivo, perché in realtà persegue il suo obiettivo, proprio quello che facciamo noi nella nostra vita. Possiamo risultare dei grandi stronzi o delle persone meravigliose, a seconda delle persone con cui ci rapportiamo, a seconda di quelli che sono i nostri obiettivi o quelli degli altri. La questione è cercare di capire dove andare a guardare e da che parte vuoi stare.
Ci sono elementi o caratteristiche di questo terzo volume che lo differenziano dai precedenti?
A livello tecnico ci sono molti più cartoni animati, che prendono il ruolo di protagonisti. Quindi è stato il primo volume in cui ho utilizzato due tecniche completamente diverse per realizzare gli esseri umani e i cartoni. È il libro in cui hanno una differenza stilistica molto evidente a partire dalla linea, dai colori. Nel primo volume erano molto mischiate le due cose, perché alla fine Dirt era l’unico cartone animato. Poi col secondo ho cominciato a inchiostrarli in maniera diversa. Nel terzo ho cambiato tutto e c’è proprio una netta differenza tra cartoni ed esseri umani.
Qual è la parte del processo creativo che ti piace di più? E, al contrario, quella che ti complica un po’ di più la vita? Ad esempio ti occupi anche di un lettering che spesso ha funzione narrativa.
Il lettering è la cosa più importante in un fumetto perché, fino a prima contraria, i fumetti si leggono quindi è fondamentale che sia fatto dall’autore, secondo me, per guidare il lettore stesso. È chiaro che non possono essere fatti a cazzo. La parte più divertente, ma anche la più complessa, è quella della scrittura, perché è l’ambito dove sono ovviamente meno esperto, che mi ha richiesto più tempo e che continuo a mettere sempre in discussione. A ogni capitolo mi rendo conto che magari posso fare delle scelte per migliorare la scrittura della scena. Ovviamente non vado a modificare il finale, però può cambiare qualcosa e ogni volta devo rimettermi in discussione. Nel disegno, essendo un pochettino più solido, bene o male quando faccio la tavola mi rendo conto se è in linea con le altre, ed è buona così.

Restando sulla scrittura, crei una vera e propria sceneggiatura da seguire o hai altri metodi?
Ho fatto mille pagine di sceneggiatura bonelliana in realtà, perché nel 2020 dovevo essere sicuro di ricordarmi le cose nel 2025-2026. Ovviamente quella sceneggiatura non c’entra nulla con quello che leggiamo adesso, perché poi è cambiata, ma parto da una base molto solida. Credo che il successo di questo tipo di lavoro sia farlo come se non fossi tu a fare tutto. Cioè il Giulio sceneggiatore fa una cosa per il Giulio disegnatore e i due non si conoscono. Poi il Giulio disegnatore comincia a inveire contro lo sceneggiatore che gli ha messo delle scene difficili con le folle, le automobili… Quindi parto da una sceneggiatura e poi lavoro per capitolo, quindi lo rileggo, vedo se può andare bene o no e poi ho una pagina di quaderno dove faccio i thumbnail per capire quando si gira pagina, quando c’è il colpo di scena, se è meglio mettere un tipo di respiro o un altro. Poi passo al lavoro su carta, disegno la tavola, la scansiono, la coloro e la lettero. In questo momento sto letterando pagina dopo pagina, poi probabilmente qualcosa verrà cambiata, ma mi interessa avere la possibilità di leggere il capitolo ogni volta che lo finisco.
Con questo lavoro di sviluppo e modifica ci sono state cose che pensavi all’inizio di inserire e che poi hai deciso di tralasciare per andare in altre direzioni?
Sì, è successo, ma è successo più che altro il contrario, cose che volevo non mettere e che poi ho deciso di aggiungere. Diciamo che l’obiettivo di questa saga è di non creare un riassuntino. Purtroppo quando vediamo un film tratto da un libro si dice sempre che libro è meglio perché ci sono molte più cose. Quando questa cosa viene fatta su un fumetto spesso è il contrario perché il fumetto è troppo sintetico, mentre magari nel film o nelle serie si possono mettere più cose. Quindi io, da pazzo furioso, lo sto facendo anche nel fumetto, in modo tale che se un giorno dovesse diventare un prodotto televisivo, non diventi il riassunto della serie o del film. Per me sono importanti anche le scene inutili, che però non lo sono mai del tutto perché aumentano la credibilità del contesto, per il lettore.
