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Gino D’Antonio – L’uomo di Iwo Jima

4 Marzo 2021
Un capolavoro che si legge il meno di venti minuti ma che si ricorda per sempre. Un’acuta riflessione sulla guerra, la sua follia e il cambiamento che provoca in ogni essere umano.
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Edizioni Cepim – Un uomo un’avventura, 1978 (Italia, L’uomo di Iwo Jima, 1978)

Omicidio… che altro credevi fosse la guerra?
(Sergente Stagg a Joe)

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Gino D’Antonio, a destra, in compagnia di Aurelio Galleppini in una rara foto d’epoca.

Autore completo tra i più bravi nel panorama del fumetto italiano, Gino D’Antonio ha brillato con la stessa intensità di una stella senza mai raggiungere la fama di star del fumetto come Pratt, Jacovitti e Pazienza. Eppure D’Antonio è uno di quegli autori che non ha niente da invidiare ai grandi nomi prima citati, in quanto la sua produzione vanta opere belle e importanti, capolavori che hanno reso grande il nostro fumetto; basterebbe citare la sua monumentale opera a fumetti dedicata alla frontiera americana, La Storia del West, per comprendere appieno il suo talento di narratore, un talento che ne ha fatto un artista dalla formidabile sintesi artistica riscontrabile in tutti i suoi lavori più noti.

Quando Sergio Bonelli mise in cantiere la splendida collana Un uomo un’avventura di certo non si fece scappare il fumettaro milanese, che esordì come autore completo nella collana con il volume L’uomo dello Zululand, e come sceneggiatore con le storie L’uomo del deserto e L’uomo di Rangon per i disegni di Fernando Tacconi, L’uomo di Pechino per il disegni di Renato Polese e L’uomo del Bengala per i disegni del grande Guido Buzzelli. Ma è con L’uomo di Iwo Jima che D’Antonio firma uno dei suoi lavori più belli e rappresentativi di quella carica narrativa ed espressiva con cui l’artista si è imposto nel mondo dei comics.

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Il primo incontro tra Joe e il sergente Stagg durante la cruenta battaglia.

Narrando la vicenda della leggendaria e sanguinosa battaglia in cui persero la vita oltre trentamila soldati tra giapponesi e americani, D’Antonio ritorna al genere bellico con cui si era fatto le ossa negli anni ’50 e ’60 lavorando per lo studio di Roy D’Ami e realizzando storie di guerra per il mercato inglese. Ma la passione per la storia ha indotto D’Antonio a realizzare una sorta di cruento reportage della conquista del monte Suribachi, affidando il racconto agli occhi di un soldato senza nome, chiamato dagli altri Joe, del tutto smemorato in seguito all’esplosione del suo blindato in cui hanno perso la vita i suoi compagni, e agli occhi del suo superiore, il rude e cinico sergente Stagg, che cerca di fare di Joe un combattente a suon di insulti e umiliazioni. Il loro plotone, nonostante gli attacchi e le imboscate nemiche, cercherà e riuscirà ad arrivare alla tanto agognata meta, innalzando la bandiera in un’immagine che diventerà il vero simbolo della seconda guerra mondiale.

Per tutta la durata del volume siamo immersi nella battaglia; sentiamo i fischi dei proiettili, le esplosioni delle bombe, l’odore del sangue, la violenza psicologica tipica subita da chi combatte una guerra. D’Antonio narra l’avanzata del plotone di fanteria del sergente Stagg con un ritmo incalzante sostenuto da una libera composizione della tavola, ma non si limita a narrare la corsa di un gruppo di soldati verso una meta: D’Antonio vuole descrivere l’assurdità e la violenza che si nascondono dietro di essa e lo può fare grazie a un protagonista di cui non conosciamo nulla. E’ lui il vero simbolo antimilitarista, che si oppone all’orrore cui è costretto ad assistere ogni minuto ma che si oppone soprattutto al suo capo plotone, il sergente Stagg, che cerca di farne un’uomo dimostrandogli la sua efficienza in azione; uccide a sangue freddo i nemici anche se sono disarmati, li riempie di piombo o li sgozza e non mostra alcun rimpianto nel farlo, quasi una sorta di provocazione verso il più sensibile Joe che assiste inerme agli orrori della guerra cercando di non prenderne parte.

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L’aggressività di Joe evidenziata nel sublime tratto di Gino D’Antonio: le conseguenze della guerra.

Non sei riuscito a fare di me un assassino…gli dice Joe alla fine, ma Stagg risponde che in realtà non è riuscito a fare di lui un marine; due personalità opposte che si odiano ma che allo stesso tempo si stimano e combattono per …un mondo che non ha bisogno di eroi, un giorno o l’altro…come sussurra Joe dopo la conquista dell’isola.

D’Antonio condisce tutto con i suoi splendidi disegni, pieni di fitti tratteggi e belle inquadrature: ci mostra il volto duro e scontroso di Stagg ma si limita solo a far intravedere quello di Joe che praticamente è sempre coperto dall’ombra del suo elmetto: il protagonista di D’Antonio non ha bisogno di una precisa delineazione fisica perché rappresenta ogni giovane soldato caduto in una guerra inutile.

Se almeno questo servisse a qualcosa…pensa Joe. E noi con lui.

 

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La rivalità tra Stagg e Joe.

Curiosità

Il volto del sergente Stagg è modellato su quello dell’attore Lee Marvin. Possibile modello per il fumetto può essere stato il bel film di Allan Dwan Iwo Jima deserto di fuoco con John Wayne nei panni di un rude sergente dei marines.

Edizione consigliata

I volumi della collana Un uomo un’avventura furono tutti realizzati con un bell’impegno produttivo e qualitativo: grande formato, cartonato a colori, belle e concise introduzioni, insomma con l’edizione consigliata andate sul sicuro. Reperibile facilmente in mostre mercato e internet.

Altre edizioni

La Hobby&Work ripubblicò tutta la collana in dei mediocri volumi brossurati di pessima qualità, se proprio non doveste trovare l’edizione consigliata.

Nedeljko Bajalica

Nedeljko Bajalica

(Collaboratore esterno) Ned nasce in Svizzera nel 1975 ma si trasferisce subito a Lecce dove scopre il fumetto dopo la metà degli anni '80 innamorandosi di un autore folle che risponde al nome di Jacovitti. All'inizio degli anni '90 si trasferisce a Roma per frequentare la Scuola Internazionale di Comics; nel 1992 conosce il suo idolo, Jacovitti. Gli fa vedere i suoi disegni e dopo un paio di giorni il grande cartoonist lo chiama per affidargli alcuni suoi lavori da inchiostrare. Inizia così una collaborazione con Jacovitti che durerà quasi cinque anni e in cui Ned ha il privilegio di disegnare salami, vermi, dadi, illustrazioni e naturalmente Cocco Bill.
Dopo la morte di Jacovitti avvenuta nel 1997 Ned inizia un periodo di ferma volontaria, si trasferisce a Milano e ritornerà nel mondo dei comics esordendo come autore completo con il fumetto “Ci vediamo domani” edito dalle Edizioni BD. Nel frattempo lavora per la corporation Zara per cui realizza una serie di strip per la loro rivista di moda IN.
Dopo una breve pausa a Belgrado, ritorna a Lecce dove vive, disegna e tiene il corso di fumetto Comic Author In The Spotlight.

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