Da quando è nato Dirt, nel 2018, il mondo è cambiato. Pandemia, ritorno dei nazionalismi, intelligenza artificiale. Il tuo fumetto riflette in qualche modo la nostra realtà?
Dirt ci parla di estremi. Ci sono personaggi estremi nelle loro ideologie, da una parte e dall’altra. Va più che altro a riflettere quello che oggi è il mondo che vediamo sui social, dove un’opinione deve essere polarizzata al massimo e contestata al massimo. Parla di personaggi che sono fatti di sfumature, ma di idee che non sono assolutamente sfumate come quelle che oggi leggiamo in giro. Quindi sì, anche nel finale, di cui ovviamente non parlerò adesso, questa cosa ha uno spazio ancora più importante, perché Dirt diventa quasi politico alla fine.
A proposito di finale, è sempre rimasto lo stesso o è cambiato in corso d’opera?
Io ho scritto questa storia per arrivare al finale. Secondo me una storia può essere meravigliosa come contesto, personaggi e tutto, ma devi partire dal punto in cui devi arrivare, indipendentemente dal viaggio.
E quanto manca alla fine del viaggio?
Questo è stato un po’ un brutto colpo, perché quest’anno ho fatto i thumbnail, lo storyboard del quarto e ultimo volume. Il secondo e il terzo sono di 214 tavole per un complessivo di 240 pagine di volume. L’ultimo libro sarà di 280 tavole, quindi molto probabilmente parliamo dell’inizio 2027. L’editore ancora non lo sa, però glielo dirò. A un certo punto glielo dirò.
Quindi un anno e mezzo?
Sì. Sono 280 tavole salvo imprevisti, quindi possono diventare un po’ di meno o un po’ di più.
Per il post Dirt hai già qualche idea?
Ho in ballo un progetto che non riguarda il fumetto ma l’illustrazione. Mi sarò un pochettino rotto le scatole di fare le tavole alla fine, quindi dovrò prendermi una piccola pausa dalla tavola sequenziale di fumetto per tornarci ovviamente in seguito, in un altro modo.
Visto che parlavi di serie tv, c’è qualcosa di concreto per Dirt?
Siccome sono molto paraculo, il libro è stato scritto in modo che ogni capitolo è una puntata da 22 minuti di Netflix, ma è anche diviso in primo e secondo tempo per essere un film. Quindi ogni libro può diventare una stagione di una serie oppure un film, con i tempi cinematografici giusti. È una paraculata. Poi, si sa, è complesso realizzarlo.
Grazie per la disponibilità, Giulio!

Intervista realizzata il 29 ottobre 2025 a Lucca Comics & Games.
Giulio Rincione
Giulio Rincione è un fumettista e illustratore palermitano diplomato alla scuola del fumetto di Palermo nel 2012. Nello stesso anno collabora come colorista con Lelio Bonaccorso e Marco Rizzo su Jan Karski. L’uomo che scoprì l’olocausto per Rizzoli Lizard e per piccoli editori americani. Nel 2013 fonda il progetto indipendente Pee Show, insieme a Francesco Chiappara (Prenzy) e Lucio Passalacqua (Luciop), con la collaborazione di Marco Failla. Con il collettivo pubblica Storielline, raccolta di racconti brevi. Collabora con Edizioni Inkiostro come copertinista di Torture Garden. Dal 2014 inizia la sua collaborazione con la casa editrice Shockdom, con il primo volume di Noumeno. Un thriller quantistico. Nel 2015 realizza il graphic novel Paranoiae, di cui cura sia i testi che i disegni. Nel 2016 pubblica il primo albo della trilogia Paperi (paperUgo, paperPaolo, One$), con sceneggiature del fratello Marco Rincione, con il quale pubblica anche Vite di Carta e Groucho nel 2017. Nel 2018, dopo una incursione su Orfani, torna a lavorare per Sergio Bonelli Editore con la copertina del numero 21 di Dylan Dog Color Fest Lo scuotibare e i disegni del numero 24 L’Isola dei morti. Nel 2019 esce la sua nuova opera Condusse me, pubblicata sempre da Shockdom. Nel 2021 realizza un intero albo della collana Dylan Dog Color Fest (Mr Punch). In occasione di Lucca 2022 esce Dirt – I figli di Edin, primo volume della saga da lui ideata, che prosegue nel 2024 e nel 2025 con il secondo e il terzo capitolo, tutti pubblicati da Tunué.
